//
you're reading...
Società

Pubblica insicurezza

Senso d’impunità e nostalgia per gli anni della militarizzazione. Nasce così la violenza gratuita delle forze dell’ordine di Federico Tulli

C’è il fallimento di una delle più importanti svolte democratiche del nostro Paese dietro la lunga scia di sangue dei cittadini rimasti “vittime” di operazioni delle forze dell’ordine. Era il primo aprile del 1981 quando, sul finire degli anni di piombo, entra in vigore la legge 121 che trasforma la Polizia di Stato da corpo militare a corpo civile, avviando un processo di smilitarizzazione di agenti e funzionari. Iter che si concretizza in aperture democratiche rappresentate, ad esempio, da un’idea più rigorosa del rispetto della Costituzione (che difende i diritti delle persone fermate o arrestate). Ma anche dalla possibilità di costituire sindacati interni e da un approccio nell’ordine pubblico sempre più orientato verso la prevenzione e non la repressione. È questa una stagione che dura troppo poco. Nel corso degli anni Novanta l’immagine di una polizia più “vicina” ai diritti dei cittadini sbiadisce. Il «corpo civile militarmente organizzato», in maniera strisciante, lascia per strada quella seconda parola della sua nuova definizione, che costituisce l’essenza della legge 121/81 e che in un Paese democratico fa la differenza. E quella scia che dagli anni Ottanta si stava assottigliando, all’improvviso, nel 2001 riprende a grondare copiosamente. Sotto i colpi ricevuti al G8 di Genova dalle ragazze e dai ragazzi che dormivano alla scuola Diaz, per mano degli agenti comandati da Vincenzo Canterini, e alla caserma di Bolzaneto. E così via, fino a oggi, come testimoniano gli agghiaccianti omicidi di Federico Aldrovandi e Gabriele Sandri. Insieme a Lorenzo Guadagnucci – giornalista, promotore del Comitato verità e giustizia per Genova e autore di vari libri fra cui Noi della Diaz. La “notte dei manganelli” al G8 di Genova (Terre di Mezzo) – ripercorriamo le tappe cruciali che segnano quel fallimento e che ripropongono un’idea di polizia che si pensava superata negli anni Settanta. Quando cioè l’esercizio sistematico della repressione violenta viene “immunizzato” dalla famigerata legge Reale, la norma 152/75  che, ribadendo il diritto delle forze dell’ordine a usare le armi, lo estende a situazioni di ordine pubblico. Una licenza di uccidere rilasciata allo Stato (e tuttora in vigore) neanche tanto mascherata. Visto che, secondo il Libro bianco sulla legge Reale, tra il ‘75 e l’89 vengono colpite 625 persone (254 morti, 371 feriti), di cui 270 (103 morti, 167 feriti) dalla Ps.  «Gradualmente – osserva Guadagnucci – rallenta quel processo di svolta che coincide con gli anni in cui nei sindacati di polizia prevalgono le posizioni di chi si ispira ai principi della legge 121». Tutto ruota intorno alle scuole di Polizia dove si addestrano gli agenti. «A dirigerle rimangono le menti militari di prima della riforma – nota il giornalista -. Si è investito troppo poco in formazione e cultura e nel cambiamento di mentalità. Una volta chiusa la stagione politico culturale di democratizzazione delle istituzioni, questo humus ha favorito il ritorno a dinamiche di carattere militare». Con la crescita del fenomeno no global la situazione precipita. Il G8 mette a nudo il cambiamento di strategia. Lo Stato abbandona la logica della prevenzione e sancisce il ritorno a quella della repressione. L’azione è premeditata e attecchisce facilmente tra i ranghi della polizia. A tutti i livelli. Lo si deduce da come le forze dell’ordine si preparano all’evento. Fatti ricostruiti negli anni dalle migliaia di carte processuali e dai libri pubblicati per tenere alta l’attenzione della società civile su quei drammatici giorni. Diversi elementi ci dicono che le forze di polizia sono arrivate a Genova in un’ottica di scontro. L’esperienza vissuta sulla propria pelle alla Diaz ha permesso a Guadagnucci di capire, nel corso dei processi, come si erano preparati all’“evento” Canterini e i suoi uomini. Un manipolo di agenti usato in più situazioni, e che si è distinto sia nei pestaggi della Diaz sia in quelli del 20 luglio a via Tolemaide. «Quel reparto – ricorda – è stato addestrato a Ponte Galeria da istruttori statunitensi, e armato con dotazioni speciali». Tra queste spicca il tonfa, manganello col manico “a sette” che era stato sperimentato a Napoli pochi mesi prima e poi adottato a Genova. «Porto ancora sulle braccia i segni degli squarci che mi provocò quell’aggeggio», dice. «È lo stesso che il vice di Canterini, Michelangelo Fournier ,ha definito in aula “uno strumento letale”». La svolta di Genova da sola non basta a spiegare la deriva di rimilitarizzazione latente della polizia e la sostanziale impunità di cui gode chi indossa una divisa. «Un altro spunto di riflessione è fornito dalla riforma dell’arruolamento. Oggi il 100 per cento degli ingressi in polizia è rappresentato dai riservisti volontari dell’esercito, evidentemente già addestrati secondo una logica militare». Secondo Guadagnucci, poi, non si può ignorare l’effetto creato dalle promozioni dei responsabili dei pestaggi, alcune delle quali avvenute addirittura durante i processi che li vedevano imputati. «Gli abusi, che in situazioni particolari (carceri e commissariati) diventano violenza fisica, sembrano oggi essere considerati sempre più una eventualità contemplata come possibile. Io credo che in questo abbia giocato un ruolo fondamentale l’atteggiamento della polizia definito “omertoso come in un processo di mafia” dal pm del caso Diaz. Non solo. L’assenza di “pulizia” interna ha dato la sensazione di legittimazione di impunità morale e professionale che poi viene interpretata come viene interpretata». In tutto questo non si può non notare che i governi di diverso colore hanno tenuto un identico atteggiamento. «La copertura garantita a tutti gli alti in grado, a partire dal prefetto De Gennaro, fa capire che c’è qualcosa di guasto negli apparati della politica, e che questa è molto debole nei confronti delle forze dell’ordine». Proprio come negli anni di piombo.

**

Sì al reato di tortura

Il magistrato Livio Pepino, membro togato del Csm e direttore della rivista Questione giustizia, interviene su detenzione e diritti di Donatella Coccoli

Giudice Pepino, dai processi d’appello per i fatti di Genova al caso Cucchi, che ne pensa?
Due sono gli aspetti. Il primo riguarda una obiettiva emergenza della situazione generale di tutela della salute e della incolumità delle persone in stato di restrizione, non solo detenzione. Siamo al 65esimo caso di suicidio in carcere, ieri (martedì 17, ndr) si è ucciso un ragazzino nel carcere minorile di Firenze. Se affianchiamo a questo il fatto che si ripetono episodi di maltrattamenti di persone che sono per qualche ragione affidati ad autorità di polizia e se aggiungiamo il terzo elemento, e cioè che manca, per una colpevole inerzia del Parlamento, il reato di tortura, emerge un quadro in cui la tutela della salute delle persone che sono in condizione di privazione della libertà è molto a rischio. Il secondo aspetto, poi, che per ragioni diverse questi reati siano raramente accertati, è uno dei problemi che la magistratura di un Paese democratico deve porsi.
Cosa pensa di un corpo separato delle forze dell’ordine per queste indagini?
Qui si dovrebbe dimostrare l’indipendenza e la capacità di fare accertamenti adeguati da parte della magistratura. Istituire un corpo ad hoc… non mi sembra opportuno mentre il reato di tortura faciliterebbe. Penso che le forze di polizia sane avrebbero tutto l’interesse a indagare su se stesse per restituire trasparenza laddove trasparenza non c’è stata e a isolare comportamenti che sono lesivi dei diritti delle persone e anche della autorevolezza della polizia stessa.
Dei processi di appello di Genova per ora non se ne parla molto. I media possono influenzare la cultura?
Su temi come questo la tensione e l’attenzione della stampa sono fondamentali. Nel senso che in un clima come quello attuale, in cui c’è una vera e propria ossessione per la sicurezza, la preoccupazione della tutela dei diritti tende a scomparire. Se l’opinione pubblica, i media prestassero un’attenzione maggiore, credo che questo determinerebbe una cultura diversa, e ciò non potrebbe che avere effetti positivi sull’operato della polizia e della magistratura.
E sull’operato delle forze di polizia non le sembra che ci sia stata una deriva?
Difficile una spiegazione. Forse le ragioni sono molte. Certo, un clima culturale in cui si presta meno attenzione a questi profili di cui stiamo discutendo favorisce un’attenuazione della cultura delle garanzie e può determinare comportamenti come quelli a cui abbiamo assistito. Ora sui casi Diaz e Bolzaneto, la discussione verte sull’accertamento delle responsabilità ma entrambe le sentenze di primo grado hanno descritto una situazione che definire di tortura è dir poco. Per cui il punto aperto è chi ne sono stati i responsabili, su questo la discussione è aperta con esiti che in primo grado sono stati insufficienti a detta degli stessi giudici.

**

Precedente Bolzaneto

Al processo d’appello per le violenze nella caserma del G8, i legali di parte civile citano il caso Cucchi. «Le assoluzioni in primo grado creano un clima di impunità. Così i pestaggi in carcere continuano» di Sofia Basso

Impossibile non aver visto le raffiche di calci, schiaffi, pugni e sputi che poliziotti e agenti di custodia hanno inferto ai no global rinchiusi nella piccola caserma di Genova Bolzaneto. Impossibile non aver sentito le minacce, gli insulti e le grida inneggianti al nazifascismo delle forze dell’ordine, o le urla di dolore degli arrestati. Impugnando la sentenza di primo grado che ha assolto 30 dei 45 imputati e comminato solo 23 dei 76 anni di carcere chiesti dai pm, il 12 novembre gli avvocati di parte civile sono tornati nell’aula magna del Tribunale di Genova per dire la loro verità: dal 20 al 22 luglio 2001 a Bolzaneto è andata in scena una mattanza permanente, giorno e notte, nel cortile, nelle celle, nel corridoio, nei bagni e persino in infermeria. Tutti quelli chiamati in causa dall’accusa sono responsabili e vanno puniti con l’aggravante di aver agito per «motivi futili e abietti». Sia quando imponevano la “posizione vessatoria”, costringendo gli arrestati a stare per ore in piedi, a gambe divaricate e braccia alzate, sia quando lasciavano che Tabbach venisse picchiato sull’unica gamba sana, che ad Azzolina venisse aperta la mano divaricandogli le dita, che a Larroquelle si rompessero tre costole con calci e pugni. Ogni volta, insomma, che gli uomini in divisa e in camice in servizio a Bolzaneto in quei tre giorni compivano o assistevano alle grandi e piccole vessazioni contro i 252 fermati che si sono costituiti parti lese. «Ogni due o tre minuti qualcuno tirava una sberla, un insulto o un colpo agli arrestati», ha calcolato l’avvocato Stefano Bigliazzi. Il collegio di primo grado ha riconosciuto «le condotte inumane e degradanti», comprese nella «nozione di tortura», ma non ha ritenuto «pienamente provata la sicura consapevolezza» degli imputati. Così, oltre a lasciare impuniti i tanti autori materiali delle violenze, rimasti senza volto e senza nome per la mancata collaborazione delle forze dell’ordine, sono andati assolti anche molti graduati. Prendendo la parola in un’aula semideserta, senza imputati, senza parti offese, senza giornalisti, gli avvocati di parte civile del processo d’appello iniziato il 20 ottobre hanno tentato di modificare una sentenza che, malgrado gli scarsi effetti pratici per il sopraggiungere della prescrizione e dell’indulto, ha però una fortissima valenza simbolica. Perché si tratta di sanzionare i fatti del G8 che Amnesty ha definito «la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale». Dicendo una volta per tutte se in Italia le forze dell’ordine possono abusare del monopolio della forza e farla franca. «Questa sentenza ha creato, perpetuato, il clima di violenze che vediamo in questi giorni, a partire dal caso di Teramo in cui le guardie ricordano che i massacri si fanno di sotto. Gli agenti sanno che saranno impunti e quindi continuano. Purtroppo i magistrati non hanno avuto il coraggio di dare sentenze giuste», sottolinea a margine del processo l’avvocato Simonetta Crisci. Di un’occasione persa per dare una «valenza esemplare» parla anche l’avvocato Riccardo Passeggi: «Così i pestaggi in carcere continuano». «È mancata la consapevolezza della gravità inaudita dei fatti da giudicare. Se non c’è stato il morto è stato solo per un caso», dice l’avvocato Paolo Sodani, rievocando in aula il recente caso Cucchi. «C’è un problema di democraticità delle forze dell’ordine». E c’è il vuoto «vergognoso» del reato di tortura che il nostro Paese non ha ancora introdotto.  A puntare il dito contro il mancato aggravante per motivi abietti e futili è l’avvocato Alessandro Gamberini: «È importante che la Corte dia il senso della gravità dei fatti anche attraverso questo indicatore. Il trattamento inumano e degradante, che la sentenza elenca, designa l’abiezione morale di chi ha compiuto quegli atti. Purtroppo il tribunale non ha tratto le conseguenze». Per Gamberini il fatto che qualche imputato sia intervenuto per fermare alcune violenze, come lo spruzzo di spray urticante nelle celle, dimostra una loro «complicità consapevole della soglia di impunità: si preoccupano che emerga la loro responsabilità se ci scappa il morto». Né si deve dimenticare che le vessazioni sono continuate anche in infermeria: «Le violenze da parte dei medici sono la cosa peggiore e indicano l’assoluta violazione del giuramento d’Ippocrate e dei loro doveri», denuncia Bigliazzi, che chiede alla Corte di condannare tutti e cinque i medici, non solo il responsabile Giacomo Toccafondi, e pure i carabinieri che, dice, non saranno stati «i bravi di don Rodigo ma i don Abbondio sì». Il legale di parte civile ricorda che dei 209 testimoni di parte offesa, solo 3 sono stati condannati. I primi a mettere in discussione la sentenza del 14 luglio 2008 erano stati, in apertura del processo d’appello, i pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati. Per i due magistrati «è illogico che gli imputati abbiano avuto contezza di una serie così consistente di condotte vessatorie e non di altre, essendovi prova certa del fatto che le violenze fisiche e morali si sono protratte per tutti i tre giorni». I reati consumati a Bolzaneto, fa notare la pubblica accusa, «sono indubbiamente gravi e assolutamente ingiustificati e non necessitati dai comportamenti dei fermati ma da una volontà di vessazione originata dalle caratteristiche e dalla condizioni delle persone arrestate (no global). Il movente è assolutamente sproporzionato, un’occasione per l’agente per dare sfogo al suo impulso criminale». I pm sottolineano che è «naturale che sulle vessazioni sistematiche e ricorrenti, costituenti la base del complessivo trattamento disumano, vi siano plurimi riscontri incrociati», non sempre possibili anche per i singoli episodi di violenza. Tra le prove del dolo, per l’accusa, c’è il fatto che molti imputati ridono delle umiliazioni e delle sofferenze subite dalle vittime. Molte delle quali, dopo otto anni, non hanno ancora avuto giustizia.

**

Diaz, massacro negato

Sembrava il caso più semplice perché le brutali aggressioni erano confermate dalla documentazione filmata e dalle gravissime lesioni subite dai no global. Tutte “da difesa”, come i traumi cranici ripetuti, le braccia spezzate a protezione del capo, le lesioni traumatiche alle gambe e in parti del corpo raggiungibili solo se la vittima è a terra. Invece è proprio nel processo sul massacro alla scuola Diaz che sono arrivate le assoluzioni più pesanti, condannando solo, e parzialmente, Vincenzo Canterini e gli uomini del reparto mobile. L’appello inizia il 20 novembre, sempre a Genova. L’impugnazione dei pm Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini è durissima. Ai giudici di primo grado contestano «forzature», «errori grossolani», «carenza delle ragioni giustificatrici» e tante contraddizioni. «Non basta il bilancio complessivo degli 87 feriti su 93 arrestati per arrivare all’ossimoro della colluttazione unilaterale», lamenta l’accusa. I giudici ammettono l’esistenza di un accordo tra agenti e superiori del settimo nucleo per «garantire l’impunità» dei sottoposti ma assolvono tutti gli altri corpi, malgrado riconoscano che fossero presenti all’azione. Soprattutto non accolgono quello che i pm definiscono il «ruolo di incitamento trainante degli imputati capisquadra e comandanti che guidano alla carica e all’azione violenta». Il collegio, tra l’altro, si preoccupa anche di valutare se la perquisizione alla Diaz fosse o meno giustificata. Tema ritenuto non rilevante da Zucca e Albini, la cui tesi è che «l’operazione abbia rappresentato il culmine di una linea di azione di politica repressiva, frutto di una decisiva svolta nella gestione delle forze dell’ordine, diretta al raggiungimento di un risultato visibile, che avrebbe consentito di risollevare, in una sorta di decisivo e irripetibile riscatto finale, l’immagine di una polizia rimasta inerte di fronte agli episodi di saccheggio e devastazione». Da qui la fabbricazione di prove false, come l’aggressione a un agente e le bottiglie molotov, quando era evidente il fallimento dell’operazione e il suo alto costo umano. Un mutamento di strategia che il giudice si prende la briga di definire legittimo («era giunto il momento di dedicare tutte le forze dell’ordine a individuare e arrestare i colpevoli delle devastazioni»). Eppure dubbi, a un certo punto, pare li avesse avuti addirittura il prefetto Arnaldo La Barbera, che di fronte al nervosismo evidente degli agenti avrebbe sconsigliato di procedere: «Ognuno conosce gli animali suoi, dottore…».      s.b.

**

Cie, diritti “sedati”

Nei Centri di identificazione ed espulsione la violenza ha vari nomi. Dalla coercizione fisica a quella psichica si arriva a negare anche la tutela della salute di Rossella Anitori e Rocco Vazzana

Il manganello non è il solo mezzo che lo Stato ha a disposizione per esercitare il proprio potere di coercizione. Nei Centri di identificazione ed espulsione (Cie) italiani può accadere di tutto. E la violenza può assumere forme diverse. Più che nelle carceri è difficile riuscire a reperire informazioni certe di ciò che avviene all’interno. Le voci di chi è recluso nei Centri parlano di maltrattamenti e umiliazioni. «Ogni sera ci sedano col Minias – denuncia un detenuto del Cie di Ponte Galeria a Roma che chiede di rimanere anonimo – una medicina molto potente che ci fa dormire». Il farmaco in questione rientra nella categoria delle benzodiazepine, che il bugiardino definisce sedativo-ipnotico, «indicato soltanto quando il disturbo è grave e provoca notevole disagio al paziente», perché presenta numerose controindicazioni e facile dipendenza. La gestione dei Centri non è trasparente. A partire dalle modalità con cui le persone vengono rinchiuse. Se in una normale prigione, infatti, finisce chi ha commesso un reato “classico” rigidamente stabilito da un corpus giuridico, in un Cie, invece, entra l’immigrato che ha come unica colpa quella di non essere in possesso di un documento di riconoscimento. Reato “moderno” stabilito dal Pacchetto sicurezza. E non è raro essere sprovvisti di documenti se ad esempio stai scappando da una guerra, un regime dittatoriale o dalla fame. Ma capita spesso di trovare all’interno dei Cie anche persone che proprio non dovrebbero starci, per legge. È il caso richiedenti asilo, che dovrebbero essere ospitati in strutture differenti, non militarizzate, come i Cara (Centri d’accoglienza per richiedenti asilo). Eppure nei Cie italiani il diritto si calpesta molto facilmente. «Spesso segnaliamo alla questura casi controversi – spiega Simone Ragno, consulente del garante dei detenuti della Regione Lazio che presta servizio presso il Cie di Ponte Galeria a Roma -. Molte volte, ad esempio, ci sono legami di parentela con persone italiane. Questi detenuti non dovrebbero stare qui, bisognerebbe riconoscere loro il diritto al ricongiungimento familiare. La cosa assurda è che viene contestato il reato di clandestinità anche a chi vive nel nostro Paese da molti anni e che magari ha creato in Italia una famiglia». E per la legge voluta dal ministro dell’Interno Roberto Maroni, un clandestino in attesa di identificazione può essere trattenuto in un centro fino a 6 mesi. Centottanta giorni di limbo giuridico che sospendono il destino di migliaia esseri umani. A ciò si aggiunge il ping pong tra carcere e Cie a cui sono sottoposti i clandestini. «Il nostro lavoro è soprattutto da ponte tra il centro e il carcere – prosegue Ragno -. La maggior parte dei detenuti maschi di Ponte Galeria proviene proprio dagli istituti di pena. Il grosso problema sta nel fatto che queste persone non vengono identificate in prigione, se così fosse al Cie rimarrebbero al massimo 10 giorni. A volte si sfiora l’assurdo. Di recente, ad esempio, ho seguito il caso di un uomo che si è trovato in questa condizione: è stato trattenuto nel Cie, una volta uscito è stato sorpreso dalle forze dell’ordine senza documenti ed è finito in carcere. Quando avrà finito di scontare la pena tornerà al Cie, è un gioco senza fine». Spesso, dunque, in nome della sicurezza, il rispetto della dignità umana passa in secondo piano. «Due giorni fa – racconta Alain (nome di fantasia) – sono caduto mentre ero in bagno. Il pavimento era bagnato e non c’era neanche la luce. Il medico mi ha detto che non ho niente di grave ma il ginocchio è gonfio e mi fa male. Non riesco ad alzarmi, ho chiesto le stampelle ma mi è stato detto che se non ce la faccio a camminare posso pure rimanere in cella».  Non è difficile passare sulla testa di un clandestino che, per definizione, vive di nascosto. E lontano da occhi indiscreti, in queste galere per migranti si consumano quotidianamente piccole e grandi ingiustizie. A parte i casi di violenze fisiche, più volte denunciate nei centri sparsi nella penisola, è il trattamento sanitario che preoccupa molti. Nella maggior parte dei casi, gli ambulatori sono gestiti dalla Croce rossa e, tranne il servizio di primo soccorso, sono totalmente assenti gli specialisti. E in una contingenza particolare, come quella attuale con l’allarme legato all’influenza A, le contraddizioni di un sistema debole escono, esplodono. A Ponte Galeria, venerdì scorso, un detenuto è stato ricoverato d’urgenza all’ospedale Spallanzani col sospetto di aver contratto il virus H1N1. In un luogo sovraffollato e promiscuo, come il Cie romano, il rischio pandemia è dietro l’angolo. Come avrà agito l’amministrazione della struttura per arginare il pericolo? «A noi che lavoriamo a contatto con i clandestini – afferma Simone Ragno – è stato consigliato di stare a distanza, visto che ci sono stati casi sospetti. Hanno parlato di un paio di casi di contagio. Ma un paio potrebbe voler dire anche più di due. Da quello che so io, non c’è stata alcuna vaccinazione degli altri detenuti, si sono limitati a trasferire le persone a rischio. La Croce rossa dice che sta facendo tutto il possibile per risolvere questa situazione ma al momento non si muove nulla. D’altronde quando si verificano episodi del genere, come in passato con la tubercolosi, si provvede all’allontanamento dei contagiati. Controllare tutti i detenuti non è semplice». Controllare i detenuti non sarà semplice ma se lo Stato prende in custodia degli esseri umani è responsabile di tutto ciò che potrebbe accadere loro. E per chiedere attenzione, i detenuti hanno portato avanti per due giorni uno sciopero della fame. Anche perché, turbati dal malessere improvviso di un loro compagno, portato d’urgenza in ospedale, si era diffusa la voce che fosse morto. Ho incontrato il vicedirettore del Cie – racconta la consigliera regionale Anna Pizzo che si è recata in visita al Centro – e ho chiesto spiegazioni su questi casi. Mi è ha detto che una persona ha avuto un’ischemia cerebrale ed è ancora in prognosi riservata al San Camillo, e ha confermato il caso sospetto di influenza suina. A ogni modo, le condizioni di detenzione sono pessime. Il vicedirettore ha ammesso che nel Cie non funzionano i riscaldamenti e non ci sono coperte sufficienti per i detenuti. Non funzionano neanche i bagni, e alcuni reparti, soprattutto quelli femminili, sono stati chiusi». Diritti negati, indifferenza e violenza: piccole Guantanamo made in Italy. left 46/2009

Annunci

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

Discussione

Non c'è ancora nessun commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

Aggiornamenti Twitter

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: