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Società

Il miraggio della laicità

AP09071502737A colloquio con il professor Michele Ainis, autore di Vita e morte della Costituzione. Una storia italiana di Federico Tulli

Alla riapertura dell’anno scolastico 12mila studenti russi si ritroveranno con un’ora in più di lezione da seguire, l’ora di religione. Non accadeva dall’era dell’ultimo zar, Nicola II. Il piano, annunciato nei giorni scorsi dal premier Dmitri Medvedev, è stato avviato nel 2006 da Vladimir Putin in accordo con il patriarca Alexei II. L’iter si concluderà nel 2012 quando la legge sarà applicata in tutto il territorio nazionale. Deviando in parte dall’obiettivo putiniano, Medvedev ha previsto la possibilità per chi non professa il culto ortodosso di orientarsi su insegnamenti religiosi alternativi o di storia delle religioni, oppure ancora di educazione civica. In tutto questo rientra anche l’assunzione di oltre 40mila insegnanti che per volere di Medvedev dovranno essere laici. Per chiudere il cerchio con la Storia, Putin li voleva tutti monaci. Lo spunto di cronaca ha spinto left a rivolgere alcune domande a Michele Ainis, docente di Diritto pubblico all’università Roma 3 e autore di diversi saggi tra cui Vita e morte di una costituzione. Una storia italiana (Laterza). A settembre poi uscirà per Chiarelettere La cura, «un decalogo di proposte per rivitalizzare la democrazia italiana che – dice Ainis – faranno saltare sulla sedia un po’ di gente». Tante sono infatti le analogie del caso “Russia” con la questione dell’insegnamento della religione dominante nelle scuole italiane. Da un lato il tentativo putiniano di spianare la strada alla rentrée in grande stile dei preti ortodossi somiglia troppo alle pratiche cui i nostri politici ci hanno abituato per quanto riguarda i rapporti con la Chiesa romana. Dall’altro, per sommi capi, la normativa russa è simile alla nostra. Almeno sulla carta. Il principio di laicità dello Stato imporrebbe infatti pari dignità per tutti gli insegnamenti. Nei fatti, questo, in Italia, non accade. Basti pensare che con le nostre tasse paghiamo lo stipendio a 70mila insegnanti di religione scelti dal Vaticano, mentre di quelli di altre confessioni non v’è traccia. E che l’educazione civica è oramai una “materia” in stato vegetativo permanente.
Prof. Ainis, è la Russia che si “avvicina” all’Italia o l’Italia è ancora troppo simile a quella dei Patti lateranensi del ‘29?
Intanto a Mosca non hanno il Vaticano e già questo ci rende diversi da qualsiasi altro Paese. Una presenza che ha condizionato la nostra storia e condiziona la nostra cultura, determinando un’annosa questione cattolica che è stata “romana” fino al 1929. Poi è diventata vaticana.
Una storia irrisolta anche con il varo della Costituzione nel 1948?
Pur non pronunciando mai la “paroletta magica”, la nostra Costituzione è laica. Come riconosciuto in diverse sentenze dell’Alta corte quello di laicità è un principio supremo del nostro ordinamento. Ma la Carta del ‘48 contiene degli ossimori, delle contraddizioni, e tutto questo deriva da un empasse politico, ma anche storico e culturale, che si è riflesso nei lavori dell’Assemblea costituente. In Vita e morte di una Costituzione cercavo di superare queste contraddizioni facendo valere la forza dei principi fondamentali rispetto alle eccezioni. Parole risultate incomprensibili per i politici attuali.
Da dove nasce questa “italica” difficoltà a lasciarsi andare alla laicità dello Stato? 00269363

Non si può ignorare il tentativo di Togliatti di integrare le masse comuniste con quelle cattoliche votando l’articolo 7 della Carta per non aprire un fronte religioso che a suo giudizio in quel momento l’Italia non poteva sostenere, avendo altri fronti aperti. E poi, facendo un salto di 30 anni, c’è da considerare il ruolo di Berlinguer e del “suo” Pci.
Ci spieghi meglio…
Spesso chi critica Berlinguer pensa subito ai danni del compromesso storico con la Dc di Moro. Ma già alcuni anni prima il Pci aveva avuto un atteggiamento decisamente poco laico in occasione del referendum sul divorzio. Un’occasione persa dal “partito di massa”, che fu però cavalcata dai socialisti e dai radicali, dai partiti più schiettamente laici. Più capaci cioè di contrastare la politica del Vaticano.
Perché questa freddezza di Berlinguer verso il divorzio?
Perché aveva la stessa paura che era stata di Togliatti nel 46-47 di “divorziare” dalle masse cattoliche cavalcando temi sgraditi, e quindi ostacolando un ipotetico insediamento popolare di massa del Pci. Un iperrealismo politico che finiva per rendere il partito una caricatura di se stesso e che, se si pensa all’invadenza vaticana nei programmi scolastici, con il senno di poi, ha rallentato l’ammodernamento del Paese.
La realtà socio-culturale italiana mandava altri segnali…
Senza dubbio. L’esito del referendum dimostrò che i cittadini erano assai più avanti di quanto fossero percepiti dalla sinistra. Della quale erano certamente più laici.
Dieci anni dopo Craxi rimodulò il Concordato. Alla luce di quanto detto, fu un  passo verso la laicità dello Stato?
Direi di no. Quel Concordato ha sì eliminato alcune norme incostituzionali, ma ne ha create altre che hanno aumentato il potere del Vaticano. A cominciare dall’8 per mille. La mossa di Craxi fu dettata dal cinismo e anche da scarso coraggio. Anche senza scomodare la parola utopia, le battaglie si possono perdere. Se però sono delle battaglie per dei valori alti, come libertà e appunto laicità, non si perdono mai del tutto. Invece Craxi, che era stato il primo socialista a diventare premier, aveva bisogno di legittimarsi con il potere millenario che aduggia l’Italia. Ed ecco che l’eccesso di realismo si trasforma in un bel mucchio di assegni in bianco per la Chiesa.
Di recente Veltroni ha lodato il Berlinguer del compromesso storico. Anche lui alle prese con la real politik, cosa succederebbe in Italia se i leader del centro sinistra vi rinunciassero?
Quelli attuali non lo faranno mai. La scommessa sarebbe se un partito come il Pd facesse scelte chiaramente laiche, alla Zapatero. Allora vedremmo se le nostre analisi sono errate o se aveva ragione Togliatti. Oggi il suo “grande realismo” ancora vivacchia sotto forma di piccolo e meschino calcolo del giorno dopo.  Left 30/2009

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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