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Ricerca scientifica

L’anno del gatto

Dopo la riproduzione al computer di un cervello di felino, il Pentagono americano finanzia il progetto che vuole ricreare quello umano. Ma è destinato a fallire di Federico Tulli

Parallelamente al progresso nelle tecniche di mappatura del genoma umano abbiamo assistito in questi ultimi anni a un susseguirsi di notizie – quasi sempre sparate a più colonne – spacciate per scoperte scientifiche su questo o quel gene, ora della felicità, ora della schizofrenia, ora addirittura della monogamia. C’è poi chi, come Benedetto XVI, si è spinto oltre, dando per certa la presenza di Dio nel Dna umano. Ovviamente, nessuna di queste “scoperte” ha mai passato l’esame della verifica empirica e tutte sono ben presto finite nel dimenticatoio dell’opinione pubblica. Peraltro certi annunci rivelano l’esistenza di cosiddette scuole di pensiero – alcune molto radicate in ambito sia medico sia accademico – che sulle dinamiche della realtà umana hanno evidentemente le idee poco chiare. Oppure ci marciano. Magari per vendere farmaci che tra vent’anni risulteranno essere stati oltre che inutili anche dannosi. Ma questa (del Prozac, per esempio) è un altra storia. Maggior fortuna, per così dire, ha avuto un altro filone di ricerca. Quello che nell’ambito delle neuroscienze si occupa di studiare i meccanismi di funzionamento del cervello. È di poche settimane fa l’annuncio dei ricercatori dell’Ibm di Almaden (Usa) i quali, insieme ai colleghi della Stanford university e del Lawrence Livermore national laboratory, hanno riprodotto al computer e simulato l’azionamento della corteccia cerebrale di un gatto. Che in soldoni fanno circa un miliardo di neuroni e diecimila miliardi di connessioni sinaptiche. A detta degli scienziati il risultato è eccezionale perché oltre alla riproduzione fedele di aspetti biologici e neurofisiologici di un gatto, il computer è riuscito a memorizzare, elaborare e comunicare dati come fosse un vero felino. Tanto più che fino a oggi le uniche simulazioni che avevano avuto successo riguardavano il 40 per cento del cervello di topo (2006), di un intero cervello di ratto (2007) e l’uno per cento di quello umano, pochi mesi fa. Già, l’uomo. È lui, anzi il suo cervello l’obiettivo del prossimo decennio. Per ricrearlo fedelmente al computer «con tutte le sue capacità», il Pentagono Usa ha varato il progetto “Synapse”, mettendo a disposizione di un pool di ricerca (che comprende anche quelli “del gatto”) ben 16 milioni di dollari. «La barriera da superare per dare ai robot la facoltà della cognizione umana – ha spiegato al Corriere della Sera Giulio Sandini dell’Istituto italiano di tecnologia – è quella di riuscire a comprendere come percepire gli stimoli esterni e da questi produrre una decisione conseguente, quindi un’azione in un certo modo consapevole». Tutte cose, queste, che vanno bene per un qualsiasi animale. Topo, gatto, ratto, giraffa che sia. Ma che ci azzeccano con l’uomo? Il pensiero e di conseguenza le azioni degli animali sono sempre finalizzati alla sopravvivenza della specie. Pensare quindi al cervello del gatto come a un contenitore da riempire con informazioni unicamente per raggiungere questo obiettivo ha un senso. Attribuire all’uomo le stesse “facoltà” no. Il cervello umano non è solamente un circuito un po’ più complesso di altri. Come è stato scritto da psichiatri e scienziati pure su queste pagine, l’essere umano non è una tavoletta di cera da plasmare, tanto meno è dotato di solo pensiero razionale che serve per l’apprendimento. Un’impostazione di questo tipo (che poi è la stessa di chi non riconosce la differenza tra feto e neonato) non tiene conto della specificità umana, cioè che le nostre scelte sono legate alla nostra realtà psichica: agli affetti, alle immagini. Prendiamo il neonato. Il suo è un movimento che nasce da dentro e va verso l’altro essere umano. In lui prevale la realtà psichica e la razionalità è solo una parte e non quella più importante. Mentre per gli animali è quella più importante. Ora, questo “movimento interno” è riproducibile al computer? Se il Pentagono crede che tra lo specifico umano e quello del gatto la differenza sia solo quantitativa allora non è sufficiente quanto appena scoperto. Se invece pensa di poter riprodurre oltre che le elaborazioni razionali, sia le immagini interne sia gli affetti, allora è una bella scommessa. Ma una macchina si può innamorare? Può odiare? Può essere capace di dipingere e creare un’opera d’arte originale?  left 51-52/09

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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