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Società

In ricerca di pace

Il movimento Science for peace è nato per individuare i più efficaci antidoti contro lo scoppio dei conflitti. Le proposte di Veronesi, el Khayat, Bonino ed Ebadi di Federico Tulli

«Ho fatto un lavoro sulla violenza, in particolare sulla violenza che subiscono le donne nel mondo. Ho fatto anche il conto delle persone uccise nel XX secolo e la somma è allucinante. Si parla almeno di 300 milioni di morti. Minimo. La sola Seconda guerra mondiale ha lasciato sul campo 60 milioni di esseri umani. E cercando ancora ho trovato, per esempio, 200mila morti in Madagascar nel 1944, un milione di morti in Armenia, e poi il Rwanda. Gente che muore di violenza, e non sto parlando di cataclismi o di malattie ma di armi usate dagli uomini su altri uomini. E questa è una caratteristica antropologica umana su cui bisogna riflettere scientificamente. C’è chi pensa che la guerra sia una funzione scritta nei geni, che regola il numero di esseri umani sulla terra. Io, come donna e come scienziato, sono contro quest’idea». Rita el Khayat, scrittrice e antropologa marocchina, è socia onoraria del movimento Science for peace. Nelle sue parole, nella sua indignazione, nel suo rifiuto del concetto di violenza intesa come caratteristica specifica del genere umano e come tale impossibile da prevenire o sradicare, c’è l’essenza della due giorni di Milano. Un evento che “costringe” la comunità scientifica mondiale a uscire dal proprio habitat naturale per sensibilizzare l’opinione pubblica e indirizzarla verso la realizzazione che un mondo senza guerre oltre che possibile è indispensabile. Impegno che ricercatori del calibro di Claude Cohen-Tannoudji (premio Nobel per la Fisica 1997), Luc Montagnier (premio Nobel per la Medicina 2008), Harold Walter Kroto (premio Nobel per la Chimica 1996), solo per citarne alcuni, intendono onorare al meglio dopo aver aderito al Movimento ideato dalla Fondazione Veronesi. Tutti d’accordo sul fatto che il genere umano non si può più permettere alternative a un mondo orientato verso la progressiva pacificazione. «In quanto scienziati – osserva l’oncologo Umberto Veronesi – pensiamo che il tema della pace debba urgentemente essere riportato al centro del dibattito civile. Vogliamo creare una cultura di tolleranza e di nonviolenza. Per questo chiediamo a tutte le nazioni la progressiva riduzione degli armamenti per destinare parte degli investimenti ai bisogni più urgenti della gente: nuovi ospedali, asili, scuole, e la ricerca scientifica». Un’importante sponda politica alle richieste di Veronesi è fornita, con il consueto pragmatismo, dalla vice presidente del Senato e parlamentare radicale del Pd, Emma Bonino (che partecipa alla tavola rotonda dal titolo “Verso una politica estera e di sicurezza comune dell’Unione europea”): «Credo che il problema non sia quello di negare i conflitti – dice Bonino – ma di capire come è possibile superarli in maniera nonviolenta. Troppo spesso la politica ha agito in ritardo, e un movimento come Science for peace nasce per spingere i governi a trovare soluzione nonviolente ai conflitti. Una di queste potrebbe essere l’istituzione di unico esercito europeo. Molto meglio di 27 eserciti nazionali, sovrabbondanti, dispendiosissimi e francamente inutili». Un ideale filo rosa unisce le parole di El Khayat e Bonino a quanto detto dal premio Nobel per la Pace 2003, Shirin Ebadi, in una recente conferenza a Venezia: «Nel mondo di oggi, avere un esercito non serve a garantire la sicurezza di quel Paese. Giappone e Costarica non hanno eserciti; e non soltanto non hanno alcun problema sotto questo aspetto ma hanno raggiunto uno sviluppo sostenibile». Una società senza soldati è necessaria ma non è sufficiente, nota Ebadi (che partecipa alla tavola rotonda dal titolo “Immaginare e costruire un mondo di pace”): «La libertà di parola e la stampa indipendente sono gli elementi più importanti per la salute politica di una società. La stampa indipendente è un ostacolo agli abusi del potere». Il terzo e ultimo punto che evidenzia l’attivista iraniana riguarda la negazione dell’identità dell’“altra metà” del mondo: «Una società dove non si apprezza la partecipazione sociale delle donne, non soltanto commette una discriminazione contro le donne ma ignora e si priva della metà del potenziale della propria società; ed è evidente che non può raggiungere lo sviluppo come un sistema sano che usufruisce di tutto il proprio potenziale sociale». Un messaggio che non deve, non può rimanere senza destinatario.

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La due giorni di Milano

Due giorni in cui le parole si traducono in azioni concrete da attuare subito. È questo l’obiettivo della conferenza annuale di Science for peace. La prima edizione si svolge il 20 e 21 novembre a Milano (università Bocconi). Vi partecipano oltre 20 premi Nobel, scienziati di tutte le discipline, insieme a personalità significative della filosofia, della letteratura, dell’arte, di religione e della società. Tutti coloro cioè che hanno accettato l’invito dell’oncologo Umberto Veronesi a diventare parte attiva del movimento Science for peace. Ideato dalla Fondazione Veronesi (organizzatrice dell’evento), il movimento si pone due obiettivi prioritari: creare le basi culturali per lo sviluppo e la diffusione del concetto di pace e progressiva riduzione delle spese militari nel mondo nell’ottica di un’efficace prevenzione dei conflitti. Per consultare il ricco programma di conferenze e tavole rotonde visitare il sito http://www.fondazioneveronesi.it.

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La chiave del multilateralismo

«Costituire un esercito unico europeo che diventi forza di pace della Ue. Consentendo così anche una riduzione della spesa militare complessiva dei 27. Favorire la formazione di comitati regionali di scienziati dei Paesi delle aree “calde” del mondo, per indurli a dialogare. Affinché concertino azioni di pressione sui rispettivi governi finalizzate alla soluzione pacifica di conflitti. Promuovere una cultura della pace a tutti i livelli del sistema didattico. Formare un comitato di rappresentanti di istituti bancari e di imprese per pianificare una politica del credito che non favorisca il finanziamento di attività di produzione militare». Alberto Martinelli, segretario generale della conferenza e professore di Scienze politiche all’università di Milano, anticipa a left alcuni dei principali temi in discussione a Science for peace. Progetti ambiziosi che una volta trasformati in proposte concrete saranno depositati sui tavoli delle cancellerie dei 27 Paesi Ue. «Sono loro i principali destinatari del nostro messaggio», spiega il professore. «In particolare “miriamo” a sollecitare quei governi che a livello internazionale possono stimolare le decisioni “di pace” che noi scienziati intendiamo perseguire». Oltre alle istituzioni, sono i cittadini che le eleggono a dover recepire il messaggio di promozione di una cultura attiva della pace lanciato da Science for peace. Con lo stesso obiettivo l’opera del movimento deve proseguire tra gli scienziati dei diversi Paesi. Martinelli riconosce che l’impegno assunto dalla comunità scientifica internazionale non è affatto agevole, pur partendo da una base di notevole prestigio sociale. Un modello di approccio efficace sarà proposto oggi dal segretario della conference alla tavola rotonda “Una strategia multilaterale per un mondo di pace”. «L’attuale situazione reale dei rapporti di forza tra le grandi potenze mondiali è di multipolarismo. Non c’è un’unica potenza egemone con tutti gli altri in posizione subordinata. Certo, pesa la prevalenza americana in campo militare e tecnologico ma Cina e India sono in crescita, ad esempio. Un mondo multipolare – prosegue – può dar luogo a strategie multilaterali, cioè di cooperazione, nell’affrontare le questioni dell’agenda globale: dall’ambiente alla regolamentazione della finanza globale, dalla gestione dei flussi migratori al contrasto della grande criminalità internazionale o del terrorismo. Con altri studiosi provenienti da Usa, Cina e Russia cercheremo di vedere quanto, nelle linee di politica estera delle maggiori potenze, sia compatibile o meno con una vera strategia multilaterale di governance globale».    f.t.

 

**left 46/2009**

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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