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Ricerca scientifica

Non è un pianeta per scimmie

©flickr-Marina & Enrique

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Alla scoperta di un mondo che non è poi così tanto diverso dal nostro. La meticolosa comparazione tra il comportamento dei primati non umani e quello della nostra specie nell’ultimo straordinario libro-documentario di Desmond Morris e Steve Parker di Federico Tulli

Orang pedek, yeti, big foot. La leggenda di ominidi sopravvissuti alle rigide leggi dell’evoluzionismo alimenta da un paio di secoli le fantasie dei più incalliti etologi e naturalisti. Dall’isola di Sumatra in Indonesia, alle pendici himalayane fino alle sconfinate foreste della Columbia britannica nel nord ovest degli Stati uniti, vere “storie” e presunti avvistamenti di esseri pelosi di dimensioni variabili, ma comunque imponenti, fanno da irresistibile richiamo per gli studiosi di tutto il pianeta. Quale scienziato non sogna di imbattersi un giorno in un grosso esemplare di una specie sconosciuta? In attesa che tracce, foto e descrizioni di chi giura di averne incontrato uno almeno una volta si materializzino in prova certa, c’è da dire che lo studioso della specie animale con il Dna più simile a quello dell’uomo non rischia di sicuro la noia. Lo testimonia l’ultimo meraviglioso libro-documentario di Desmond Morris e Steve Parker, Pianeta scimmia, appena giunto in libreria per DeAgostini. La straordinaria somiglianza di gorilla, scimpanzé, bonobo e oranghi alla nostra specie è narrata pagina per pagina attraverso una folgorante sequenza di materiale fotografico firmato dai più abili esperti del campo. Una somiglianza che nella gran parte dei casi va anche oltre quella espressiva documentata da incredibili primi piani. Ed è qui la novità del lavoro di Morris. Ape jkt LBF08Il famosissimo autore de La scimmia nuda ritorna ad analizzare l’uomo in quanto primate evoluto, partendo dalla relazione e dalla comparazione del nostro mondo con quello delle grandi scimmie. Con il consueto stile divulgativo Morris svela i segreti dei primati non umani: dove vivono, qual è la loro organizzazione sociale e in che modo si rapportano con i loro simili. La vera novità, appunto, è nella comparazione tra il loro comportamento e quello  umano. Ne emerge che queste affascinanti creature rappresentano nel vero senso della parola lo specchio dell’umanità. Sia per capacità imitativa delle nostre espressioni, sia per la razionalità della loro organizzazione sociale. Ed è uno specchio che secondo il grande etologo britannico non riflette solo il nostro passato, durante il quale la lotta per la sopravvivenza quotidiana lasciava all’uomo poco tempo da dedicare, per esempio, alle espressioni artistiche. Negli occhi vispi di questi animali possiamo leggere pure il nostro presente e, forse, anche il nostro futuro: «I problemi legati al degrado dell’habitat naturale con cui essi si confrontano potrebbero, domani, divenire i nostri», dice Morris. Ma poi, a pensarci bene, pure il bracconaggio e le malattie che minacciano l’esistenza delle scimmie antropomorfe troppo assomigliano, guardando al mondo umano, alle cosiddette esportazioni di democrazia per non dire delle politiche di devastazione ambientale, che costringono, oggi, milioni di persone ad abbandonare la propria terra. Senza essere certi di trovarne una nuova. Terra, il primo quotidiano ecologista

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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