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Ricerca scientifica

Quel ddl sviluppo che blocca la ricerca

DSCN0356Alcune domande ad Alfredo Bertocchi, ingegnere nucleare dell’Enea e componente del coordinamento nazionale dell’UsiRdb di Federico Tulli

Con l’approvazione del ddl sviluppo, oltre a riesumare un processo produttivo in materia di energia che tutte le economie stanno smantellando, il governo ha stabilito per l’Enea il passaggio da ente ad Agenzia per l’efficienza energetica, e il suo commissariamento entro 30 giorni dall’entrata in vigore della norma. Vale a dire entro fine agosto. «Le trasformazioni che colpiranno l’Ente per le nuove tecnologie, l’energia e l’ambiente hanno alimentato un clima di estrema ingovernabilità che ha dirette ricadute sull’attività di ricerca», spiega a left l’ingegnere Alfredo Bertocchi del coordinamento nazionale dell’UsiRdb. A complicare la situazione c’è poi l’estrema incertezza su chi succederà all’attuale presidente Paganetto. Reo di aver dato un taglio netto col passato della precedente amministrazione – nella quale oltre allo sviluppo della scienza e di nuove tecnologie c’era un gran via vai di “poltrone”-  Paganetto è inviso a una parte influente del Pdl. E quasi certamente non verrà confermato.
In tutto questo, ingegnere, che cosa accadrà ai progetti di ricerca che non rientrano nel campo del nucleare?
Premesso che come UsiRdb non siamo contrari all’Agenzia in quanto tale, dico che è grande il timore di vedere l’Enea trasformato in carrozzone di puro stile ministeriale in cui la scienza diventa l’ultima delle priorità. Nessuno fino a oggi ci ha detto che fine farà tutta la ricerca “ambientale”, quella sull’inquinamento, o quella biologica. Da questo punto di vista vediamo un disegno ben preciso. Che è quello di mettere le mani su attività svolte in ambito pubblico per eliminarle completamente o per trasferirle verso il privato dopo averle smantellate.
L’Italia corre dritta verso il nucleare e lascia per strada la ricerca scientifica?
È una corsa alla cieca. In 20 anni senza nucleare chiunque era competente in questo campo si è dovuto riciclare. Come me molti altri ricercatori dell’Enea sono passati all’informatica, al risparmio energetico e così via. Tutte il sapere di un tempo si è inaridito. In tal senso il rilancio di questa fonte energetica è una bufala perché è basato sul nulla.
Un rilancio costoso…
Costoso per i contribuenti e remunerativo per i soliti pochi. Intanto le centrali verranno acquistate dai francesi chiavi in mano. Con loro sommo gaudio, visto che se ne vogliono liberare. E poi chi veramente farà l’affare saranno le imprese del cemento che si dovranno occupare della costruzione degli impianti. Senza contare che l’attuale produzione nazionale di energia copre ampiamente il fabbisogno di famiglie e imprese.   left 30/2009

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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