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Società

In fuga dall’Opus Dei

I segreti della “milizia di Dio” nel libro-verità di Emanuela Provera, una ex numeraria italiana di Federico Tulli

Lezioni su lezioni. E seminari di tre giorni. E ancora il corso annuale di 24 giorni d’estate. E poi, quando si torna a casa, un appartamento dell’organizzazione, c’è il circolo settimanale sul tema del proselitismo. Ma c’è anche il colloquio settimanale individuale con la direttrice spirituale su quanto apostolato e proselitismo ho fatto. Ogni singola azione apostolica viene quindi valutata. Ciascun soggetto “trattato” viene studiato con la propria direttrice. Poi tutte le persone trattate divengono oggetto di riunione di consiglio locale. Ho conosciuto questa ragazza, ha questi voti a scuola, è figlia di un commercialista e così via. I piani di reclutamento nell’Opus dei sono molto dettagliati». Dentro l’Opera fondata nel 1928 dal prete spagnolo e amico personale del dittatore fascista Francisco Franco, Josemaria Escrivà, si vive così. Emanuela Provera lo racconta tutto d’un fiato, come per scacciare via un senso d’oppressione appena riaffiorato. Lei, infatti, nell’Opera ci è stata dal 1986 al 2000. Poi, faticosamente e coraggiosamente, ne è uscita. E oggi è un’ex numeraria. Vive a Milano, si è sposata e ha scritto un libro per Chiarelettere, Dentro l’Opus Dei. «L’idea – spiega – è nata nel forum privato che ho messo online con altri ex numerari. Volevamo raccontare cosa succede a chi viene “rapito” dalla bellezza, esteriore, dell’organizzazione. E anche come questa si arricchisce in maniera assolutamente non trasparente, nonostante quanto dichiarato ufficialmente. È la nostra parola contro la loro, ma non si può più tacere».

Quali persone vengono chiamate nell’Opus Dei?

C’è un target definito con precisi criteri di selezione nei documenti interni dell’Opera. Chi di noi faceva attività di proselitismo e di apostolato, cioè “di diffusione del Vangelo”, ovvero cercava persone che a parere dell’Opus dei rispondono a delle caratteristiche che poi vengono sfruttate dall’istituzione. ostanzialmente sono soggetti carismatici e dotati di capacità di leadership. Che sia un tassista o un amministratore delegato, il selezionato deve saper trascinare altre persone. Io ho “lavorato” prevalentemente con ragazze adolescenti. Quindi da portare alla vocazione come numerarie. Nell’Opus dei sono chiamate «la pupilla dei nostri occhi».

Nel suo libro sono narrate storie di manipolazione della volontà, di violenti distacchi dalle famiglie di origine. Cosa spinge un’adolescente a entrare nell’Opera?

Su di me ha contato tanto il fatto di trovarmi in una Chiesa che dà un’immagine di sé molto accattivante. A quei tempi, come tuttora, frequentavo la mia parrocchia ma all’età di 15-16 anni sinceramente non lo vedevo come un obbligo. Con quelle dieci vecchiette vestite di grigio non c’era alcuna possibilità di identificazione. Poi insieme a centinaia di miei coetanei sono stata invitata a un convegno che si è concluso con un incontro privato col papa. Eravamo tutti giovani, belli, vestiti bene, benestanti, molti ricchi. Ricordo di aver pensato: io sono cattolica, questo è il cattolicesimo che fa per me. Dopo di che, una volta entrati ci si ritrova in ambienti sia spirituali che materiali di altissimo livello. Ma in realtà non è così. Solo le location sono d’eccezione. Non c’è umanità.

Lei intitola un capitolo “L’alibi della formazione spirituale”. Per quale motivo parla di alibi?

Tutti i numerari sono spinti con un fortissimo indottrinamento a raccogliere tanto denaro. Escrivà diceva che noi, i “suoi figli”, dobbiamo «imparare non solo a dare» del nostro ma anche a chiedere agli altri. E perché non dobbiamo avere problemi a chiedere tanti soldi? Perché, diceva, noi portiamo la gente in paradiso: “Credenti e non credenti, volenti o nolenti, li trasciniamo con noi in cielo dove andremo con tante persone al nostro seguito”. Parlo di alibi perché col passare degli anni ho fatto fatica a leggere un messaggio cristiano nell’abbondanza delle proprietà immobiliari e del modo in cui queste vengono amministrate, gestite, arredate.

Un aiuto spirituale non proprio disinteressato.

Infatti è interessato, ed esentasse. L’Opus dei ufficialmente non possiede che qualche prestigioso (e sfarzoso) immobile. In caso di problemi col fisco, il danno patrimoniale che potrebbe ricevere sarebbe assolutamente inconsistente rispetto alle sconfinate ricchezze “liberamente” donate da numerari e soprannumerari, gestite da associazioni che stando ai documenti mostrati all’esterno si avvalgono dei rapporti con l’Opera solo per fare formazione spirituale. Come ad esempio, la Fondazione Rui per cui io ho lavorato.

Davvero le donazioni sono volontarie? Si sente spesso dire che chi aderisce all’Opera deve addirittura fare testamento in suo favore.

Nell’Opus dei si fa tutto “liberamente”. Liberamente aderisci. Liberamente dormi sulla sedia. Liberamente indossi il cilicio. Liberamente ti frusti. Liberamente racconti tutto a Dio. Lo stesso vale per il testamento. In questo caso non c’è alcun accenno scritto negli statuti dell’Opus dei, che sono i documenti ufficiali consegnati alla Chiesa. Ma l’obbligo di compilarlo secondo un preciso format che viene consegnato a ciascun adepto è contenuto in modo chiaro nei documenti interni a cui i direttori si attengono nella formazione delle persone che appartengono all’Opera.

Perché si esce dall’Opus dei?

Nel cuore dell’Opera si decide lo sviluppo apostolico della prelatura personale del papa attraverso lo sviluppo di attività e iniziative che vengono imputate ai singoli membri per non apparire come attore principale. Ma la gestione, la promozione, la campagna economica, il tipo di attività sono assolutamente centralizzati. Non è vero che l’Opus dei non si occupa di economia, di politica e di cose temporali. Chi esce, se ne va proprio per questo motivo.

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Il santo amico dei fascisti

Fondata nel 1928 in Spagna dal sacerdote cattolico Josemaria Escrivà de Balaguer, l’Opus dei appoggiò apertamente il regime di Francisco Franco lungo tutta la sua storia. Del resto Escrivà e il caudillo non hanno mai nascosto la loro profonda amicizia e reciproca considerazione.
Oggi l’Opera è una prelatura personale del papa, risponde cioè delle sue azioni direttamente al pontefice scavalcando qualsiasi gerarchia ecclesiastica. Merito di Giovanni Paolo II che nel 1982 ne approva ufficialmente la nascita. Venti anni dopo, nel 2002, il fondatore Escrivà (che era morto nel 1975 ed era stato beatificato nel 1992) viene canonizzato proprio dal predecessore di Ratzinger.

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Un esercito di 100mila devoti

All’Opus dei nel mondo aderiscono sacerdoti e membri laici. Il numero oscilla tra 84mila e oltre 100mila, di cui circa 1.500 sono i religiosi. I laici si dividono in numerari e soprannumerari. I primi, arruolati tra adolescenti particolarmente brillanti e di famiglia facoltosa, fanno “voto” di celibato e castità, versano “liberamente” all’Opera ogni centesimo guadagnato, si occupano dell’arruolamento di nuovi adepti e delle continue richieste di denaro «per sostenere l’organizzazione in cambio del paradiso». I soprannumerari, invece, possono sposarsi ma devolvono, anch’essi “liberamente”, una somma mensile concordata con il proprio direttore spirituale ed equivalente a quanto speso per ogni figlio. left 48/09

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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