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Ricerca scientifica

Povera ricerca

Si chiama perenzione. È il cappio che restringe da sette a tre anni il termine entro cui i laboratori devono concludere gli esperimenti finanziati con denaro pubblico, per non rimanere senza fondi. Solo Tremonti può eliminarla con la prossima Finanziaria. Ma dovrebbe rinunciare a 27 miliardi di euro di Federico Tulli

Il gioco delle “tre carte” nei film anni 60 simboleggiava l’Italietta traffichina del secondo dopoguerra. La chiamavano “arte d’arrangiarsi”, modo zuccherino di definire una truffa. Oggi, secondo la denuncia degli studenti dell’Associazione Coscioni, e dei senatori Paravia e Andria (rispettivamente Pdl e Pd) che hanno presentato un’interrogazione parlamentare al ministro Tremonti, il banchetto del mazziere si è spostato a palazzo Chigi. La vittima designata non è il sempliciotto di turno ma la ricerca scientifica di base. E pure il trucco ha cambiato nome, si chiama “perenzione”. È questo uno strumento di finanza pubblica amministrativa mediante il quale nel 2007 l’allora ministro Padoa Schioppa ha ridotto da 7 a 3 gli anni entro cui i progetti di ricerca finanziati dal Fondo per gli investimenti della ricerca di base devono concludere il proprio iter. Passati i tre anni lo Stato smette di erogare, pur essendo questo il normale periodo che trascorre dal bando al semplice avvio di un progetto. Centinaia di istituti scientifici, e soprattutto le università, sopravvivono grazie ai finanziamenti pubblici destinati alla ricerca. Soldi che in pratica alla fine solo sulla carta corrispondono a un sostanzioso 0,56 per cento del Pil, poiché è impossibile chiudere una ricerca in tre anni, specie se di base (difatti una tale restrizione non esiste in tutto il mondo civilizzato). Dal Cnr alla Fondazione Ebri della Montalcini, alle più prestigiose facoltà, ciascuno rischia di veder andare in fumo studi e ricerche già avviati del valore che può essere anche di qualche decina di milioni di euro. È stato calcolato che in totale i fondi caduti in perenzione sfiorano i 27 miliardi di euro. Servirebbe un semplice comma nella prossima Finanziaria, alla quale si comincerà a lavorare a settembre, per garantire ai nostri scienziati e ricercatori di condurre a compimento i loro progetti, riportando il termine della perenzione ad almeno 7 anni. Ma il lungo silenzio di Tremonti sull’argomento – nonostante sia da sempre acerrimo critico di Padoa Schioppa – la dice lunga su quanto il ministro dell’Economia sia disposto a rinunciare all’equivalente di una robusta Finanziaria. Prelevata con destrezza dal portafoglio della scienza italiana.

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Riforma in due mosse

A colloquio con il direttore scientifico dell’Ebri, Piergiorgio Strata: «Ecco perché siamo al ventesimo posto in Europa» di Simona Nazzaro

Professor Strata, lei da neuroscienziato dirige l’Ebri (European brain research institute), come descrive lo stato della ricerca in Italia?

Mi basta dire che secondo l’European innovation scoreboard (Quadro di valutazione dell’innovazione europea) la media degli indici di ricerca e sviluppo del nostro Paese galleggia intorno al ventesimo posto. Una posizione medio-bassa nella quale ci seguono Cipro, Spagna, Malta, Lituania, Ungheria, Grecia, Portogallo, Turchia, Croazia e così via. Peraltro dallo stesso studio emerge che nel 2007 l’investimento pubblico in ricerca e sviluppo era pari allo 0,56 per cento del Pil, a fronte di una media europea molto simile (0,65 per cento), e molto vicino a quello della Gran Bretagna (0,58 per cento).Quindi la nostra situazione per nulla idilliaca non deriva da una eventuale carenza di fondi pubblici.

Come mai l’Italia è al 20esimo posto in Europa per innovazione e ricerca?

Io ritengo che quello 0,56 per cento di Pil destinato alla scienza non sia ben distribuito e coordinato. Questo significa soprattutto che urge la riforma degli enti che il ministro Gelmini ha promesso. Dopo di che il coordinamento deve combattere decisamente la frammentazione e dare priorità alla creazione di grandi infrastrutture, con adeguate masse critiche, per trattenere l’eccellenza italiana e favorire l’ingresso di scienziati stranieri. Inoltre, anche se i rettori si affannano a negarlo, nelle università abbondano gli sprechi e le cattive scelte.

Un esempio di riforma efficace?

Assieme alla riforma degli enti e alla creazione di infrastrutture di eccellenza, alla base di tutto vi deve essere una seria valutazione. Questa deve avvenire su due livelli. In primo luogo c’è quella relativa alla struttura di ricerca. Ben venga la ripartizione meritocratica applicata dall’attuale ministro, purché sia col tempo migliorata. Oltre a questo, noi ricercatori auspichiamo da tempo l’assegnazione di risorse direttamente ai dipartimenti, in seguito alla loro valutazione, come del resto accade dal 1986, con successo, in Gran Bretagna. Per la sopravvivenza di un dipartimento è necessario produrre buona ricerca e quindi un reclutamento meritocratico. Così le facoltà diventeranno enti inutili e, chiudendo, lasceranno campo libero ai Consigli del corso di laurea che possono svolgere al meglio il compito di organizzare la didattica. In secondo luogo occorre considerare la valutazione dei progetti di ricerca di singoli o di gruppo, che va attuata secondo i modelli e la serietà che sono la norma in altri Paesi.

Esiste la meritocrazia in Italia?

La meritocrazia si fonda sul principio di valorizzare chi è migliore tra un gruppo di persone per creare un “mercato”. In Italia questo principio è sempre stato carente, specialmente nelle università statali. Non mi interessano qui i casi di aiuti ai figli di papà che peraltro non sono la maggioranza. Al di fuori di questi casi anche per chi vuole applicare i buoni principi si presentano difficoltà insormontabili. A differenza di quanto avviene in altri Paesi, nella scelta di una posizione accademica di qualunque livello da noi di regola non si va in cerca di una persona di valore ma si tende a favorire lo studente “locale” di turno. Poiché per promuovere una persona a un concorso è necessaria una maggioranza, si determina un gran via vai di accordi che sono dei veri e propri baratti. Da qui nascono le pessime scelte e non credo che la recente introduzione dei sorteggi cambierà molto.

Come se ne esce?

Come dico da tempo, i tagli proposti dall’attuale governo sono preoccupanti ma nello stesso tempo debbono stimolare le università a utilizzare meglio le proprie risorse. C’è poi quel provvedimento di Padoa Schioppa che ridusse la perenzione da 7 a 3 anni e che grida vendetta. Ebbene, il governo Berlusconi, proprio in questo caso fa finta di nulla. Per alcuni centri di ricerca che non hanno i mezzi per far fronte all’emergenza determinata dalla perenzione di 3 anni c’è il concreto rischio di chiudere i battenti. left 33/2009

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
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