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Bioetica

Biotestamento: Legge inutile. Sacconi pure

Verso il convegno “Dall’esistenza alla vita”. Allo studio concetti cardine dello specifico umano. L’anestesista di Welby, Mario Riccio, denuncia: «Su biotestamento ed eutanasia il ministro vuol fare confusione» di Federico Tulli

«È urgente colmare il vuoto» legislativo sul testamento biologico, perché la magistratura, in occasione del caso Englaro, «ha introdotto di fatto un percorso eutanasico». Zelante, alla riapertura dei lavori parlamentari, il ministro del Welfare Maurizio Sacconi interviene sulla questione del biotestamento. Le implicazioni bioetiche relative al fine vita umana, saranno tra i temi discussi il 19 settembre prossimo alla facoltà di Scienze dell’università di Roma Tre nel corso del convegno “Dall’esistenza alla vita” (vedi left n. 35/2009). Una giornata di scienza per fare chiarezza su concetti per i quali pare che in Italia abbiano l’esclusiva la Chiesa e i politici che ne seguono fedelmente i dettami. Tra gli esperti invitati a partecipare c’è l’anestesista Mario Riccio. Al medico che ha assistito Piergiorgio Welby left ha rivolto alcune domande.

Si può parlare di eutanasia nel caso di Eluana?

Parlando di testamento biologico ed eutanasia il ministro mette insieme due parole “magiche” tanto distanti tra loro che i Radicali hanno chiesto di fare due leggi: una sull’eutanasia, l’altra sul fine vita. Inoltre Sacconi crea confusione definendo atto eutanasico quello che invece è rifiuto delle cure. Due situazioni che non possono essere assimilate, anche perché oggi in Italia l’eutanasia è un reato, mentre il rifiuto delle cure è garantito dalla Costituzione. Posso poi citare Stefano Rodotà quando dice che sull’argomento esiste un pieno giuridico. Tanto pieno che il caso Englaro e quello di Welby sono stati risolti con il diritto vigente.

Dunque, non occorre l’intervento del legislatore?

Facendo riferimento al vegetativo permanente, il ddl Calabrò diventa una legge ad personam, inapplicabile in tutti i casi che non sono simili a quello della Englaro. Ignora infatti che sono diversi i casi clinici in cui serve ricondursi alla volontà di un paziente che non è più competent, senza per questo essere vegetativo. Come nelle gravi forme di demenza. Ecco un ulteriore punto di debolezza del testo invocato da Sacconi. Più di un nuova norma può essere utile una legge quadro che si richiami ai dettati nazionali, in particolare alla Costituzione, e internazionali, come la Convenzione di Oviedo, ratificata anni fa ma ancora priva dei decreti attuativi.

Un gran polverone è stato sollevato pure sulla questione della sofferenza. I cattolici e il centrodestra sostengono che se la Englaro è stata sedata prima di morire è perché provava dolore.

Qui bisogna riprendere le “carte” giuridiche, aggiungendo aspetti tecnici. Nel vegetativo persistente la possibilità di soffrire per fame e sete è assolutamente esclusa. Questo risultato è venuto fuori dall’autopsia di Terry Schiavo e verrà fuori dai dati di quella di Eluana. Il caso italiano è particolare. I giudici hanno voluto inserire la sedazione nel protocollo, secondo me per un ulteriore scrupolo. Ma lei è morta per disidratazione e questo comporta uno stato di incapacità di intendere e di volere, quindi di soffrire.

Senza capacità di pensiero non si può percepire dolore?

Per soffrire, cioè provare sensazioni particolarmente elaborate, ci deve essere tutta la corteccia cerebrale funzionante. Perché il dolore è una sensazione particolarmente raffinata che richiede il funzionamento di tutti centri del nostro cervello. Ma la corteccia nel vegetativo persistente non non esiste più, è totalmente bruciata. Eluana aveva le funzioni di respiro, attività cardiaca, diuresi e temperatura che non vengono regolate nella corteccia cerebrale e che non hanno bisogno di una capacità di autocoscienza. left 36/2009

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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