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Salute

Influenza A-H1N1, la febbre dei numeri

A cinque mesi dalle prime infezioni parte la vaccinazione contro l’influenza A-H1N1. Sui casi di contagio Istituto superiore di sanità e ministero della Salute danno stime diverse. E di parecchio di Federico Tulli

Mentre nel resto del mondo continua inesorabile la diffusione del virus A-H1N1 e, in proporzione del 4 per mille circa (dati Oms), prosegue la crescita del numero di decessi, in Italia, i casi gravi di influenza suina si contano ancora oggi sulle dita di una mano. è notevole, ad esempio, la differenza con la Gran Bretagna. Qui i morti da tempo hanno superato il centinaio. Poiché a livello di strutture ospedaliere c’è una certa equivalenza, il dato favorevole all’Italia è spesso stato spiegato con l’opera di prevenzione attuata sino a oggi dalle nostre autorità sanitarie. Ci fidiamo dei consigli a lavarci spesso le mani o a starnutire coprendo «la bocca con la manica o il gomito» come si legge nelle Raccomandazioni antinfluenzali emanate dal ministero del Welfare, ma il dubbio che qualche conto non torni resta. E aumenta se, nel tentare di farci un’idea sull’entità del rischio, sia di contagio sia di morte, decidiamo di affidarci alle ultime dichiarazioni delle istituzioni preposte a monitorare lo status della pandemia e a coordinare l’opera di prevenzione. Così, rimanendo concentrati sui freddi numeri, spulciando tra i media troviamo il vice ministro della Salute Ferruccio Fazio che spiega a un collega della televisione: «In Italia, secondo il rapporto dell’Istituto superiore di sanità, sono poco più di 10mila i casi di influenza A. In realtà, noi pensiamo che si sia arrivati a 50100mila casi ma molte persone non si sono neanche accorte di essersi ammalate. In questa fase – ha aggiunto – l’allarme è sopravvalutato, perché l’influenza A è più leggera di quella stagionale. Ma in alcune persone può essere mortale: basta una piccola febbre per causare il tracollo delle funzioni in un organismo compromesso e questo non è da sottovalutare». Dunque, ricapitolando, il ministro smentisce il dato fornito dall’ente pubblico delegato al calcolo e, decuplicando le stime dell’ente smentito, parla di sopravvalutazione del rischio. Chi ci capisce qualcosa è bravo. Mentre di sicuro fortunato è Giorgio Ciconali, un medico dell’Asl di Milano, primo in Italia a essere vaccinato contro l’H1N1. Ciconali, stando alle dichiarazioni di Fazio, è tra quei 4 italiani su 10 che al termine dell’opera di prevenzione saranno stati vaccinati. «Abbiamo la strategia vaccinale con la previsione di popolazione da immunizzare, circa il 40 per cento, più bassa d’Europa – ha detto Fazio – perché riteniamo che questo dato sia sufficiente a eradicare il virus entro l’estate. Speriamo sia la decisione giusta». Speriamo.

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Epidemie canaglia

La nostra fiducia nei confronti della scienza se da un lato è pronta a scaturire con entusiasmo di fronte al progresso, dall’altro cede bruscamente all’apparire di una malattia contagiosa. Anche se oggi sappiamo che un’epidemia può essere curata o tenuta sotto controllo, assomigliamo molto ai nostri avi ogni volta che il contagio assume dimensioni epidemiche, quando diventa cioè un “flagello”. Questo termine contempla il riaffiorare di credenze che stazionano da secoli nella cultura popolare. L’epidemia allora diventa “castigo divino” o “maledizione”. Più concretamente, però, può anche cambiare il corso della storia. Come è successo con la peste, che  nel V secolo a.C. ha segnato le sorti di Atene e, nel VI d.C., il destino delle popolazioni che vivevano nell’odierna Libia. In questo caso lo spopolamento che ne conseguì sarebbe all’origine della desertificazione del Nord Africa. Per non dire poi di quanto causato nel 1918 dalla “Spagnola”, che mietendo più vittime nell’esercito asburgico, facilitò di molto la vittoria italiana. Lo studio e la rilettura della epidemie in rapporto alla storia può fornire elementi utili per meglio comprendere eventi di portata, appunto, storica. Ed è ciò che ha fatto il patologo clinico Giuseppe Pigoli ne I dardi di Apollo. Dalla peste all’Aids: la storia scritta dalle pandemie (Utet), dal 15 ottobre in libreria. Ciò che scopre Pigoli è che molte malattie sono state “preparate” da eventi naturali o sono esplose solo quando vi erano condizioni socio economiche e culturali idonee al loro imperversare. Sorprendenti sono gli aspetti legati alle grandi morie. Non si allude solo allo spopolamento di vaste aree ma anche ai mutamenti ecologici, alle migrazioni e alle invasioni. Insomma, secondo l’autore i germi e i virus si ripresentano periodicamente come a ricordarci che la storia non può essere scritta senza la loro approvazione. left 41/2009

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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