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Società

Senza perdere la fierezza

Fu un golpe lontano solo geograficamente quello che sconvolse l’Argentina a cavallo degli anni 70. La storia “italiana” delle vittime e dei loro carnefici raccontata da Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Majo di Federico Tulli

«C’è ancora molto da fare. Dobbiamo ritrovare circa 400 nipoti scomparsi. In venti anni ne abbiamo individuati 97, è una buona cifra. Però manca ancora parecchio. Non si sa nemmeno dove siano i genitori, gli adulti sequestrati nel corso della dittatura fascista. Si pensa che in tutta l’Argentina i desaparecidos siano circa 30mila». Quei 400 bimbi – partoriti nei centri di detenzione clandestina e strappati ai genitori naturali dopo la nascita per essere assegnati a famiglie di militari conniventi con il regime che il 24 marzo del ’76 rovesciò il governo di Isabelita Peron – oggi hanno circa 30 anni e sono i simboli inconsapevoli della più atroce delle dittature sudamericane. Alcuni di loro potrebbero essere in Italia, confusi tra le migliaia di coetanei emigrati in cerca di lavoro negli anni della profonda crisi economica che ha sconvolto il Paese latinamericano a cavallo del terzo millennio. Ed è a Roma che left incontra Estela Carlotto, presidente delle Abuelas de Plaza de Majo, l’associazione di nonne argentine di nipoti scomparsi durante i sette anni di dittatura. Sono diversi i motivi che l’hanno condotta nel nostro Paese. «Per prima cosa – racconta – c’è da proseguire nell’opera di tessitura della Rete per il diritto all’identità che grazie alla collaborazione con la Commissione nazionale per il diritto all’identità (Conadi) e al contributo volontario di migliaia di miei concittadini sparsi per le 24 regioni del Paese ci ha permesso di ritrovare i nipoti scomparsi».

In Italia la Rete è attiva da gennaio scorso e interagisce con la banca dati di Buenos Aires tramite due uffici a Roma e Milano, rispettivamente nell’ambasciata e nel consolato argentino. «Grazie anche alla visibilità che ci è stata data dalla trasmissione Rai Chi l’ha visto? abbiamo ricevuto centinaia di mail di ragazzi che vivono qui e che sospettano di non essere i figli naturali di coloro che sostengono essere i loro genitori. Dopo una prima scrematura i giovani vengono invitati nei nostri centri per un colloquio con esperti psicologi. Se emergono prove importanti viene proposto loro di sottoporsi a un prelievo del sangue per confrontare il Dna con quello di familiari di desaparecidos custodito in Argentina». In caso di corrispondenza dei dati comincia la fase più delicata della vita di questi ragazzi. In cui si mescolano sentimenti forti quanto contrastanti, che hanno spinto alcuni di loro a buttarsi a capofitto nella ricostruzione della propria storia e della propria memoria e contemporaneamente a collaborare con le Abuelas nel lavoro di ricerca (vedi left n. 29/2009). Ma tra i 97 nipoti “ritrovati” c’è anche chi ha scelto di non denunciare i propri rapitori oppure di continuare a vivere nella famiglia “d’adozione” pur avendo saputo tutta la verità sulla tragica sorte dei genitori biologici. È il caso della figlia di Susanna Pegoraro, la cui vicenda si lega al secondo motivo del viaggio di Estela Carlotto in Italia. Il 30 settembre scorso si è infatti aperto a Roma il processo contro l’ammiraglio argentino Edoardo Massera, membro della giunta militare golpista di cui facevano parte Jorge Videla, Leopoldo Galtieri e Orlando Agosti. Massera, che è anche appartenente alla loggia massonica P2 di Licio Gelli (tessera 478), è sotto processo nel nostro Paese per l’omicidio con aggravante di crudeltà di tre cittadini italiani, Angela Aieta, Giovanni Pegoraro e sua figlia Susanna. Angela Aieta fu sequestrata da militari in borghese il 5 agosto 1976. Aveva 56 anni quando, dopo essere stata portata all’Escuela de mecánica de la armada (Esma), fu torturata e fatta sparire.

L’Esma era diretta da Massera che la trasformò nel principale centro di detenzione, tortura e sterminio degli oppositori al regime. Pegoraro e la figlia 21enne furono sequestrati il 18 giugno 1977. Mesi dopo vengono trasferiti anche loro all’Esma dove Susanna partorisce una bambina che viene rintracciata dalle Abuelas nel 1999. Era stata “adottata” subito dopo la nascita da un sottufficiale della Marina argentina. La ragazza in un primo momento rifiutò di conoscere la propria famiglia biologica. «Di Susanna non si è più saputo nulla, tanto meno del padre», ricorda la Carlotto. «Però noi abbiamo ritrovato la bimba che oggi ha 32 anni ed è stata restituita alla famiglia biologica. Ha deciso di recuperare la propria storia e tutto ciò che serve per ricostruire la verità perché è cresciuta circondata dalle menzogne». Quanto a Massera, al momento è agli arresti domiciliari in patria, dove in un primo momento era riuscito a evitare il processo italiano facendosi diagnosticare una fantomatica demenza da un medico compiacente. Ma una contro perizia ordinata dai giudici italiani ha provato che l’ex ammiraglio golpista è assolutamente in grado di intendere e volere. «Quel fascista sta facendo finta di avere il cervello marcio, e invece può essere processato perché è capace di capire cosa sta succedendo. Di questo – esclama Carlotto – dobbiamo ringraziare la caparbietà delle autorità giudiziarie italiane». I prossimi due mesi saranno decisivi per gli esiti del processo. Tre importanti udienze sono state fissate il 5 e 18 novembre e il 14 dicembre. Sfileranno molti testimoni, sopravvissuti all’Esma, in viaggio apposta dall’Argentina per denunciare le atrocità commesse da Massera e i suoi scagnozzi. «Noi speriamo che questo processo finisca presto affinché sia giudicato prima di un’eventuale morte. E siamo molto fiduciosi perché lo Stato italiano si è costituito parte civile».

Un auspicio, questo, che Estela Carlotto aveva espresso anche nel corso di un’audizione alla Camera alla quale è stata invitata insieme al figlio Remo, che è presidente della Commissione diritti umani della Camera dei deputati della Repubblica Argentina, nell’ambito dell’Indagine conoscitiva sulle violazioni dei diritti umani nel mondo condotta dal Comitato permanente sui diritti umani, presieduto dal deputato Pd Furio Colombo. «È impossibile dimenticare», dice la Carlotto. «Non si parla di perdono, o riconciliazione, ma di verità e giustizia. Non c’è odio o rancore né spirito di rivincita. C’è semplicemente quello che in qualsiasi Paese democratico si fa quando c’è un delinquente. Lo si affronta con tutto il peso della legge. Bisogna recuperare le storie di queste persone scomparse.  Oggi – prosegue – la realtà inesorabile ci dice che furono uccise negli oltre 500 campi di concentramento sparsi per il Paese. E le storie narrate dai superstiti ci parlano delle infamie che subirono in quei luoghi dove pure nacquero i nostri nipotini che noi aspettavamo piene di speranza, pensando “innocentemente” che ce li avrebbero consegnati perché li allevassimo in attesa del ritorno dei nostri figli. E invece non sono tornati né i figli né i nipoti. E siamo ancora alla loro ricerca, perché non c’è madre al mondo che non cerchi un figlio che non torna o un nipote che non ha conosciuto. Molte nonne hanno già avuto la felicità di abbracciarli. Quanto a me – conclude la presidente delle Abuelas di Plaza de Majo – non so dove sia mio nipote Guido partorito da mia figlia Laura prima di essere uccisa a 20 anni. Lui ha già 31 anni. A volte penso che sia vicino. Magari ci saremo incrociati per la via senza riconoscerci».

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La ferita è ancora aperta

Breve colloquio con Furio Colombo, deputato e presidente del Comitato permanente sui diritti umani

Onorevole Colombo, il Comitato che lei presiede alla Camera ha svolto decine di audizioni per far luce su crimini contro l’umanità. Qual è la particolarità dell’indagine che ha reso necessaria la testimonianza di Estela Carlotto e del figlio Remo, suo omologo al Parlamento di Buenos Aires?
La vicenda dei desaparecidos di cui la signora Carlotto è testimone e rappresentante in modo esemplare nel mondo, e le violenze che insanguinarono l’Argentina commesse, ad esempio, dall’ammiraglio Massera e dal generale Viola, ci ricordano che purtroppo l’origine italiana della tragedia è sia dei perseguitati che dei persecutori.
In che modo il Comitato contribuisce a ricostruire la storia dei desaparecidos?
L’utilità dell’azione del Comitato consiste nel fatto che si potrà sempre attingere dai materiali che documentano queste audizioni e usarli per riaprire o mantenere aperta la coscienza. Come anche per integrare le informazioni a disposizione di chi indaga su questi casi. Detto ciò, bisogna anche sapere dei limiti delle attività parlamentari, che sono frustranti. Nel senso che essere testimoni di tragedie come quella narrata dalla signora Carlotto purtroppo non aumenta né il diritto né il potere di una commissione parlamentare di dare un contributo più alto di quello che i parlamenti democratici del mondo, in particolare quelli italiani, stanno cercando di offrire per ricostruire il dramma dei desaparecidos.
Ci spieghi meglio…
Distanziandomi per una volta dalle posizioni che mi sono tipiche, premetto che l’attenzione a tali questioni è ugualmente viva senza distinzione tra opposizione e maggioranza. Quello che nessuno di noi sa è quanto sia effettivamente viva l’attenzione del governo. Il nostro materiale viene passato immediatamente all’esecutivo ma non esiste nella tradizione parlamentare italiana il diritto del legislativo di essere informato dall’esecutivo. Noi non sapremo mai cosa farà il governo di questi documenti.
L’atteggiamento del nostro Paese sembra duplice. Da una parte lo Stato si costituisce parte civile nel processo contro Massera, dall’altra dà la sensazione di non aver mai approfondito abbastanza evidenti legami tra la storia golpista latinoamericana e quella italiana degli anni 70.
Non c’è dubbio che non siano mai stati approfonditi, perché vorrebbe dire mettere in campo un’azione di governo tenace e costante, che purtroppo non c’è mai stata. Neppure quando al governo non c’erano le destre.
Come mai?
La ragione è purtroppo molto simile a quella per cui così raramente e così pochi governi democratici aprono alla discussione sulla questione dei diritti civili in Cina. Prevalgono i buoni rapporti internazionali del presente sulla tragica memoria del passato. Un’ambiguità fra atteggiamenti formali molto nobili e un proseguimento sul piano della diplomazia che invece non viene intaccato.
Massera apparteneva alla loggia di Gelli, di cui era grande amico. Nomi iscritti nella lista P2, in Italia, ricoprono oggi importanti cariche istituzionali. C’è un legame tra quanto accadde allora in Argentina e la nostra realtà politica odierna?
Ci si deve rassegnare al fatto che dei legami sottotraccia che uniscono le politiche di diversi Paesi sono nati oscuri, sono stati oscuri e rimangono oscuri. Per cui persino i politici di buona volontà e anche i cronisti e gli investigatori che seguono questa materia si trovano molto spesso di fronte al nulla. Cioè di fronte a pareti bloccate che non si lasciano penetrare. Il potere è il potere, quando poi è sommerso diviene particolarmente difficile da analizzare. Purtroppo la capacità per i democratici di penetrare questi percorsi è molto inferiore alla tenacia con cui si difendono i percorsi dei poteri sommersi. Nel caso italiano bisogna tenere conto nel porsi queste domande del continuo e molto abile riallinearsi della destra. Che dopo essere stata fascista e golpista, e responsabile delle cose di cui stiamo parlando, si fa trovare dalla parte dell’amministrazione americana durante il periodo Bush  impedendo per otto anni che si andasse a fondo su certe trame.       left 41/2009

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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