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Ricerca scientifica

Intelligenti per necessità

L’evoluzione culturale predomina oramai su quella biologica? Sul tema è in corso un acceso confronto tra gli eredi di Darwin. Ed è la domanda a cui risponderà il genetista Luigi Luca Cavalli Sforza nella sua lectio magistralis al Festival della Mente di Sarzana di Federico Tulli

«Il nostro patrimonio culturale è soggetto a una evoluzione nel tempo e nello spazio, così come il nostro Dna». Il lungo anno delle celebrazioni di Charles Darwin volge al termine (con il 2009 coincidono il bicentenario della nascita dello scienziato britannico e i 150 anni dalla pubblicazione de L’origine delle specie) e i molteplici filoni di ricerca sulla natura della specie umana che dalla teoria evoluzionista del naturalista inglese hanno preso linfa saranno analizzati dal genetista Luigi Luca Cavalli Sforza nella lectio magistralis che inaugura la tre giorni del festival della Mente di Sarzana. Per meglio comprendere se c’è un nesso tra la sua affermazione e i risultati degli studi più avanzati in campo psichiatrico, i quali riconoscono che – diversamente dagli animali che sono dotati di istinto – nel caso dell’essere umano, grazie alla capacità di immaginare e di scelta, il pensiero esercita una precisa influenza sulla biologia, left ha rivolto all’illustre scienziato alcune domande.

Professor Cavalli Sforza, l’evoluzione culturale è più importante di quella biologica?

Lo è senza dubbio se si considera l’enorme aumento numerico dell’uomo moderno negli ultimi 55mila anni, che è stato di circa un milione di volte. A un certo punto è questione di intendersi: l’evoluzione biologica ha creato, in precedenza, le strutture nervose che hanno permesso lo sviluppo del linguaggio; l’uso di questo ha dato un enorme potere di diffondere per via culturale le innovazioni che hanno facilitato lo sviluppo demografico. Un punto di vista diverso è quello di considerare le differenze genetiche tra popolazioni che si sono prodotte durante questa grande crescita: anche qui l’evoluzione culturale è stata importante perché le diverse innovazioni – soprattutto nella produzione del cibo – che sono state create in diverse parti del mondo negli ultimi diecimila anni hanno provocato nuovi adattamenti genetici per selezione naturale. Vale a dire che è stata l’evoluzione culturale a determinare importanti novità biologiche generando nuove occasioni di selezione naturale.

Qual è il più grande merito di Darwin?

Di aver spiegato perché avviene l’evoluzione biologica e perché è inevitabile, usando semplici ma innegabili considerazioni di ordine demografico che sono alla base della selezione naturale: poiché cambiamenti ereditari che hanno effetto sulla sopravvivenza e fecondità di tipi geneticamente diversi provocano inevitabilmente evoluzione nella composizione genetica di una popolazione.

La scienza contemporanea ha dimostrato la fondatezza della teoria evoluzionistica, com’è possibile allora che sia dato gran risalto al creazionismo del disegno intelligente, al punto che c’è chi propone di insegnarlo nelle scuole?

L’obbligo di credere alle affermazioni bibliche sulla origine del mondo trasforma i credenti in creduloni, e li costringe a fare incredibili sciocchezze. Vi sono stati anche interessi politici non indifferenti, soprattutto negli Usa meridionali che si sono alleati con la religione battista del Sud. Pensando al genere umano e attingendo alla teoria darwiniana, la selezione naturale è la forza che spiega come esso si evolve, si trasforma e si differenzia.

Lei ha scritto che col tempo si è capito che queste «mutazioni» sono casuali e che «esistono due trasmissioni. Una genetica, casuale, indipendente dalla nostra storia. E un’altra culturale, fatta di comportamenti, linguaggi, nozioni». Ciò significa che ogni singolo uomo ha una sua propria specificità che si sviluppa dopo la nascita? È questo che ci differenzia dalle specie animali?

Ogni singolo uomo ha una propria specificità genetica, su cui si innesta quella delle conoscenze acquisite durante la vita. Le nostre differenze principali con gli animali sono nella diversità della relativa importanza fra noi e gli animali per quanto è innato, cioè determinato geneticamente, e quanto acquisito con l’apprendimento nel corso della vita, cioè nell’importanza relativa della evoluzione biologica e culturale.

In un articolo su Repubblica lei ha criticato il genetista britannico Steve Jones il quale secondo il Times aveva affermato che siamo «in vista della fine dell’evoluzione umana» perché il 98 per cento dei nati raggiunge l’età riproduttiva per via del progresso della medicina. Crolla dunque il fattore «selezione naturale della specie» su cui poggia l’evoluzione che, secondo Jones, «è possibile solo se ci si riproduce entro i 35 anni». Non è una visione troppo organicista della teoria darwiniana? Quanto conta nel processo evolutivo il fattore “intelligenza”, e quindi, appunto, il progresso della scienza, ma anche la capacità di immaginare dell’essere umano e la sua creatività nel rapporto affettivo con gli altri, uomini o donne?

Per quanto riguarda l’organicismo della visione di Jones: è piuttosto questione di ignoranza (non rara). La teoria matematica della selezione naturale mostra che la velocità di evoluzione non dipende solo dalle differenze di sopravvivenza ma anche da quelle di fertilità, che sono anch’esse in parte ereditarie. È poi anche probabile che l’uomo abbia sviluppato molte invenzioni perché ha un’immaginazione superiore, ma per quanto riguarda i rapporti affettivi anche gli animali ne sono ricchi. E se ci estendiamo alla “moralità” gli insetti eusociali (per esempio api, formiche) sono più rispettabili di noi. Left 35/2009

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
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