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Società

I vescovi fanno carità. Coi nostri soldi

Un accordo tra banche e Cei per prestare denaro alle famiglie in difficoltà. La Chiesa fa da garante con 30 milioni. Il 3 per cento di quanto lo Stato italiano versa nelle sue casse con l’8 per mille di Federico Tulli

Si chiama Prestito della speranza ed è il lasciapassare con cui il Vaticano è entrato nella gestione del welfare italiano. Operativo dallo scorso settembre, il Pds è una forma di microcredito che le banche italiane possono erogare alle famiglie in difficoltà, per un progetto di reinserimento lavorativo o per l’avvio di una nuova attività imprenditoriale. A garanzia dei finanziamenti, che saranno erogati a tasso di mercato, ci sono dei soldi pubblici ma non dello Stato italiano, bensì di quello Vaticano. In base a un accordo siglato con l’Abi (Associazione bancaria italiana) la Conferenza episcopale italiana – il cui vertice è nominato direttamente dal papa – ha istituito un fondo di 30 milioni di euro. E, intreccio nell’intreccio, a gestire questa somma il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, ha incaricato Banca Prossima, l’istituto del gruppo Intesa Sanpaolo dedicato al terzo settore (cooperative sociali, associazioni di promozione sociale, associazioni di volontariato, Ong), che annovera tra i suoi clienti oltre 50 diocesi e circa 200 Ordini e congregazioni religiose. è invece la Caritas, tramite le sedi dislocate sul territorio nazionale, a occuparsi dell’assistenza tecnica gratuita a chi deve compilare i progetti da presentare in banca. A disposizione di ciascun richiedente c’è una somma massima di seimila euro, da ricavare all’interno di un plafond complessivo di 180 milioni stabilito nell’accordo Abi-Cei. Il progetto ha coinvolto fino a oggi circa 11mila sportelli, appartenenti a 86 tra istituti di credito e gruppi bancari. Una cifra destinata a crescere, stando all’entusiasmo con cui l’Abi aggiorna sul proprio sito l’elenco delle adesioni. Il dato relativo alle richieste e alle eventuali concessioni dei finanziamenti non è ancora disponibile. Le pubblicità, invece, sono ben visibili all’interno degli sportelli che hanno aderito al progetto. Comunque vada, una gran bel colpo per l’immagine della Chiesa, la cui iniziativa però è finanziata con i soldi dei contribuenti italiani che decidono di destinarle l’otto per mille. Quei 30 milioni del fondo di garanzia altro non sono che una fetta (in realtà una briciola) di quanto la Cei incassa e gestisce per conto del Vaticano sulla base del Concordato del 1984. La somma è iscritta nella «Ripartizione delle somme derivanti dall’otto per mille dell’Irpef per l’anno 2009» approvata dalla 59esima Assemblea generale della Conferenza, alla voce “Esigenze caritative di rilievo nazionale”. E fa parte del miliardo di euro (per la precisione 967.538.542,68 euro) incassati dalla Chiesa quest’anno. In tempi di crisi, la carità agli italiani indigenti pesa dunque nelle decisioni del Vaticano per il 3,1 per cento. Non proprio un gran sacrificio, se pensiamo ai 4,5 miliardi di euro complessivi tra minori introiti fiscali, agevolazioni fiscali, stipendi degli insegnanti di religione e ottopermille che ogni anno lo Stato italiano inietta nelle casse d’oltretevere. Il risultato è più o meno questo: lo Stato italiano finanza uno Stato straniero (il Vaticano) che ne spende una minima parte per colmare alcune delle innumerevoli falle del welfare del primo, già gravemente ferito dai continui tagli. La strana partita di giro tra i due Stati, a uno sguardo più attento, appare come un precisa strategia politica perseguita dal governo Berlusconi. Il welfare caritatevole, evidentemente da realizzarsi con l’ausilio del Vaticano, è infatti tra le strategie di punta elencate nel Libro bianco pubblicato nel maggio scorso dal ministro Maurizio Sacconi. «La carità, componente essenziale dell’uomo, si esplicita quotidianamente nel lavoro e nella inesausta inventiva di ciascuno, impegnato a rispondere al bisogno proprio e altrui», scrive il responsabile del welfare nel governo italiano. «Dalla carità nasce una capacità di costruzione sociale, la quale, secondo una pluralità di forme e direzioni, ha letteralmente dato un volto al nostro Paese». Un volto, però, che assomiglia tanto a quello di uno Stato etico. Se non altro perché nelle parole di Sacconi si rileva una notevole assonanza con quanto scriverà un paio di mesi dopo papa Benedetto XVI nell’enciclica, Caritas in veritate. «La carità – dice il pontefice – è la via maestra della dottrina sociale della Chiesa. Essa dà vera sostanza alla relazione personale con Dio e con il prossimo; è il principio non solo delle micro-relazioni: rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni: rapporti sociali, economici, politici». Così il welfare, da diritto dei tutti, si trasforma nella “virtù della carità”. Per ordine, e coi soldi, dello Stato. Laico, almeno in teoria.

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Preti al posto degli infermieri

Scelti dai vescovi e pagati dallo Stato. Dopo l’assunzione nelle scuole italiane degli insegnanti di religione indicati dal Vaticano, ora anche negli ospedali si entra con la raccomandazione della Chiesa. Anche se i neoassunti saranno più utili a somministrare l’estrema unzione che a curare i malati. È quanto potrebbe accadere a Castelfranco in provincia di Treviso dove la Usl8 si è detta propensa all’assunzione con contratto da infermieri dei cappellani dell’ospedale. La denuncia è di Nicola Atalmi, consigliere regionale veneto di Federazione della sinistra, che spiega: «Secondo alcune dichiarazioni rilasciate alla stampa locale l’Usl 8 di Castelfranco si è affrettata a rendersi disponibile per assumere con regolare contratto i sacerdoti che svolgono servizio di assistenza spirituale ai malati». A quanto pare in Veneto non è un caso isolato. In tutta la regione, prosegue Atalmi, le Usl spenderanno 2 milioni di euro annui per assumere a tempo indeterminato 96 sacerdoti scelti dai vescovi («quindi senza avere alcuna garanzia») e parificandoli contrattualmente a degli infermieri laureati. «Tutto questo – aggiunge – ci pare sinceramente vergognoso. L’Usl 8 pensi a migliorare il servizio degli ospedali e ad assumere personale medico e infermieristico prima di elargire soldi a curie e diocesi. Facciamo presente che l’Italia è tra gli ultimi posti in Europa per personale infermieristico impiegato in rapporto all’utenza e che c’è una carenza di 110mila unità. Proprio in un periodo in cui un posto di lavoro, anche per chi è bravo e qualificato, è un bene raro, proprio mentre 500 infermieri nelle Usl venete hanno un contratto precario e gli ospedali sono carenti di personale – dice ancora Atalmi – vengono stanziati centinaia di migliaia di euro per pagare “assistenza spirituale”. Cosa peraltro che, in linea con i precetti cristiani, ci sembrerebbe più opportuno offrire come atto di carità, non come professione retribuita dalle tasse di tutti e parificata con tanto di contratto a tempo indeterminato a un infermiere laureato». f.t. **left 50/09**

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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