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Società

Legami di sangue

24 marzo 1976, la giunta militare golpista ha appena annunciato di aver preso il potere in Argentina (L'ammiraglio Eduardo Massera è il secondo da sinistra)

24 marzo 1976, la giunta militare golpista annuncia la presa del potere in Argentina (L'ammiraglio Eduardo Massera è il secondo da sinistra)

Ferite aperte di una feroce dittatura. Sono circa 500 i figli di desaparecidos cresciuti, senza saperlo, con gli assassini dei loro genitori. Secondo le Abuelas di plaza de Mayo alcuni di questi ragazzi, oggi trentenni, vivono in Italia: la Rete per l’identità può aiutarli a riappropriarsi del proprio passato di Federico Tulli

C’è una lunga storia che unisce Italia e Argentina, italiani e argentini. È iniziata nei primi decenni del secolo scorso con le migrazioni dei nostri connazionali in America Latina. È proseguita con la nuova ondata di partenze nel secondo dopoguerra. E si è consolidata a partire dal 2001, quando migliaia di giovani, nipoti e pronipoti di quegli emigranti, hanno ripercorso al contrario la vecchia rotta per fuggire alla morsa della fame che aveva attanagliato l’Argentina in balia di una tremenda crisi economica. Ma c’è anche un altro indissolubile legame tra la patria che fu di Borges e Soriano e il nostro Paese. Un legame che si stringe, come un cappio, il 24 marzo del 1976 a Buenos Aires quando i generali Agosti, Massera e Videla, con un colpo di Stato appoggiato da esercito, marina e gerarchie ecclesiastiche, depongono il governo di centrosinistra democraticamente eletto. È in quel giorno che una intera generazione di giovani professori universitari e liceali, artisti, attivisti politici di sinistra e così via comincia sistematicamente a sparire. Uomini e donne vengono rapiti, anche in strada, dalle patotas, veri e propri commandos appartenenti ai diversi corpi dell’esercito e delle forze dell’ordine, ma che solitamente agiscono in borghese e a volto coperto. Centinaia di desaparecidos, forse migliaia, sono di origine italiana. E in meno di cinque anni saranno in tutto circa 30mila le persone condotte nei famigerati centri clandestini di detencion dove prima di scomparire definitivamente vengono interrogate e torturate. Di loro non si saprà più nulla. «Tra di essi vi erano pure neonati rapiti dai militari insieme ai genitori, oppure nati nei luoghi di detenzione dove vengono condotte le donne incinte. Una di queste era mia madre», racconta a left Leonardo Fossati.
Nato 32 anni fa a La Plata, Leonardo lavora con le Abuelas de plaza de Mayo (le Nonne di plaza de Majo, organizzazione

Gianluca Di Girolami (a sx) e Leonardo Fossati ai recenti Mondiali antirazzisti di Casalecchio (Bo)

Gianluca Di Girolami (a sx) e Leonardo Fossati ai recenti Mondiali antirazzisti di Casalecchio (Bo)

non governativa argentina che ha come fine quello di restituire alle famiglie legittime tutti i bambini sequestrati e desaparecidos nella dittatura militare) ed è in Italia per proseguire nell’opera di presentazione della Rete per il diritto all’identità, avviata nell’aprile scorso da Estrella Carlotto, presidente delle Abuelas. «La Red por el derecho a la identidad, promossa in Argentina nel 2003 dalle Abuelas e dalla Conadi (Commissione nazionale per il diritto all’identità, fondata nel 1992, ndr) – spiega Fossati – è composta da persone che hanno deciso di collaborare nella ricerca dei giovani figli di desaparecidos. Questo è possibile comparando il Dna di chi ritiene di essere un “figlio illegittimo” con il sangue depositato in apposite banche dai familiari delle persone scomparse durante la dittatura». Leonardo è uno dei 97 bambini nati sotto il regime e “adottati” da persone conniventi con esso, che attraverso la Rete sono riusciti a risalire all’identità dei genitori biologici. Fossati è il suo vero cognome. A 30 anni di distanza, mancano all’appello almeno 400 ragazzi, e le Abuelas ritengono che molti di loro vivano in Italia, forse con il sospetto di non essere figli naturali, «dunque di avere un’altra identità» precisa Fossati, ma senza sapere come fare per verificarlo. «Il mio compito – dice – è quello di aumentare la ramificazione della rete nel vostro Paese tramite la sensibilizzazione delle istituzioni locali e delle associazioni di volontariato, che a loro volta possono contribuire alla diffusione di informazioni, assistenza e soprattutto sostegno a quei ragazzi argentini, tra i 25 e i 32 anni, che sospettano di essere stati vittima di rapimenti».

In Italia la Rete già ha due uffici a Roma e Milano, rispettivamente nell’ambasciata e nel consolato argentino, ma conta di ampliare la presenza e l’attività (che consiste anche nel raccontare la storia dei desaparecidos tramite rappresentazioni teatrali e dibattiti) in concomitanza con il processo all’ex ammiraglio golpista Eduardo Emilio Massera, la cui udienza dibattimentale si svolgerà il 30 settembre prossimo alla Corte di assise di Roma. L’ex militare deve rispondere della morte di tre desaparecidos italiani: Angela Maria Aieta, sequestrata il 5 agosto 1976, Giovanni Pegoraro e sua figlia Susanna, entrambi sequestrati il 18 giugno del 1977. Secondo quanto si legge negli atti processuali, è accusato di «aver cagionato la loro morte, dopo averne disposto o operato il sequestro, e dopo averli sottoposti a tortura, con le aggravanti di aver commesso i fatti con premeditazione, adoperando sevizie e agendo con crudeltà verso le persone». Quello a Massera è il primo processo in cui lo Stato italiano si è costituito parte civile insieme ai familiari delle vittime. «Un gesto di importante valenza politica», osserva Fossati. «Ho fatto molti incontri nel mio Paese per raccontare nelle scuole, nelle università o nei centri culturali in cosa consiste la Rete». Secondo le Abuelas ora è fondamentale trovare anche all’estero un ambiente che favorisca la diffusione del consenso verso questo strumento di recupero e salvaguardia della “memoria” e dell’identità di una nazione, che una feroce dittatura ha tentato di annichilire e annullare prima attraverso la sparizione fisica delle persone e poi facendo crescere i figli di chi era scomparso tra le braccia degli assassini dei loro genitori naturali. «Quello che più mi preme e che più interessa alle Abuelas – osserva il giovane – è scambiare informazioni con i cittadini di altri Paesi. Quanto è accaduto in Argentina può succedere in qualsiasi altra parte del mondo. Creare una memoria condivisa può servire a impedire che altri come noi subiscano questi crimini orrendi». Leonardo porta l’esempio dell’America Latina: «In generale oggi è guidata da governi di sinistra o centrosinistra, con delle differenze ma c’è una certa omogeneità. Eppure in Honduras, ad esempio, da un giorno all’altro si è insediata una nuova dittatura. E in Cile come in Argentina la destra si sta ricompattando facendo leva su una generazione di anziani che manifestamente si dicono nostalgici della dittatura militare. Questo significa che la storia dei desaparecidos non appartiene al passato ma è parte del presente. È di due anni e mezzo fa – conclude – l’ultima scomparsa di una persona. Julio Lopez aveva appena testimoniato per un processo contro i golpisti ed è sparito: è accaduto in quello che era il centro di detenzione dove sono nato io. è chiaro che chi faceva queste cose sa ancora come organizzarsi. Noi tutti, insieme, possiamo e dobbiamo impedirlo».

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Calci al regime

Fondata da Gianluca Di Girolami (già ideatore dei Liberi Nantes, l’unica squadra di calcio composta solo da rifugiati e richiedenti asilo)  Plaza de Mayo – Unión Deportiva “usa” il calcio per non dimenticare i crimini della dittatura argentina. «Partendo dal presupposto che la memoria storica o è un patrimonio collettivo o non è – spiega Di Girolami (a sinistra nella foto) – abbiamo pensato a una squadra aperta, di cui possa far parte chiunque voglia indossarne la maglia. Per ricordare insieme, per non dimenticare mai una ferita aperta nella memoria e nella storia di un continente». Plaza de Mayo – Unión Deportiva ha esordito quest’anno ai Mondiali antirazzisti di Casalecchio di Reno.

left 29/2009

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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