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Ricerca scientifica

In cerca della Terra gemella

Ci sono altre forme di vita nell’universo? Una domanda a cui vogliono rispondere gli esperti studiando i pianeti extrasolari simili a Gaia di Federico Tulli

Nel 1995, quando il fisico Michel Mayor dell’università di Ginevra ha scoperto il primo esopianeta (un pianeta che orbita intorno a una stella diversa dal sole) ha dato il via a una sfida senza precedenti nel suo “ambiente”. La sfida che l’astrofisica Margherita Hack ha descritto a left come «molto più avvincente di un eventuale ritorno sulla Luna, o addirittura di uno sbarco umano su Marte»: quella della scoperta di forme di vita al di fuori dell’atmosfera terrestre. Dal giorno della rilevazione di Mayor, i giganteschi telescopi sparsi per il mondo o che orbitano intorno a esso hanno inquadrato circa 360 pianeti con caratteristiche simili alla nostra Terra. Ma nessuno uguale al punto tanto da accogliere forme di vita. Quello che più le assomiglia, spiega l’Economist in un report sull’International astronomical union, un meeting che si è tenuto di recente a Rio de Janeiro in Brasile, ha preso il nome di Gliese 581c. Ed è stato scoperto nel 2007 da un collega di Mayor, Stéphane Udry. Come Gaia, Gliese 581c è roccioso e orbita intorno a una stella (Gliese 581) mantenendo una distanza che consente di ipotizzare la presenza di acqua allo stato liquido. Poiché Gliese 581 è una Nana rossa – cioè appartenente a quel genere di “soli” particolarmente piccoli e freddi – l’orbita del nostro pianeta quasi gemello è molto minore rispetto a quella della Terra intorno al sole. E questa è una prima sostanziale differenza. Inoltre, la presenza di acqua non comporta automaticamente quella di vita. Secondo gli esperti, infatti, Gliese 581c mostra al proprio sole sempre la stessa faccia. C’è quindi metà del pianeta che di quella luce, seppur fioca, non gode mai. E questa, dicono gli scienziati, non è proprio una di quelle caratteristiche che suscitano l’entusiasmo in chi cerca forme di vita in un pianeta diverso dal nostro. Ma evidentemente gli astrofisici sono persone che non si scoraggiano facilmente. Difatti dopo Gliese 581c nessun progetto di ricerca è naufragato e anzi molti “occhi” sono stati puntati intorno a Gliese 581 nella speranza di rilevare qualche altro pianeta più “soddisfacente”. Il risultato si è tradotto nell’ultima scoperta in ordine di tempo che riguarda esopianeti. Per la precisione ad aprile scorso, anch’essa “riscaldata” da Gliese 581, è stata intercettata la presenza di Gliese 581a. Di dimensioni più ridotte rispetto alla più anziana sorella, Gliese 581a si trova a circa 20 anni luce dalla Terra (quasi 200mila migliaia di miliardi di chilometri) ed è, a oggi, il più piccolo esopianeta mai scoperto. Ma questo, al momento, è l’unico record che può vantare Gliese 581a. Di vita, infatti, nemmeno l’ombra. Molto più che flebili speranze, in questo senso, sono riposte nel progetto Corot, una missione francese che dal 2006 a oggi ha già rilevato la presenza di 80 “gemelline” terrestri. Grazie a un potente telescopio piazzato sul satellite che orbita a un’altezza di 869 km, gli scienziati di Corot, tra cui Mayor, possono osservare in modo continuo numerose stelle per periodi molto lunghi, e misurare le variazioni della loro luminosità con estrema precisione. Ne è emerso che l’80 per cento dei pianeti “intercettati” ma non ancora studiati a fondo ha un sistema orbitante molto stabile. Più di Gliese 581c. Questo, secondo il fisico dell’università di Ginevra, lascia pensare che su qualcuno di essi ci possano essere le condizioni favorevoli allo sviluppo di forme di vita. In particolare Mayor ha osservato un sistema in cui orbitano cinque pianeti rocciosi con una massa rispettivamente di 11, 14, 26, 27 e 76 volte la Terra. «Sono sicuro che entro due anni troveremo il pianeta che stiamo cercando, simile alla Terra», ha detto a conclusione del proprio intervento a Rio lo scienziato svizzero. left 36/2009

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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