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Società

L’Italia è malata di feudalesimo

Come restituire la democrazia al nostro Paese in dieci mosse. Breve colloquio con il costituzionalista Michele Ainis , autore de La cura di Federico Tulli

Professor Ainis, scorrendo i temi declinati nel suo nuovo saggio, La cura, edito da Chiarelettere sembra quasi di leggere un manifesto politico…
Che cosa è la politica? Se è guardare i colori della divisa degli altri per vedere se coincidono con i propri il mio libro non è un manifesto politico. Se invece è interessarsi di come può essere regolata la società, cioè la vita di tutti noi, allora lo è.
Come è nata l’idea de La cura?
Nasce in seguito a una telefonata di Lorenzo Fazio, l’inventore di Chiarelettere.Un giorno mi chiama e mi dice che come casa editrice avrebbero avuto interesse ad affiancare ai libri d’inchiesta anche dei testi più riflessivi. Insieme abbiamo ragionato su quale tema meritasse un approfondimento. In un certo senso è un libro scritto su commissione. Poi, mi sono reso conto che mi è stata data l’occasione per mettere a fuoco delle questioni che avevo in mente da almeno venti anni.
Vale a dire?

In particolare mi riferisco al problema del merito. Anzi del de-merito. Nel libro mi occupo anche di legalità e uguaglianza, ma dietro alla scarsa libertà e alle disuguaglianze che infiacchiscono l’Italia c’è sempre una questione di demerito. Che oggi ricade drammaticamente sulle generazioni under 30. Viviamo ancora in uno Stato per certi versi feudale. In cui ci sono dei privilegiati – i partiti politici, le lobby, le massonerie, le “buone famiglie” – e vanno avanti nella vita solo coloro che ne fanno parte. In quest’ottica il mio è un libro ottimista. Perché si affida a un cambiamento di regole supponendo che così possa anche modificare il sistema e favorire il ricambio generazionale.

Come si è arrivati a questo in soli 60 anni di democrazia?

La mia generazione, quella dei 50enni, lascia macerie morali (e materiali). C’è stato chi si è fatto cinico di fronte a una serie di aspettative deluse – riposte nel Pci, o in uno scatto generazionale, il ’68, oppure nei successi della stagione referendaria -. Non a caso, senza fare nomi, ci sono tanti uomini importanti di centrodestra che hanno un passato nella sinistra: convinti che “tanto il sistema non si cambia”, ci si sono cinicamente seduti sopra.                                                                                                                                           Lei cita Voltaire: «Volete buone leggi? Bruciate quelle che avete e fatene delle nuove». Vale pure per la Costituzione?
No, anzi. La terapia molte volte si trova nella Carta. Si tratta di “bruciare” la disapplicazione delle regole. Perché ci sono delle soluzioni mai sperimentate e dunque tradite. Pensiamo al principio dell’ineleggibilità che – anche se non in maniera esplicita – regola il conflitto di interesse. Quanto a Voltaire, sono sempre stato in debito con quella linea di pensiero di fine ’700 che sostiene si possa creare una società di liberi e di eguali cambiando le regole. Inoltre, reputo che la politica non sia una professione e che vada riscoperta. è la lezione della Grecia antica in cui la democrazia passava anche per la rotazione continua delle cariche e con un tetto alla loro durata. Infine penso che da 30 anni siamo invischiati in una discussione irrilevante. Che ruota intorno al potere da attribuire a ciascuna delle due Camere. Mentre è molto più determinante riequilibrare il sistema con elementi di democrazia diretta. Che consentano, per esempio, a chi condivide qualcuna di queste mie proposte di farle diventare legge attraverso un referendum propositivo, che non abbiamo. Vanno poi aggredite le oligarchie politiche, introducendo una vera democrazia interna ai partiti ed eliminando i poteri esterni.
I poteri esterni sono le lobby?
No, mi riferisco al ruolo istituzionale che è indebitamente attribuito ai partiti, diventati ormai i signori delle candidature elettorali. Oggi chi vuole candidarsi – ma questo accadeva pure prima della sciagurata legge elettorale – può solo diventare fedele di un esponente di partito che abbia voce in capitolo.

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Decalogo anti caste

1) Disarmare le lobby; 2) Rompere l’oligarchia di partiti e sindacati; 3) Dare voce alle minoranze; 4) Annullare i privilegi della nascita; 5) Rifondare l’università sul merito; 6) Garantire l’equità dei concorsi; 7) Neutralizzare i conflitti d’interesse; 8) Favorire il ricambio della classe dirigente; 9) Impedire il governo degli inetti; 10) Promuovere il controllo democratico

. left 40/2009

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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