//
you're reading...
Politiche sanitarie

Influenza A-H1N1, prepariamoci al peggio

1-h1n1L’influenza A-H1N1 colpisce ovunque ma con diversa intensità. Oltre cento morti in Argentina e Gran Bretagna, ancora nessun caso grave da noi. Il parere del noto virologo Fabrizio Pregliasco di Federico Tulli

In tre mesi, oltre 700 persone morte nel mondo, secondo l’ultimo rapporto stilato dall’Organizzazione mondiale della sanità. Decine di migliaia i casi di contagio accertati in più di 60 Paesi, compresa l’Italia. La diffusione del virus pandemico A-H1N1 prosegue senza soluzione di continuità lungo i cinque continenti manifestando preoccupanti picchi di mortalità in alcuni Paesi molto diversi tra loro dal punto di vista organizzativo in ambito sanitario. Messico, Stati Uniti, Gran Bretagna e Argentina, ad esempio, contano circa l’80 per cento dei contagi e dei decessi globali. Guardando i freddi numeri, con un tasso di mortalità che secondo l’Oms si aggira intorno al 4,5 per mille, questa influenza sembra essere molto più pericolosa di quella “normale” di stagione che, almeno nei Paesi più sviluppati, causa la morte di una persona ogni mille. Tuttavia sia le autorità politiche sia quelle sanitarie nazionali e internazionali invitano alla calma, in attesa che il vaccino preventivo sia ultimato e testato (probabilmente entro la fine di ottobre, sempre che nel frattempo il virus non muti eccessivamente). Pur trattandosi di un virus dello stesso ceppo della “Spagnola”, Oms, ministero della Salute italiano e Istituto superiore di sanità assicurano che l’A-H1N1 è meno aggressivo di quello che tra il 1917 e il 1919 uccise 50 milioni di persone. Sommando questa caratteristica di scarsa pericolosità alle misure di prevenzione e cura che sono state pianificate, alla fine il costo di vite umane potrebbe essere estremamente limitato. A preoccupare, però, è il costo sociale di un contagio di massa. Si calcola che entro nove mesi circa un quarto degli italiani finirà a letto con l’influenza. Per meglio capire a cosa andiamo incontro left ha rivolto alcune domande al professor Fabrizio Pregliasco, virologo dell’università Statale di Milano e tra i massimi esperti del settore.
Professor Pregliasco, quanto è pericoloso il virus A-H1N1?

Il virologo della Statale di Milano Fabrizio Pregliasco

Il virologo della Statale di Milano Fabrizio Pregliasco

In questo momento la malattia è simile alla normale influenza, anzi più lieve. Considerando i grandi numeri, è stata riscontrata qualche complicazione, come anche diversi decessi, ma se guardiamo all’aspetto individuale la patologia è piuttosto banale. Si risolve con quattro giorni a casa e nella stragrande maggioranza dei casi senza particolari complicanze.
L’Oms ha detto che «la chiusura delle scuole è una delle misure di contenimento che i governi possono prendere in considerazione», questo significa che l’influenza può divenire più aggressiva?
Il virus della “suina” può mutare e dobbiamo tenere in considerazione che potrebbe divenire più aggressivo, ad esempio, in caso di ricombinazione in un altro animale. Ma è la quantità di contagi a creare problemi che, per le istituzioni come l’Oms o il nostro ministero della Salute, ora come ora, sono più di carattere organizzativo che sanitario. Considerando i costi sociali legati a una pandemia, ogni decisione è presa anche in questa ottica. Ad esempio, sconsigliare di  viaggiare può comportare un costo che in tempi di crisi pochi economie si sentono in grado di affrontare. Questo spiega la “delicatezza” con cui vengono fatte alcune dichiarazioni.
L’influenza colpisce soprattutto gli under 40
Non è ancora certo il motivo. I giovani sono esposti perché viaggiano di più ma l’H1N1 è stato quello della Spagnola ed è probabile che alcune persone molto anziane siano immuni. Inoltre, nel 1977 c’è stato un H1N1 di origine suina, quindi alcuni adulti potrebbero essere “difesi” rispetto a una variante simile, come è quella attuale.
Da Paese a Paese ci sono tassi di mortalità molto diversi. In Italia non si è verificato nessun caso particolarmente grave. Mentre in Argentina, Gran Bretagna e Stati Uniti i morti sono a centinaia…
Questo è un problema statistico. Non è facile individuare le cause di tali differenze. Probabilmente all’inizio, quando il virus ha colpito Messico e Usa, era più aggressivo.
In ogni caso i rapporti si fanno sempre sui casi ospedalizzati. Quindi la valutazione è diversificata anche in funzione della capacità organizzativa sanitaria e di sorveglianza della diffusione.
Dunque il tasso di mortalità della A-H1N1, che è quattro volte e mezzo più alto di quello dell’influenza di stagione, non ci deve far paura?
È un valore opinabile. Bisogna considerare che tipo di controllo è stato messo in atto fino a oggi da uno Stato all’altro. Per esempio in Italia c’è stata un’indagine continua su tutti i casi accertati di contagio per ridurre la trasmissione
interumana. Altri governi hanno già mollato le redini e non fanno più questa azione preventiva e purtroppo la diffusione è più ampia. Intendiamoci, quando i contagi aumenteranno lo dovremo fare anche noi, concentrando l’azione sanitaria sulle cure più che sulla prevenzione. Va comunque sottolineato il valore dell’intensa azione di mitigazione che si è riuscita a fare, assicurando profilassi a tutti i soggetti esposti a un “caso indice”.
In attesa del vaccino come possiamo difenderci?
Si possono adottare diverse strategie non farmacologiche. Come può essere quella di rimandare l’apertura delle scuole.

**

Il ministro della Salute argentino, Juan Mazur

Il ministro della Salute argentino, Juan Mazur

Contagi, guerra di cifre in Sudamerica

di Gloria Ravidà

In un batter d’occhio il Messico ha passato lo scomodo timone all’Argentina. Che, con 165 morti per l’influenza A-H1N1, slitta al secondo posto nella classifica mondiale per numero di decessi, dopo gli Stati Uniti e, appunto, il Messico che per ora è fermo a 124. L’Argentina conquista anche l’infelice primato sul continente latinoamericano e, due mesi dopo le elezioni legislative, la polemica era inevitabile.
«Siamo gli unici a contare realmente le cifre», ha inveito la presidentessa argentina Cristina Kirchner, aggiungendo che «è affrettato stilare classifiche perché prima morivano quattromila persone all’anno a causa dell’influenza comune». Le accuse però piovono da più parti, puntando sempre il dito contro il governo che, pur avvertito dall’Oms, si sarebbe concentrato più sulla campagna elettorale che sul virus. Gli altri Paesi per adesso cercano di non far esplodere una guerra continentale dei numeri anche se, a onor del vero, i conti non tornano. Il Brasile ha circa 200 milioni di abitanti ed è il Paese più grande dell’America Latina. Eppure fino a ora ci sono stati, secondo le autorità sanitarie, “solo” 20 decessi. L’Uruguay, che è il più piccolo e che ha poco più di 3 milioni di abitanti, ha 19 morti. Anche se, andando a fondo, si scopre che il gigante sudamericano conta 1.175 casi confermati, quattromila probabili contagi, e che questa cifra è destinata a lievitare. E, ancor più a fondo, ci si accorge che ogni anno in Brasile muoiono 70mila persone a causa dell’influenza comune. Punto e daccapo. Eccessivo allarmismo? Per adesso solo risposte che alimentano domande e numeri che crescono. La settimana scorsa il Venezuela ha riferito della prima «possibile» morte e di 281 contagi. Insomma, in ogni Paese latinoamericano le autorità sanitarie sciorinano dati, i mass media dibattono, i governi cercano di tranquillizzare, e il business dei vaccini cresce. Cosa, quest’ultima, che rischia di far scoppiare l’ennesima guerra tra Nord e Sud. «In un momento in cui il mondo vive una pandemia è fascista sostenere che per ragioni di mercato i Paesi più poveri non godranno delle stesse condizioni per accedere a un vaccino che può salvare milioni di vite», ha tuonato Jorge Darze, presidente del sindacato dei medici di Rio de Janeiro, polemizzando con la direttrice generale dell’Oms Margaret Chan, secondo cui l’ambito vaccino potrebbe essere disponibile solo per i Paesi ricchi perché a farla da padrone saranno «la forza del mercato e la protezione dei brevetti». Una posizione che preoccupa medici, docenti e aziende farmaceutiche locali che chiedono che il vaccino sia dichiarato “patrimonio dell’umanità”. Ma non è il costo del farmaco che chiude il cerchio. Per ora, infatti, sappiamo solo che dovrebbe essere pronto a ottobre. Quando i viaggiatori europei ritorneranno dal Sudamerica, dove già è iniziato il balletto dei numeri sul turismo. Sul banco degli imputati, oltre alla crisi economica, ora c’è anche l’allarmismo per la febbre suina.
left 29/2009

Annunci

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

Discussione

Non c'è ancora nessun commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

Aggiornamenti Twitter

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: