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Ricerca scientifica

Evoluzionisti per natura

Checché ne dica l’astro nascente del creazionismo italiano, nonché vice presidente del Consiglio nazionale delle ricerche, lo storico del cristianesimo Roberto De Mattei, l’evoluzionismo non è «una tipica forma di letteratura fantastica», tanto meno vi sono «un evoluzionismo scientifico e uno filosofico che esistono ciascuno per l’appoggio dell’altro». La realtà (che lui nega) è che, come la rivoluzione astronomica ha distrutto le basi della visione metafisica dell’universo (la Terra al centro del cosmo per volere di dio), quella darwiniana ha sbriciolato le fondamenta della visione metafisica della natura, concepita dai cristiani come creazione di dio al servizio dell’uomo, dotato di anima e quindi essere superiore autorizzato a soggiogare il mondo animale e la natura tutta. Con buona pace di De Mattei, la teoria di Darwin rappresenta la spiegazione scientifica dei processi di mutazione genetica che hanno caratterizzato tutti gli esseri viventi nel corso della lunga storia della vita sulla terra. Inoltre, a differenza degli animali, l’uomo è protagonista di un continuo processo di evoluzione culturale. Ed è la sete di conoscenza che ci caratterizza (per lo meno è tipica di chi non è animato da furore ideologico) a consentire scoperte e innovazioni, in un certo senso “deviando” la strada che altrimenti porterebbe all’estinzione. Di questo e per ricostruire l’itinerario attraverso il quale si sono formate le idee e sono avvenute le scoperte che hanno poi ispirato Charles Darwin, si è parlato il 10 dicembre al museo Civico di Erba. Qui, al Seminario “Passo dopo passo. Storia dell’evoluzione umana”, il divulgatore scientifico Francesco Cavalli-Sforza ha parlato di «evoluzione biologica ed evoluzione culturale» (vedi left n. 35/09), tema sviluppato magnificamente dal noto genitore, il genetista Luigi Luca Cavalli-Sforza nell’opera Utet La cultura italiana, di cui è direttore scientifico. Federico Tulli  **left 49/09**

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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