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Società

Il coraggio di rischiare. Per lasciarsi il ’900 alle spalle

Il manicomio di San Lazzaro ai primi del 900

Il manicomio di San Lazzaro ai primi del 900

Con Giovanni Jervis scompare una voce critica del freudismo, dell’organicismo e delle idee di Basaglia. Il docente di psichiatria Paolo Fiori Nastro: «Da studioso ha sempre mantenuto una propria apprezzabilissima autonomia di pensiero» di Federico Tulli

«Purtroppo non sempre gli psicanalisti sono degli studiosi, spesso non sanno il tedesco, non hanno attenzione culturale a capire come gli scritti di Freud facciano parte di un dibattito di cento anni fa, spesso li hanno presi come fossero il Vangelo». Giovanni Jervis era così. Come in questa intervista di giugno 2006 al settimanale left, lo psichiatra e psicanalista scomparso domenica a 76 anni non le mandava certo a dire. Specie quando si trattava di mettere in discussione certe “icone” del ’900 come, appunto, Sigmund Freud. In quella occasione Jervis prese le parti di una fedele traduzione che Michele Ranchetti aveva fatto di Metapsicologia; un’edizione dell’opera che metteva a nudo il padre della psicoanalisi e che alla fine Bollati Boringhieri non pubblicò mai. Ma Jervis non fu meno schietto verso Franco Basaglia, con il quale aveva collaborato negli anni 70, denunciando l’improbabile nesso basagliano tra “libertà” e malattia mentale nel libro scritto con lo storico della medicina Gilberto Corbellini, La razionalità negata (Bollati Boringhieri). Per non dire poi di Foucault che, andando controcorrente, Jervis individuava fra i «cattivi maestri» del ’68, che molti danni causarono alle giovani generazioni. «Jervis – racconta Paolo Fiori Nastro, docente di Psichiatria all’università la Sapienza di Roma – è un personaggio affascinante in ambito accademico perché per tutta la sua carriera ha preservato il proprio spirito critico sia nei confronti del pensiero di Basaglia sia verso la “non scientificità” della psicanalisi che lui da psicanalista laureato in medicina e specializzato in psichiatria considerava più una disciplina filosofica che medica». Critico dell’antipsichiatria e scettico verso il freudismo, allo stesso tempo Jervis ha avuto il coraggio di rifiutare anche “la terza via”, quella dell’organicismo psichiatrico. «Da studioso rigoroso e di sinistra si è trovato da un lato a fare i conti con quel porto delle nebbie che sono le teorie psicanalitiche che in qualche modo accettano l’esistenza di una realtà “altra” da quella biologica ma che mancano completamente di qualsiasi impostazione medica. Dall’altra parte – prosegue Fiori Nastro – con l’immobilismo cronico della psichiatria accademica, che dura oramai da 50 anni ed è di stampo biologico-organicista, cioè molto oggettivante e basato sul rigoroso rispetto dei numeri e sull’aspetto epidemiologico. Due profondi solchi in mezzo ai quali Jervis ha mantenuto una propria apprezzabilissima autonomia di pensiero». Probabilmente perché, da allievo di Ernesto de Martino, non ha mai perso l’interesse nei confronti della realtà psichica dell’uomo. «Questo è un altro dei suoi pregi – osserva il docente della Sapienza -. Oltre allo spirito critico Jervis non ha mai abbandonato l’idea dell’esistenza di una realtà mentale inconscia. Se c’è un appunto che gli si può fare è che per poterla affrontare si è buttato sulla “prassi” psicanalitica». Vale a dire? «Questo è il problema della psichiatria di oggi – spiega Fiori Nastro -. Per andare oltre l’organicismo e la psicanalisi e portare la ricerca sulla mente umana fuori dal guado occorre proporre qualcosa di nuovo. Per farlo è necessario operare una sintesi tra biologia e realtà mentale. Altrimenti si rischia di distruggere senza avere le armi per costruire un’alternativa teorica. Che in questo campo consiste nell’individuazione di nuove ipotesi di ricerca sulla realtà umana, sulla conoscenza delle sue dinamiche e del come questa si ammali». Tutte risposte che secondo Fiori Nastro non possono certo venire dal cognitivismo «come ha proposto ieri su Repubblica Massimo Ammanniti».
Occorre invece «il coraggio di rischiare la proposizione di una nuova idea di ricerca sulla mente umana», conclude il professore della Sapienza. «La psichiatria è un terreno che per sua natura è soggetto a continue critiche e riflessioni. Può sembrare paradossale ma il problema più acuto è quello di essere in grado di proporre la possibilità di uscire da una cronica situazione di assenza di certezze». Terra, il primo quotidiano ecologista

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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