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Ricerca scientifica

Sognando la prossima Luna

©NASA

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Quaranta anni fa, alle 20:17:40 Utc (Tempo coordinato universale) del 20 luglio del 1969, il modulo Eagle dell’Apollo 11 con a bordo Neil Armstrong e Edwin Aldrin allunava sul satellite terrestre. Era la prima volta nella sua storia che un essere umano si ritrovava a guardare il piccolo astro senza dover stare con il naso in su. Poche ore dopo, alle 2:56 Utc del 21 luglio, i due astronauti statunitensi scendono sulla superficie lunare con un piccolo balzo. Sono passati 360 anni dal 1609. Da quando cioè prima Keplero con i suoi calcoli e poi Galileo con il suo cannocchiale avevano definitivamente aperto all’umanità una grande finestra sull’universo di Federico Tulli

«Tutti strepitano che il moto delle stelle intorno alla Terra è evidente agli occhi di chiunque, come pure lo stato di quiete della Terra stessa. Io ribatto che agli occhi dei lunari risultano invece evidenti la rotazione della nostra Terra, cioè della Volva, e anche l’immobilità della Luna. Se mi si obiettasse che i sensi lunatici dei miei lunari si ingannano, con pari diritto potrei obiettare che sono i sensi terreni di noi terrestri a ingannarsi, quando sono privi della ragione». Sono anni di vita difficile per chiunque si occupi di temi scientifici quelli in cui Johannes Keplero scrive questa breve nota in calce al suo Somnium. Siamo nel 1609 e il matematico e astronomo tedesco sta lavorando da 16 anni alla stesura di quello che a  tutti gli effetti è «un breve racconto di fantascienza», come scrive Anna Maria Lombardi nell’introduzione a Il Sogno di Keplero (Sironi editore) da pochi giorni in libreria. E “fondere” fantasia e scienza, nell’Europa cristiana, solo nove anni dopo che Giordano Bruno è finito sul rogo, non è certo un segnale di sottomissione alle gerarchie ecclesiastiche nervosamente impegnate a mantenere e difendere il proprio dominio sul pensiero altrui. Specie se eretico o innovativo. Un rischio di cui Keplero è consapevole, ma poco importa. Per lui, prosegue Lombardi, «il viaggio sulla Luna è simbolo Keplero_coverdi una immaginaria fuga da un contesto intellettuale che gli è sempre andato stretto: in un’epistola all’amico Bernegger, confida che ormai la Luna è l’unico luogo dove possa rifugiarsi un astronomo copernicano, cacciato fin là dalla Controriforma».
Così, dopo aver pubblicato, nel 1609, l’Astronomia Nova, il rivoluzionario trattato che contiene due delle sue famose leggi, lo scienziato tedesco decide di riproporre le stesse idee nella forma semplice e attraente di un racconto. È il Somnium, un testo di sole 20 pagine corredato di 223 corpose note, dove il lettore, seguendo il protagonista Duracoto, scivola sulla Luna, ne conosce gli strani abitanti e osserva un cielo diverso, che sfida il senso comune. Keplero mette così in scena il modello astronomico copernicano, nel quale è il Sole e non la Terra a occupare il centro dell’Universo; ma la Chiesa osteggia questa visione e persino la circolazione informale del manoscritto è causa di guai per l’autore. Keplero ci lavora per altri vent’anni, aggiungendo al testo note fisico astronomiche e autobiografiche e registrando la sua grande amarezza. Precursore della fantascienza e insieme della “scienza narrata” il Somnium viene pubblicato postumo nel 1634, negli stessi anni del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo.

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Astroturismo, che passione

2a stella a destra_COVERIn tempi di crisi viaggiare con la fantasia può essere un intelligente modo per risolvere la questione “vacanze”. Specie se per stimolare l’immaginazione sfogliamo un libro. Nell’anno internazionale dell’Astronomia, la scelta non può non cadere sul libro dei fisici Andrea Bernagozzi e Davide Cenadelli, Seconda stella a destra. Guida turistica al Sistema solare (Sironi editore). Immaginando di essere nel 12009, gli autori ci conducono alla scoperta dei più suggestivi luoghi «a portata di astronave». Dispensando consigli su dove alloggiare o mangiare, e su itinerari naturalistici e culturali e divertimenti da non perdere, Bernagozzi e Cenadelli sfidano i lettori a distinguere il vero dal verosimile. Una fantastica scorribanda tra pianeti e satelliti arricchita dalle più spettacolari immagini degli archivi Esa e Nasa. «Per un astroturismo delle tre c: colto, consapevole, cosmosostenibile».
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Il fisico Umberto Guidoni

Il fisico Umberto Guidoni

La sfida dell’astronauta. Intervista a Umberto Guidoni

Un volto da scoprire

Professor Guidoni, a 40 anni dal «balzo» di Armstrong e Aldrin sulla Luna che significato ha oggi quell’impresa?
Certamente quel “saltello”, come diceva Armstrong, è stata una piccola cosa per una persona singola,ma ha rappresentato il coronamento di un “sogno” vecchio quasi quanto l’umanità. Da quando cioè per la prima volta l’uomo ha guardato il cielo e ha immaginato di poter uscire dall’isolamento del proprio pianeta e potersi avventurare in questo mare stellato. Questa curiosità era certamente la premessa a una futura esplorazione dello spazio.
Quale ruolo ricopre nella storia dell’astronomia l’Apollo 11?
La rapidità con cui si è passati dai lanci delle prime sonde all’esplorazione della Luna – dallo Sputnik al salto di Armstrong ci son voluti solo 12 anni – aveva fatto pensare che l’esplorazione dello spazio potesse essere molto più veloce. Dunque già in quegli anni si parlava  di arrivare su Marte e di installarvi delle basi.
Cosa ha rallentato quella “corsa”?
L’Apollo nasceva come progetto politico militare. Obiettivo degli Stati Uniti era dimostrare all’Urss la propria forza dopo che Mosca per prima era arrivata nello spazio e aveva messo un uomo in orbita intorno alla Terra. Una volta marcata la propria vittoria sono emerse le contraddizioni e i limiti dell’Apollo. Se il fine di una corsa è arrivare primi non necessariamente si adottano le migliori soluzioni dal punto di vista tecnologico.  Alla fine gli ingenti costi e i rischi hanno dilapidato quella esperienza che rimane comunque il punto più alto della storia dell’esplorazione spaziale.
Oggi si ritorna a parlare della Luna.
Se ne parla in un’altra chiave rispetto ad allora. Quella che si sarebbe dovuta usare fin dall’inizio. Cioè quella di un’esplorazione step by step, “passo dopo passo”, a partire dalla creazione di basi permanenti sul satellite, permettendo così di abbattere i costi e raggiungere il corpo celeste con maggiore facilità.
Chi è più avanti nella corsa al satellite terrestre?
La Nasa sostiene di poter tornare sulla Luna entro il 2020. In questa chiave si deve vedere lo sviluppo del nuovo veicolo Constellation. Un progetto esaminato di recente dal presidente Obama che prevede la sostituzione dello Shuttle e la costruzione dei primi componenti di quello che sarà il “sistema” che poi tornerà sulla Luna. Non prima però del 2015.
Tornare sulla Luna può servire agli Usa per arrivare su Marte?
Sì, è un’ipotesi ragionevole. Ma va anche considerata la competizione militare in corso con Cina e India. Pechino in particolare non fa segreto di voler puntare sulla Luna per sviluppare nuove tecnologie, e ha già messo in orbita degli astronauti.
Si ricomincia a guardare allo spazio per cimentarsi in questo tipo di competizioni?
Per fortuna non è esattamente lo stesso tipo di corsa che si è verificata tra Usa e Urss nella seconda metà del secolo scorso. Queste “sfide” vano di pari passo con la necessità di costruire basi permanenti per verificare la presenza di elementi minerali utili allo sviluppo di tecnologie future.
Da questo punto di vista la Luna non è ancora del tutto conosciuta?
Le sei missioni che fino a oggi sono allunate ci hanno dato informazioni preziose ma non possiamo dire di aver completato lo studio. Per esempio non siamo mai andati oltre le zone equatoriali. E questo è l’obiettivo della missione americana. Al Polo Sud ci potrebbe essere ghiaccio da acqua da utilizzare per produrre ossigeno e combustibile direttamente in loco. Left 28/2009

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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