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Ricerca scientifica

Un brillante ciarlatano

Sono passati cento anni dalla morte di Cesare Lombroso. Deriso in vita per le sue ricerche, divenne icona con il fascimo di Federico Tulli

 

«Passò una vita a cercare invano la gloria scientifica rinchiuso giorno e notte in uno stanzino, facendo esperimenti e sezionando cervelli di delinquenti per provare la fondatezza della sua teoria dell’atavismo criminale, ma solo da morto Cesare Lombroso ha ricevuto gli onori cui tanto ambiva. Dal fascismo. Riesumato con l’ondata nazionalista del regime, il padre dell’antropologia criminale trovò posto nell’ideale bacheca di italiche menti, non importa quanto brillanti, da mostrare con baldanza alle potenze straniere concorrenti». A 100 anni dalla sua morte avvenuta a Torino il 19 ottobre 1909, Lombroso torna sotto i riflettori grazie a iniziative culturali ed editoriali (vedi box). Con Luana Testa, psichiatra della Asl Roma D e autrice di pubblicazioni scientifiche sulla storia della psichiatria italiana del 900, tracciamo un profilo di Lombroso che ne fu discusso protagonista. «Quasi nessuno nell’“ambiente” lo considerava uno scienziato», spiega la psichiatra. «Kraepelin, ad esempio, ne aveva scarsa stima, benché lui lo corteggiasse parecchio». Come si spiega allora il successo mondiale de L’uomo criminale (1876), nel quale il criminologo sviluppò la sua teoria antropologica della delinquenza? «Il libro godeva di credito solo tra la gente comune», prosegue Testa. «Quando esce siamo in piena rivoluzione industriale. Le campagne si svuotano a favore delle nuove grandi città. Mentre prima nei paesini tutti si conoscevano, ora il vicino di casa è lo sconosciuto. Che fa paura, può essere un delinquente. Lombroso in qualche modo rispondeva a queste angosce. Delineando il profilo anatomico del criminale forniva gli elementi per riconoscerlo». C’era però un fatto. Lombroso partiva da un suo pensiero che in realtà era fuori da ogni contesto. «Siccome aveva trovato una fossetta mediana nella prima autopsia che fece al cranio di un delinquente, cercò tutta la vita la stessa fossetta in tutti i criminali. Non trovandola, peraltro. Pertanto i suoi presupposti erano errati e a-scientifici. Inventava una cosa e cercava di renderla vera. E tutto sommato ancora oggi la psichiatria organicista fa lo stesso – chiosa Testa -. Quando si trova un gene particolare nel dna di uno schizofrenico subito parte in cerca di quello stesso gene in tutti gli schizofrenici». Misogino e sessuofobico come gran parte della “cultura” del suo tempo, Lombroso dedicò l’ultima parte della vita agli studi esoterici. Fu un gran frequentatore di sedute spiritiche. Ma evidenti segni di pazzia li aveva già manifestati quando “fece” morire suo figlio di 5 anni. La storia è agghiacciante. «All’epoca la difterite era molto contagiosa. Pur essendo un medico e avendo chiara l’idea della contagiosità, fece entrare in casa un amico che non era del tutto guarito dal virus e lo lasciò giocare tranquillamente col figlio. Che dopo pochi giorni morì».

 

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Discutibile ma ancora attuale

Breve colloquio con lo storico della Medicina, Gilberto Corbellini

Ci sono tracce di Lombroso nella medicina moderna?
È opinione comune ritenere Lombroso il principale rappresentante di quel tipo di biologismo e determinismo scientifici che, applicati a problemi di carattere sociale, hanno fatto da anticamera o hanno direttamente determinato derive tecnocratiche rappresentate in molti Paesi dalle leggi eugeniche, discriminanti e razziste. Io la vedo un po’ diversamente. Secondo me Lombroso non era una persona di grande genio, ma sottolineerei l’importanza dei suoi tentativi di decifrare una serie di comportamenti umani a partire dalle conoscenze scientifiche. In linea di principio la sua era un’aspirazione del tutto corretta. Come ritengo sia corretto riuscire finalmente a parlare e impostare certi problemi di carattere politico, sociale, penale su solide basi empiriche.
Lombroso ha vissuto in un periodo di grandi cambiamenti storici, sociali e scientifici. Ed è stato un “maniacale” ricercatore di dati antropologici…
In questo campo secondo me fu il miglior ricercatore dell’epoca. Lui era un gran raccoglitore di fatti. Ma aveva una limitata capacità di critica visto che metteva nello stesso calderone dati oggettivi e presunti “fenomeni” paranormali. Era talmente ossessionato dal dover portare un approccio scientifico ed empirico in tutti i campi che è caduto vittima della medium Eusapia Palladino, un fenomeno da baraccone che ha girato tutto il continente all’inizio del 900 e che comunque folgorò anche diversi premi Nobel.
La donna delinquente (1893) è una sequela di idee preconcette (per non dire razziste) nei confronti del genere femminile. Pensando a Perché gli scienziati non sono pericolosi, che lei ha scritto per Longanesi, il fatto di lavorare sulla base di pregiudizi non rende automaticamente “pericoloso” quel ricercatore?
Gli scienziati sono pericolosi se si allontanano dai fatti. Se mettono i loro preconcetti al di sopra dei fatti o piegano i fatti ai pregiudizi. Ma in questo senso chiunque assume tale comportamento, sia esso scienziato, prete o economista è pericoloso. I pregiudizi di Lombroso riguardo alle donne erano diffusissimi a quel tempo. Ma proprio perché la inadeguatezza delle teorie e dei modelli scientifici che si utilizzavano nella criminologia non consentiva di affrontare empiricamente certe cose, subentravano quei pregiudizi che venivano ammantati di una sorta di scientificità.
Ci spieghi meglio…
Secondo Lombroso esisteva un modello standard di tratti somatici, e lui sosteneva che se c’era uno standard superiore biologicamente e moralmente era quello dell’uomo bianco. Ed è quindi giusto dire che era pericoloso. Come pericolosi erano quei politici che affermavano certe idee di tipo razzista e discriminatorio e poi cercavano un’interazione e una collaborazione con gli scienziati per affermare questi pregiudizi all’interno di norme legislative. Però se noi ci soffermiamo sul fatto della pericolosità delle teorie lombrosiane vediamo solo un aspetto superficiale di un fenomeno molto più complesso.
Quel continuo fare rilevazioni da parte di Lombroso sulle anomalie anatomiche e quindi ricercare nella biologia dell’essere umano la causa di un comportamento violento, può consentirci di fare un nesso con la “filosofia” delle neuroscienze moderne che ricercano nel dna umano le prove genetiche della malattia mentale?
Lombroso andava a vedere la morfologia della testa, faceva dei rilievi craniometrici, cercava le fossette o altre caratteristiche anatomiche, perché quelli erano gli strumenti che gli metteva a disposizione la scienza del tempo e perché era stato influenzato dalla frenologia e dalla fisiognomica. Aveva un approccio morfometrico. Oggi invece si hanno degli approcci funzionali e questo rappresenta un avanzamento epistemologico straordinario nelle scienze del comportamento. Io dico di fare attenzione a guardare alle sciocchezze che può aver detto Lombroso come indicatrici di qualcosa che equivale al filone di ricerca nelle neuroscienze. Adesso si fanno cose che in linea di principio sono quasi simili, ma siccome non credo né nell’anima né nella psiche e ritengo che il comportamento umano sia determinato da processi biochimici che accadono dentro le cellule, penso che anche di questo si debba tener conto. Come anche che questi processi biochimici siano modulati da interazioni con l’ambiente.

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Contraddizioni in mostra

A 100 anni dalla morte del fondatore dell’antropologia criminale, si riallestisce a Torino il “suo” museo, unico al mondo. Dal 27 novembre, al museo di Antropologia criminale “Cesare Lombroso” in mostra collezioni di preparati anatomici, disegni, fotografie, corpi di reato e produzioni artigianali, realizzate da internati nei manicomi e da carcerati. E poi un’importante iniziativa editoriale: Cesare Lombroso cento anni dopo (Utet). Curato da Silvano Montaldo e Paolo Tappero, il saggio affronta la “galassia” Lombroso sotto molteplici punti di vista, aprendo filoni di ricerca nuovi per l’Italia e facendo il punto su alcune questioni ancora oggetto di discussione. left 43/2009

 

 

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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