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Politiche sanitarie

Salute, riecco il ministero. Per la poltrona, Fazio in pole position

Salvo sorprese dell’ultimora potrebbe insediarsi già lunedì il titolare del dicastero che il governo Berlusconi aveva incorporato nel portafoglio di Sacconi di Federico Tulli

Nell’anno della grande pandemia pochi Paesi al mondo si sono trovati ad affrontare il virus A-H1N1 senza un ministro della Salute (e relativo ministero) che coordinasse la gestione dell’emergenza. Tra questi, almeno fino a stasera, figura l’Italia. Domani infatti potrebbe essere il giorno della nomina a ministro dell’attuale vice ministro del Welfare con delega alla Salute, Ferruccio Fazio. Secondo fonti d’agenzia, l’annuncio è stato fatto dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, durante l’ultimo consiglio dei ministri. Più volte data per certa nel corso dei mesi passati, l’ufficializzazione di Fazio è sempre slittata per le ragioni più disparate. Salvo colpi di scena dell’ultimora, visto che nella maggioranza non tutti sono convinti della necessità del cambio di guardia e della scelta indicata da Berlusconi, questa sembra proprio la volta buona. E il nuovo titolare della Salute potrebbe giurare già lunedì davanti al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Si risolverebbe così un parziale vuoto di potere che ha avuto clamorose ripercussioni su uno dei settori più delicati dello Stato sociale del nostro Paese. Diverse le questioni spinose che il neo ministro si troverà a dover affrontare sin dal suo insediamento. Tra queste vi è di sicuro il clamoroso flop della campagna di vaccinazione contro il virus pandemico, condotta dallo stesso Fazio prima come sottosegretario al Welfare e poi da vice di Maurizio Sacconi. Dei 24 milioni di dosi di medicinale acquistati dal governo in settembre per prevenire la diffusione dell’A-H1N1, secondo gli ultimi dati diramati dal ministero, al 29 novembre scorso ne sono stati somministrate solo 611.425 (prime dosi), oltre a 1.666 seconde dosi. Sembra proprio che i cittadini italiani non diano peso più di tanto alle raccomandazioni del futuro ministro. Oppure, più realisticamente, optano per una settimana a casa con una febbriciattola, come è normale che sia di fronte alla confusione che è regnata al livello di comunicazione istituzionale sin da quando il virus ha fatto la sua comparsa in Messico, per poi essere dichiarato di pericolosità moderata dall’Organizzazione mondiale della sanità. Poche linee di febbre, mal di testa e dolori di stomaco, piuttosto che mettersi in fila al pronto soccorso (quando l’A-H1N1 ha raggiunto il picco di contagi, trovare un medico di famiglia è stato come vincere al superenalotto) per farsi iniettare un vaccino che gli stessi medici in ottobre avevano bollato come non sicuro «perché non testato su bambini e donne incinte». Certo, il virus ha ucciso – nel nostro Paese 137 persone ( fonte Welfare) e quindi non è da prendere sotto gamba, ma la più alta percentuale di vittime riguarda i bambini under 14. Proprio la fascia di età che inizialmente non era stata indicata dal ministero tra le più a rischio. Tanto è vero che l’allarme vaccinazione per i bambini è scattato in ottobre. Solo dopo i primi decessi che molto hanno impressionato l’opinione pubblica e quando era già in fase avanzata la campagna di sensibilizzazione di altre categorie (personale medico e forze dell’ordine). Il risultato del cambio di strategia nelle vaccinazioni si legge negli stessi dati pubblicati dal ministero. Come riporta l’ultimo bollettino del Welfare sull’influenza pandemica, in cinque settimane l’incidenza dei decessi nella fascia pediatrica «si è quasi dimezzata » assestandosi a «17,44 casi per mille assistiti». Sul tavolo del futuro ministro della Salute c’è poi un altro dossier particolarmente delicato. Manco a dirlo, riguarda la pillola abortiva Mifegyne-Ru486. Questa settimana, con due anni di ritardo sui termini di legge e dopo aver subito infinite pressioni di carattere ideologico da politica e istituzioni, l’Agenzia italiana del farmaco è riuscita a pubblicare in Gazzetta Ufficiale l’autorizzazione al commercio dalla Ru486. Fine di una surreale telenovela? Nemmeno per sogno, visto che all’orizzonte si profila un braccio di ferro tra Stato e Regioni su come l’aborto farmacologico dovrà essere trattato a livello ospedaliero. Difatti, laddove è stato praticato tramite l’acquisto in Francia del medicinale, si è sempre fatto in day hospital, Come del resto è certificato dalla relazione annuale sulla legge 194 firmata dallo stesso ministro Sacconi. Questi, però, nel sostenere che le pazienti devono essere ricoverate dalla somministrazione del farmaco fino all’espulsione del feto, è entrato a gamba tesa in un ambito di competenza delle Regioni. Alcune unità ospedaliere che praticano aborti hanno già dichiarato che è inutile occupare dei letti per la somministrazione di una pillola, sottraendoli a chi ne ha veramente bisogno. D’altronde anche l’espulsione del feto è sempre avvenuta in day hospital (due giorni dopo la somministrazione del Mifegyne) e senza particolari difficoltà. Staremo a vedere come si muoverà il successore di Sacconi tra due mesi, quando la ditta Exelgyn comincerà a vendere la Ru486 ai nostri ospedali. Sempre che all’attuale ministro del Welfare venga effettivamente “sottratto” il portafoglio della Salute. Terra, il primo quotidiano ecologista

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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