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Letteratura

A spasso per il cosmo in punta di penna

La grande letteratura e l’infinito stellato. Viaggio tra i segreti delle emozioni umane svelati attraverso la passione per la ricerca di Federico Tulli

«In Italia non abbiamo cosa nuova: solo è comparso quell’occhiale che fa vedere le cose lontane; il quale io ammiro molto per la bellezza dell’invenzione e per la dignità dell’arte, ma per uso della guerra né in terra né in mare io non lo stimo per niente». Nella primavera del 1609, partiti dall’Olanda, arrivarono a Napoli, Milano e Venezia i primi esemplari di cannocchiale. Dotati di lente da occhiale, erano debolissimi, e il loro uso sembrava destinato solo a impieghi militari. Pochi mesi dopo, in estate, Paolo Sarpi scriveva a Galileo Galilei queste poche righe per informarlo delle qualità dell’innovativo strumento. Inizialmente Galileo, subito molto interessato, lavorò al miglioramento della potenza ottica, intravedendo anch’egli la possibilità di «scoprire legni et vele dell’inimico», come scrive al doge Leonardo Donato, a cui vuole vendere la sua creazione. Poi, il 2 ottobre 1609, lo scienziato pisano decide di puntare l’oggetto “d’arte” lungo e affusolato verso la volta celeste. Non fu il primo a pensare al cannocchiale come mezzo per contemplare le stelle. Mentre era impegnato a convincere il doge, un collega inglese, Thomas Harriot, già curiosava per il cielo. Ma fu Galilei ad avviare un’indagine astronomica assolutamente originale, che in poche settimane gli permise di mettere a fuoco una visione del mondo che lo storico della scienza Enrico Bellone in Scienze e tecnologie (Utet) definisce «irrevocabilmente antitetica rispetto a quella che aveva dominato per secoli». Galileo, che da quel momento non fu più solo un rigoroso ricercatore, prende per mano l’umanità e la porta a spasso per la volta celeste. In che modo? Disegnando quello che osserva, commentando e soprattutto descrivendo ciò che vede. Ad esempio il «meraviglioso» corpo bianco della luna e quelle stelle che «si veggono folgoranti et tremanti assai più con l’occhiale che senza». Galileo – che scrive queste frasi il 10 gennaio 1610 in una lettera ad Antonio de’ Medici – non è solo scienziato ed è molto più che un abile divulgatore. Più o meno consapevolmente, attraverso la canna di quello che dopo tutto è uno strumento scientifico, e usando ora il volgare (nelle lettere) ora il latino (nel Sidereus Nuncius), con precisione e profondità emotiva al tempo stesso, riesce a fondere l’astronomia alla narrativa, la cultura scientifica a quella umanista. Ponendosi «a cardine di una tradizione lunare forse ancora troppo poco celebrata che parte da Dante e prosegue con Ariosto, Bruno, Leopardi per giungere a Calvino (che elesse “il pisano il più grande scrittore in prosa” della letteratura italiana) e a Primo Levi». è l’affascinante tesi di Giangiacomo Gandolfi e Stefano Sandrelli, che trova la sua dimostrazione nel Piccolo atlante celeste (Einaudi), deliziosa antologia «di racconti d’astronomia» da loro stessi curata. Un prezioso libro in cui, «nel tentativo incessante di esplorare il cosmo e i suoi misteri, si alternano testi di scienziati prestati alla letteratura (Galilei, Schiaparelli, Levi) e di scrittori alle prese con la scienza (Calvino, Del Giudice, Cortázar, Queneau), accanto a mostri sacri della fantascienza (Asimov, Bradbury, Wells, Lem, Vukcevich)». Scriveva Primo Levi che trovare un linguaggio adeguato alla descrizione della volta celeste era sforzo immane, come «arare con una piuma». Non poteva immaginare a quali risultati sarebbe giunta la ricerca: oggi possiamo studiare l’universo fin da pochi istanti dopo la sua nascita. E anzi, gli esperimenti del superacceleratore costruito al Cern di Ginevra ci stanno conducendo verso l’osservazione dell’istante esatto della nascita. Ciascuno dei racconti del Piccolo atlante celeste (tra cui un inedito di John Updike) riporta in superficie le emozioni che hanno reso unici i momenti più avvincenti della lunga avventura alla scoperta del cosmo, intrapresa a partire da Galileo. Un confronto quotidiano dell’uomo con l’infinito che, abbandonato l’approccio religioso, trasforma la scienza in prosa. left 49/09

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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