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Politiche sanitarie

No alla ru486 e diritti al concepito, benvenuti in Vaticalia

Cronache da uno Stato laico, ostaggio del furore ideologico di alcuni suoi rappresentanti. Modificare l’articolo 1 del Codice civile «per il riconoscimento della soggettività giuridica di ogni essere umano fin dal concepimento». Il ddl che equipara i diritti di un gamete a quelli di vostra figlia che in questo momento sta giocando con le amichette nel cortile di una scuola è stato depositato ieri al Senato dagli zelanti membri del Pdl, Maurizio Gasparri, Laura Bianconi e Gaetano Quagliarello. Non è ancora chiaro se la masturbazione sarà punita con l’ergastolo. Né se sarà sufficiente confessarsi in chiesa per evitare la galera. Mentre, per bocca del capogruppo del centro destra al Senato, il trio ha assicurato che l’obiettivo della proposta non è abrogare la legge 194 sull’aborto. Gasparri ha sottolineato che il ddl intende «aiutare a definire i confini della legge, secondo le intenzioni che furono allora del legislatore, contro i tentativi di allargamento oggi in atto». L’esponente Pdl si riferisce alle vicende relative all’autorizzazione al commercio della pillola abortiva Mifegyne-Ru486. Dopo il parere positivo espresso dall’Agenzia italiana del farmaco (usata in tutto il mondo da oltre 20 anni, la Ru486 è ritenuta essenziale dall’Organizzazione mondiale della sanità), il ministro Sacconi ha messo in dubbio la compatibilità del Mifegyne con la legge 194. Invitando l’Aifa a riformulare la delibera e a inserirvi l’obbligo di ricoverare fino all’espulsione del feto chi richiede la via farmacologica per l’interruzione volontaria di gravidanza. L’Aifa ha risposto picche perché la Ru486 (che è usata da cinque anni nei nostri ospedali, importata dalla Francia) non viola le norme sull’aborto, e la questione dei ricoveri non è di sua competenza, ma del governo. Seguire la logica del ministro (come quella di Gasparri&C.) è difficile. Per prima cosa l’articolo 10 della legge non parla di degenza obbligatoria, ma «eventuale». Come è normale che sia in ogni Paese normale, è il medico che decide nel rapporto con la paziente se sia necessario o meno trattenerla in ospedale. E non chi fa le leggi. In secondo luogo, a certificare la prassi del ricovero in day hospital per l’aborto farmacologico è stato lo stesso Sacconi il 29 luglio scorso quando ha approvato la relazione annuale ministeriale sulla 194. «Due accessi in day hospital a distanza di due giorni per la somministrazione dei due farmaci, oltre a una vista ambulatoriale di controllo in 14ma giornata», si legge nel testo firmato dal ministro. Più chiaro di così.     FedericoTulli

**Terra, il primo quotidiano ecologista**

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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