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Politiche sanitarie

La salute non è uguale per tutti

I pazienti infertili vittime di una strisciante discriminazione. Nuovi balzelli da pagare e un farmaco dalle avvertenze incomplete. Ecco le prime spinose questioni per il neo ministro, Ferruccio Fazio di Federico Tulli

Nel Regno Unito, a seguito di un caso italiano di Cjd (variante della malattia di Creutzfeldt-Jakob, la “mucca pazza”), le autorità sanitarie hanno definitivamente interrotto, come misura precauzionale, la commercializzazione di un farmaco prodotto con gonadotropine ottenute da urine italiane. Era il febbraio del 2003. Ancora oggi, però, in Italia è commercializzato un farmaco, il Meropur, che non riporta tra le avvertenze l’indicazione dei potenziali rischi derivati da urinari per il trattamento della sterilità. Informazioni invece presenti sia nello stesso medicinale commercializzato in altri Stati della Ue, sia nelle avvertenze di tutti gli altri farmaci urinari venduti in Italia. La questione fu sollevata a giugno 2006 dalle associazioni di coppie infertili e sterili che, per chiedere il rispetto della piena informazione dei malati in riferimento ai farmaci assunti, segnalarono al ministro della Salute la mancanza di quelle informazioni nel medicinale prodotto dalla Ferring. Da quel giorno e fino a oggi, come denunciato a più riprese pure su queste pagine, le coppie infertili hanno dovuto assistere inermi a un surreale rimpallo di responsabilità tra ministero, Agenzia italiana del farmaco, Istituto superiore di sanità. E sul bugiardino del Meropur, un semplice ma fondamentale foglietto di carta, quell’avvertenza continua a mancare. Questo, nonostante nel frattempo siano stati prodotti studi scientifici che «non escludono il rischio di trasmissione» di patologie virali in caso di assunzione di gonadotropine da urinari umani. Tali ricerche sono state allegate anche nel dossier di un’interrogazione parlamentare presentata oltre due mesi fa all’allora ministro del Welfare e della salute, Maurizio Sacconi, dalla senatrice Radicale eletta nelle liste del Pd, Donatella Poretti. Sacconi non ha mai risposto, per cui il compito rientra automaticamente nell’agenda del neo ministro Ferruccio Fazio, insediatosi il 15 dicembre scorso. In attesa di una decisa presa di posizione del governo, le associazioni italiane che rappresentano i pazienti infertili hanno scritto una lettera aperta a Guido Rasi e Sergio Pecorelli, rispettivamente dg e presidente dell’Agenzia italiana del farmaco, per chiedere la sospensione o la revoca di autorizzazione alla vendita del Meropur. «Oggi – si legge nella lettera – nuovi studi giustificano ulteriormente l’avvio della procedura che prevede l’inserimento nelle avvertenze della frase: “Pur non essendo stato riportato alcun caso di contaminazione virale associato alla somministrazione di gonadotropine estratte umane, il rischio di trasmissione di agenti patogeni conosciuti o sconosciuti non può essere totalmente escluso” e che a oggi manca nel foglietto illustrativo. Lo studio pubblicato su RBMOnline dal titolo “Identificazione analitica di impurezze addizionali in gonadotropine derivate dalle urine”, condotto su farmaci venduti in Italia tra cui il Meropur, ha evidenziato la presenza di 23 elementi impuri sugli urinari, mentre un’analoga ricerca dell’università di Strasburgo ne ha rilevati 39. Infine, da un terzo studio pubblicato su J Reprod Med 2009, dal titolo “Proteomic analyses of recombinant human follicle-stimulating hormone and urinary-derived gonadotropin preparations”, che si è occupato di prodotti venduti all’estero ma sempre urinari, è emersa la presenza di prioni in tali farmaci.[…] Alla luce delle evidenze scientifiche emerse – si legge ancora – vi chiediamo d’intervenire tempestivamente al fine di risolvere la problematica che determina grave informazione ingannevole a danno dei pazienti che devono assumere il Meropur e oggi sono indotti in errore oltre al danno economico per i pazienti che pagano per il farmaco un prezzo che oggi, alla luce delle ultime acquisizioni scientifiche su queste molecole, non risulta più giustificato». La lettera è firmata da Filomena Gallo, presidente Amica cicogna Onlus, Laura Pisano, presidente L’altra cicogna Onlus, Federica Casadei, presidente Cerco un bimbo, Marco Cappato, segretario associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, Vincenzo Donvito, presidente Aduc, Teresa Petrangolini, segretario generale di Cittadinanzattiva.

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La legge 40 continua a far danni

Un nuovo pesante macigno si sta per abbattere per mano del governo sulla salute, sui diritti e sul portafoglio delle coppie italiane che fanno ricorso alla Procreazione medicalmente assistita. Potrebbero infatti essere costrette a pagare di tasca propria le spese per il congelamento degli embrioni soprannumerari eventualmente prodotti durante il procedimento di fecondazione. L’ipotesi è stata discussa questa settimana in una riunione della commissione del ministero della Salute che, in base alla legge 40/2004 sulla Pma, si occupa degli embrioni crioconservati. E rischia di neutralizzare almeno in parte la dirompente sentenza 151/09 con cui a maggio scorso l’Alta corte ha giudicato parzialmente incostituzionale quella legge, per la violazione, tra l’altro, dell’articolo 32 della Carta. Vediamo come questo potrebbe accadere. La 151/09 ha eliminato il vincolo della legge 40 alla produzione di un massimo di tre embrioni da impiantare contestualmente, prevedendo che per tutelare la salute della donna sia il medico a decidere il numero di embrioni da produrre, e stabilendo che quelli in sovrannumero siano congelati. È stato così rivoluzionato l’impianto della norma secondo cui gli embrioni prodotti potevano essere al massimo tre, e il congelamento era possibile solo in situazioni di assoluta necessità. In questo caso il costo era a carico del centro che effettuava l’intervento. La decisione della Consulta ha quindi posto il problema di stabilire le modalità di crioconservazione per i nuovi embrioni in sovrannumero. Fino a oggi, da giugno scorso (mese di deposito della sentenza) si stima che gli embrioni che sono stati congelati, sul totale di quelli prodotti, sia pari al 5-10 per cento. Ad affermarlo è la presidente dell’Associazione dei centri di procreazione medicalmente assistita Cecos, Claudia Livi. Quanto agli embrioni “orfani” (ovvero prodotti per interventi di Pma prima dell’entrata in vigore della 40 nel 2004, congelati, e che le coppie non intendono più utilizzare), questi sono circa 3.500, sulla base del censimento effettuato nel 2005. Tali embrioni avrebbero dovuto essere trasferiti presso la Biobanca dell’ospedale Maggiore di Milano, ma a distanza di quattro anni il trasferimento non è mai stato effettuato. Di fatto, la Commissione non si è mai occupata degli embrioni abbandonati il cui mantenimento oggi è a carico dei centri di Pma, mentre lo Stato spende 74mila euro l’anno per il mantenimento di un centro di raccolta costato, nel 2004, 400mila euro. Secondo Livi, comunque, il costo per il congelamento degli embrioni in sovrannumero «non potrà rappresentare un deterrente per le coppie che hanno intenzione di effettuare un intervento di procreazione assistita», ma «tutto dipenderà, se tale ipotesi dovesse essere perseguita, dalle tariffe che verranno richieste dai centri, e per questo si renderebbe necessario un monitoraggio dei centri stessi e dei costi». Difficile prevedere quale potrebbe essere il costo a carico delle coppie per la procedura di crioconservazione: «A oggi – afferma l’esperta – per la crioconservazione degli ovuli, ad esempio, nei nostri centri il costo è di circa 250 euro l’anno». Una tassa strisciante “sull’infertilità”, di cui francamente non si sente proprio il bisogno. f.t. **left 50/09**

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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