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Ricerca scientifica

Cellule staminali, la ricerca non si ferma. Il Vaticano se ne faccia una ragione

È davvero possibile curare l’infertilità con le “embrionali”?  Tre eminenti studiosi e un bioeticista commentano il caso aperto da Nature di Federico Tulli

“Adulte 58, embrionali 0: tra staminali non c’è partita”. Si era in piena campagna referendaria contro la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita quando il 24 maggio 2005 l’Avvenire se ne uscì con questo titolo sparato a tutta pagina. L’articolo, poi, sviluppava il concetto: «Se le pesiamo sulla bilancia dei fatti e non su quella della propaganda le staminali embrionali rivelano un’imbarazzante inferiorità rispetto a quelle adulte. Nei laboratori di tutto il mondo, infatti, dalle staminali adulte sono stati ottenuti benefici per 58 malattie. E le cellule tratte da embrione, quelle che – se prevalessero i sì ai referendum – ci farebbero guarire da infermità di ogni tipo stando ai suggestivi ma ingannevoli slogan della campagna pro-referendum? Allo stato attuale la loro utilità clinica è pari a zero. Allora perché insistere?». Quel referendum, condizionato dalla martellante propaganda della Conferenza episcopale, finì come sappiamo. La legge è rimasta in vigore, e solo la perseveranza delle coppie di pazienti infertili ha permesso alla Corte costituzionale, a distanza di quattro anni, di smascherarne le ideologiche e antiscientifiche incongruenze denunciate dai sostenitori del referendum (vedi il dossier “Tutti pazzi per gli embrioni”, Avvenimenti del 7 giugno 2005). Oggi altri nodi vengono al pettine. E in queste pagine, con l’aiuto degli scienziati Fulvio Gandolfi, Carlo Flamigni, Elena Cattaneo e del presidente del centro studi biogiuridici Ecsel, Luca Marini, risponderemo anche a quelle due domande del quotidiano dei vescovi. L’occasione di un seria valutazione dell’importanza e dello stato della ricerca sulle cellule staminali embrionali umane ci è fornita dai risultati di uno studio condotto alla Stanford university (California), pubblicati su Nature. I ricercatori Usa, guidati dal biologo Renee Reijo-Pera, sono riusciti a riprodurre una riserva di cellule germinali – cioè quelle riproduttive capostipiti di ovociti e spermatozoi- e contano di ripetere l’esperimento partendo da cellule staminali della pelle. Ma l’aspetto più importante è che per la prima volta sono stati osservati in azione i geni che regolano le tappe di formazione delle cellule germinali (gameti) nell’embrione umano. Potrebbe quindi essere stata imboccata la strada verso la comprensione di molti casi di sterilità. Inoltre, secondo Reijo-Pera, la scoperta del meccanismo alla base della formazione delle cellule germinali permetterà in futuro, per ciascuna persona colpita da infertilità, di produrre “in proprio” una riserva di gameti su misura.

«Ancora una volta si è visto a cosa servono veramente le cellule staminali in generale e le embrionali in particolare. Cioè a studiare dei meccanismi che altrimenti non sarebbe possibile osservare direttamente, specie nell’uomo», dice a left il professor Gandolfi del dipartimento di Scienze animali all’università di Milano e vice direttore del progetto Gemini (Maternal interaction with gametes and embryo). «Lo studio di Nature – spiega – è l’ultimo di una lunga serie di lavori di questo tipo iniziati nel 2003. Quando per la prima volta si è visto che le cellule staminali embrionali, oltre a tutta una serie di tessuti, possono fornire anche le cellule germinali da cui poi derivano i gameti maschili e femminili (spermatozoi e ovuli)». Nell’uomo la gametogenesi non era mai stata studiata direttamente come invece già accade nel topo o in qualsiasi altro animale da laboratorio. Da qui a individuare delle terapie per l’infertilità quanto è lungo il passo? «Si è ancora molto lontani dall’ottenere dei veri ovociti e dei veri spermatozoi. Dal punto di vista funzionale siamo solo ai primi abbozzi di gameti, a una distanza di anni luce – sempre in termini funzionali – dall’ottenere degli embrioni. In senso fisiologico, queste cellule devono fare moltissimi chilometri per acquistare funzionalità. Ammesso che questo abbia un senso anche per la terapia contro la fertilità». è ancora presto, dunque, per sapere se e quando certe intuizioni si tradurranno in risultati concreti in campo medico.

«Spesso fanno notizia gli aspetti più spettacolari di uno studio e si perde di vista la reale importanza degli approcci di tipo sperimentale – precisa Gandolfi -. Questo filone di ricerca sulle cellule staminali, embrionali e non, viene venduto come la cura immediata di tante malattie. Di certo in tempi brevi nessuno è in grado di mantenere un’eventuale promessa di terapie cellulari. Ma lo studio delle staminali è sicuramente fonte notevole di conoscenze di base che poi porteranno a importanti progressi terapeutici. Accade oggi con l’infertilità quanto succedeva una decina di anni fa quando lo studio sui tumori fece da propulsore a gran parte della biologia cellulare. Allo stesso modo – conclude Gandolfi – l’immunologia ha fatto dei passi da gigante con la “scusa” dell’Aids».

Anche il professor Carlo Flamigni, libero docente in Clinica ostetrica e ginecologica e componente del Comitato nazionale di bioetica, pone l’accento sull’importanza della ricerca di base. «Questo – ci spiega – è il primo studio che è riuscito a produrre cellule primordiali della linea germinale. Mentre è lontana la produzione di ovociti e spermatozoi umani. Non ci sono prove che da questi gameti potranno “uscire” degli “embrioni embrioni”, né che questi saranno perfettamente normali. Ma resta un esperimento di grande valore scientifico e clinico: servirà per capire molte cose sulla biologia dei gameti, e, in un futuro non prevedibile, aprirà la strada alla soluzione di molti casi di sterilità». Infine un commento sull’inevitabile (in Italia) levata di scudi delle schiere cattoliche contro i risvolti etici legati alla scoperta. «Giornali prestigiosi hanno titolato “Forse bambini senza genitori”. Questa è una sciocchezza straordinaria, perché quando si otterrà un embrione e poi nascerà un bambino avrà un patrimonio genetico di due persone reali, non inventate in laboratorio. I paladini dell’etica – sottolinea Flamigni – dimenticano sempre che ciò che conta per un bambino non è il Dna del padre ma il rapporto che è capace di dare».

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«Un grande passo verso la conoscenza»

Intervista a Elena Cattaneo, direttrice del Centro di ricerca sulle cellule staminali della Statale
di Milano

Professoressa Cattaneo, qual è il grande merito della scoperta annunciata su Nature?
Secondo me la grandiosità di questa scoperta è nell’avanzamento di conoscenza. Si tratta di un risultato che permette di aprire una finestra su qualcosa che prima ci era impossibile studiare.
Si parla di possibili terapie per l’infertilità.
L’infertilità è legata a un problema nella formazione delle cellule germinali. Ma per poter studiare cosa c’è che non va occorre riprodurre in laboratorio le fasi che portano allo sviluppo di queste cellule. Una terapia ci sarà nel momento in cui si arriverà a capire di più su questi meccanismi. Alla Stanford si è compiuto un passo importante in questa direzione. È la prima volta che si ripercorre in laboratorio la transizione da cellula staminale umana a gameti. E il prodotto finale, in base alle caratteristiche presentate nel lavoro, è altamente qualificato.
Ci dica di più…
Le cellule staminali embrionali umane su cui hanno lavorato i colleghi americani sono pluripotenti, cioè in grado di formare i 250 tipi cellulari del nostro organismo, comprese le cellule germinali. Loro sono riusciti a indirizzare quelle cellule embrionali verso il solo differenziamento germinale. Ripercorrendo il tragitto quasi completamente. Dico quasi, per non sembrare troppo ottimista. Ora quindi si ha la possibilità di studiare come si formano le germinali. E si può anche studiare come fa una cellula che ha un corredo di 46 cromosomi (come tutte le nostre cellule) a dare origine a gameti (ovuli o spermatozoi) che invece hanno un corredo di 23 cromosomi. Si tratta della meiosi, un fenomeno che conosciamo da centinaia di anni ma che ancora non ha una spiegazione.
Tre anni fa Shinya Yamanaka riuscì a riprodurre in laboratorio cellule embrionali partendo da staminali adulte, posando una pietra miliare nell’avanzamento della ricerca in questo campo. La nuova scoperta è paragonabile a livello di importanza a quella dello scienziato giapponese?
Lo studio pubblicato su Nature, come tutte le prime scoperte è certamente degno di grande attenzione. Poi però una scoperta è veramente tale quando resiste alla verifica del tempo e degli altri colleghi. La differenza con quella di Yamanka è nel fatto che il fenomeno che ora si può studiare “esiste” nel nostro corpo. La suggestione dell’esperimento è che ha riprodotto in laboratorio qualcosa di esistente in natura ma mai osservato prima. Nel caso di Yamanaka, invece, si è seguito un programma che in natura non esiste. Anzi, forse vorremmo proprio che non succeda.
Vale a dire?
Lui ha modificato geneticamente cellule della pelle facendole tornare indietro allo stadio di staminali embrionali umane. Però pur essendo un processo artificiale è anche esso un metodo di sfondamento che ha rivoluzionato la biologia. Noi pensavamo che il Dna della pelle fosse impacchettato in un modo impossibile da “aggredire” e invece scopriamo che è assolutamente plastico. È “bastato” inserire quattro geni per spingerlo a modificarsi e a tornare indietro nel tempo. Quindi anzitutto studiare come fa il Dna a essere plastico è interessantissimo. Poi, ovviamente, tale ricerca potrà avere delle ripercussioni in ambito clinico.
Lo studio della Stanford university sarebbe stato possibile in Italia?
Nel nostro Paese si può lavorare sulle staminali embrionali umane perché la legge lo permette. Ma, come insegna la vicenda del bando dei fondi alla ricerca (vedi box, ndr) che esclude espressamente i progetti di studio sulle staminali umane, c’è che mette in pratica strategie “alternative” che bypassano la permissività della norma. Indubbiamente oggi si fa tanta fatica a lavorare in questo campo. Oramai arriviamo ultimi anche sulla riprogrammazione delle adulte usata nel metodo Yamanaka. Perché è impensabile lavorare su queste cellule senza poter fare tranquillamente una comparazione con le “originali” che si intende riprodurre. Come del resto ha fatto Yamanaka e accade in tutto il mondo. Il che rende inspiegabile anche l’esultanza di coloro che hanno definito “etiche” le cellule riprodotte dal collega giapponese. Il veto governativo, poi, impedisce ai nostri giovani di farsi il curriculum necessario per accedere ai bandi europei. Un danno incalcolabile.
Con le sue colleghe ha presentato appello al Consiglio di Stato.
Il punto critico per tutta la ricerca, per qualsiasi disciplina, è fino a che punto un governo può interferire su aspetti tecnico scientifici. Io non credo che possa farlo in assoluto, perché me lo dice la Costituzione. Un governo ha funzioni amministrative, identifica le tematiche su cui vuole investire. Ma non ha certo le competenze per porre veti su strumenti o filoni di ricerca. Altrimenti vorrebbe dire che un ministro domani può aprire un bando per ricerche su particelle atomiche a esclusione dei neutroni. Nel caso delle embrionali il governo ha impedito l’accesso al bando senza dare spiegazioni. Del resto non c’è ragione, nemmeno scientifica, per escludere questo filone di ricerca. Come dimostra lo studio pubblicato su Nature. Nessuno che abbia un po’ di intelligenza può dire che quella sulle staminali è una ricerca è inutile.         Federico Tulli

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Finanziamenti alla ricerca, il divieto senza senso

Lo scorso marzo il governo Berlusconi ha espressamente escluso le ricerche sulle cellule staminali embrionali umane dai nuovi bandi per i finanziamenti pubblici. Creando così una discriminazione a favore di chi studia le “adulte”, che va persino contro il proibizionismo di cui gronda la legge 40. La norma, infatti, ha tante contraddizioni ma non vieta lo studio su linee cellulari embrionali umane. Dopo l’immotivata decisione dell’esecutivo, Elena Cattaneo, Elisabetta Cerbai e Silvia Garagna – rispettivamente direttrice del centro di ricerca sulle Cellule staminali della Statale di Milano, farmacologa dell’università di Firenze e biologa all’università di Pavia – hanno fatto ricorso al Tar Lazio e, dopo la bocciatura, al Consiglio di stato. L’appello si terrà entro dicembre. La battaglia in difesa del diritto a fare ricerca sulle embrionali è seguita con attenzione dalla scienza mondiale. Come testimoniano due articoli pubblicati su Nature e Science, e il sucesso della sottoscrizione aperta dall’Associazione Coscioni per sostenere le spese legali delle tre ricercatrici, che ha raccolto 15mila euro (info http://www.lucacoscioni.it).

Un Avvenire poco chiaro

Al contrario di quanto sostenuto dall’Avvenire, nel 2005 non c’era traccia (nel mondo) di prove scientifiche dei «benefici per 58 malattie ottenuti da staminali adulte».Come ha detto  il direttore dell’Istituto cellule staminali al San Raffaele di Milano, Giulio Cossu, al congresso mondiale per la Libertà di ricerca scientifica organizzato a marzo dall’Associazione Coscioni, «le uniche trattate con successo col trapianto di cellule staminali sono varie malattie del sangue, una forma rara di malattia genetica della cute, le ustioni della cute e della cornea. Per molte altre malattie genetiche la sperimentazione pre clinica sta dando risultati promettenti ma serve tempo prima che si arrivi a una sperimentazione clinica nelle condizioni migliori per ottenere risultati positivi e ridurre al minimo i rischi connessi a una terapia del tutto nuova».

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Legge 40, inadeguata

Intervista a Luca Marini, vice presidente del Comitato nazionale di bioetica

Professor Marini, la realizzazione di ovociti e spermatozoi “artificiali” potrebbe portare in Italia alla riapertura del dibattito bioetico in materia di procreazione medicalmente assistita?
Sì. La scoperta della Stanford university è affascinante e stimolerà ulteriori progressi scientifici in ordine alla conoscenza delle cause ancora inesplorate dell’infertilità. Tali progressi potranno gettare una nuova luce nel campo dei trattamenti contro la sterilità e portare, in prospettiva, a una revisione dei presupposti scientifici, tecnici e morali della legge 40. è ovvio che occorrerà valutare anche la sostenibilità bioetica e biogiuridica delle applicazioni tecnologiche e commerciali di tali progressi, allo scopo di evitare forme di mercificazione del corpo umano. E’ questo, del resto, il ruolo specifico della bioetica: fornire opzioni etiche necessarie per orientare le scelte di politica normativa concernenti la sostenibilità di taluni sviluppi tecno industriali del progresso scientifico.
Lei è professore di Diritto internazionale alla Sapienza di Roma. Pensando al punto in cui è arrivata la divulgazione scientifica in Paesi come la Gran Bretagna,qual è secondo lei il percorso da seguire?
Ritengo prioritario promuovere la cultura dell’informazione scientifica corretta, obiettiva e fondata, volta a favorire l’informazione e la formazione consapevole del pubblico non specialistico. Il problematico rapporto scienza società non potrà dirsi risolto se i cittadini non saranno correttamente informati: solo la conoscenza consente di sostenere liberamente e consapevolmente il progresso, sia quello scientifico, che quello tecnologico e industriale.
Lei ha detto che «la scoperta di questi giorni può gettare una nuova luce nel campo dei trattamenti contro la sterilità e portare, in prospettiva, a una revisione dei presupposti scientifici, tecnici e morali della legge 40».
In virtù di un principio generale, tutti gli strumenti del diritto, e del biodiritto in particolare, dovrebbero essere periodicamente rivisti alla luce del progresso scientifico e tecnologico. Pertanto, la scoperta fatta a Stanford potrebbe condurre alla riapertura del dibattito sulla legge sulla procreazione medicalmente assistita (Pma), che, erroneamente, si riteneva concluso dopo l’entrata in vigore della legge 40.
Quale sarà il ruolo del Cnb in caso di riapertura del dibattito?
Ogni nuova scoperta scientifica dovrebbe costituire l’occasione per rifondare il rapporto scienza società sulle basi di consapevolezza e compartecipazione che ho ricordato poc’anzi. Auguriamoci che la scoperta della Stanford university serva, in Italia, a far indirizzare in questo senso anche l’azione del Cnb, che negli ultimi tempi è apparso attento a ridefinire soprattutto i suoi assetti interni.
Federico Tulli – left 44/2009

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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