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Ambiente

Dove osano le tartarughe marine

La specie che rischia l’estinzione ha trovato il suo habitat lungo le coste malesiane del mar Cinese meridionale. A facilitare il processo di riproduzione ci pensa il Sea turtle conservation program, anche grazie al contributo fornito dal turismo sostenibile di Federico Tulli

Kuala Terengganu (Malesia) – Animale tra i più miti al mondo, la tartaruga marina sfida tutte le insidie delle leggi evolutive da almeno 100 milioni di anni. Risalgono ad allora, era il tempo dei dinosauri, alcuni preziosi fossili di esemplari ritrovati in diverse aree del globo. Ma dalla seconda metà del secolo scorso una serie di concause, molte delle quali imputabili alla scriteriato rapporto dell’uomo con la natura, rischiano di mettere la parola fine all’esistenza del più longevo tra i rettili-anfibi (si contende lo scettro con l’indonesiano varano di Komodo). Ovunque il numero di esemplari è in costante diminuzione ed è classificato come animale ad alto rischio di estinzione. Nel mondo, infatti, esistono oramai ancora solo sette specie di tartarughe marine. «Quattro di queste specie, di cui due molto rare, vivono nei mari della Malesia peninsulare e depongono le loro uova nelle spiagge o sulle isole del Pahang e del Terengganu», racconta a Terra Hizan Shah Omar. Hizan Shah Omar è il responsabile del Sea turtle conservation program (Stcp) di Gem Island, un isolotto di pochi chilometri quadrati bagnato dal mar Cinese meridionale, nella regione autonoma del Terengganu. «Il Stcp – prosegue Hizan – è un progetto totalmente privato che coniuga lo sfruttamento della nostra risorsa economica più preziosa, il turismo, con la necessità di tutelare l’esistenza dell’animale simbolo della ricchezza faunistica del Terengganu». Come la sorella maggiore più famosa, Pulau Kapas, da cui dista solo qualche centinaio di metri, o come anche la rinomata Pulau Redang, situata una cinquantina di chilometri più a nord, Gem island offre infatti le proprie spiagge e il proprio mare turchese dai fondali ricchi di coralli di ogni colore non solo ai turisti. La sue sabbie bianche, da marzo ad agosto di ogni anno, fungono da vitale approdo per le femmine della Greenback turtle (la più comune) e della Hawksbill. Mentre la sempre più rara Olive Ridley e la gigantesca Leatherback – «può essere grande quanto un Maggiolino Volkswagen», esclama il nostro interlocutore – si riproducono lungo la costa peninsulare. «Mediamente su Gem, dopo essere scampate alle reti dei pescatori, i loro principali nemici in mare aperto insieme agli squali, arrivano 2630 Greenback e da due a cinque Hawksbill all’anno che in totale depositano da 1.500 a 2.000 uova», spiega Hizan. A questo punto inizia la prima delle due fasi più delicate del Stcp, quella di tutela delle uova. Apprezzatissime per il loro alto contenuto nutritivo sia da predatori come il varano e le aquile di mare tipici di queste latitudini, sia dalla popolazione locale. «Finita l’opera di deposizione e dopo che la tartaruga è ritornata in mare, i miei collaboratori, giovani malesi, ma anche birmani e nepalesi, dissotterrano le uova per reinterrarle in uno speciale tratto di spiaggia (Gem’s hatchery) molto riparato dove rimangono per il tempo necessario al loro dischiudimento. Vale a dire circa due mesi». In questo momento scatta la seconda fase, quella più importante dell’opera di tutela delle tartarughe. I neonati (30 per cento maschi e 70 per cento femmine) cercano istintivamente il mare. Ma per il 98 per cento di loro la vita non durerebbe che pochi secondi per via delle aquile o degli aironi neri pronti a farli fuori in un sol boccone nel breve tragitto che li separa dall’acqua. Anche per i pochi che dovessero arrivare a nuotare la probabilità di sopravvivere qualche minuto è scarsissima vista la presenza in mare di un elevato numero di famelici squali Reef shark. Per limitare al massimo le perdite i responsabili del progetto hanno quindi predisposto una grande vasca di acqua salata dove i piccoli di tartaruga rimangono almeno otto settimane. È questo il tempo necessario affinché crescendo siano meno vulnerabili alle insidie del mare aperto. Ma in che modo il turismo contribuisce alla conservazione della specie? «Premesso che su Gem l’esistenza di un solo resort con poche camere non potrebbe mai ospitare il turismo di massa – risponde Hizan – e una cosa è fuori di dubbio, chi arriva qui un contributo lo dà e come, sotto forma di una quota fissa pagata da ogni singolo ospite sul prezzo del trasporto navale dal porto di Merang all’approdo dell’isola. In seconda battuta – prosegue – noi consideriamo fondamentale “sfruttare” il rapporto quotidiano con chiunque ci venga a trovare per visitare gli splendidi fondali offerti dalle nostre acque per sensibilizzare anche il semplice patito di snorkeling al rischio di estinzione delle tartarughe marine». Una sensibilizzazione che sta dando i suoi frutti, dal momento che il numero di esemplari che scelgono Gem per deporre le uova si mantiene costante da 15 anni, mentre a Redang, ad esempio, più “sacrificata” al turismo di massa, tra il 1990 e il 2004 le “visite” di tartarughe gravide sono diminuite di ben cinque volte. «Ogni volta che liberiamo in mare le piccole tartarughe di una delle nidiate che abbiamo coccolato per un paio di mesi – conclude Hazim – ci piace pensare, e sperare, di poterne riconoscere qualcuna tra 20 anni sulla stessa spiaggia dove è nata. Dolcemente concentrata a scavare una buca nella sabbia per garantire alla propria specie la prosecuzione di un’esistenza milionaria». Terra, il primo quotidiano ecologista

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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