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Società

Unión Deportiva, un calcio per la memoria

La maglia da gioco della Plaza de mayo - Union deportiva. Foto di Daniela Campa

La maglia da gioco della Plaza de mayo - Union deportiva. Foto di Daniela Campa

Fra i team che partecipano ai Mondiali antirazzisti c’è una formazione che non ha giocatori. È la rappresentativa dei desaparecidos argentini di Federico Tulli da Casalecchio di Reno

C’è una lunga storia di lotta per la difesa dei diritti della persona che incrocia quella dei Mondiali antirazzisti di Casalecchio. È una storia che inizia il 24 marzo del 1976 in Argentina. Quel giorno, con un colpo di Stato, il governo viene deposto dai generali Videla, Agosti e Massera. La politica del terrore si propaga come il più letale dei carcinomi e usa come strumento principale quello della “sparizione forzata” degli oppositori, la desaparicion. In meno di cinque anni 30mila persone di tutte le età e condizioni sociali sono private della libertà e sottoposte a tortura. Tra questi vi sono quasi 500 bambini, spesso neonati, prelevati dai militari insieme ai genitori, o nati nei centri clandestini di detenzione dove vengono condotte le donne incinte. I neonati fanno la parte del bottino di guerra e centinaia di loro sono consegnati a membri delle forze armate che ne diventano i “genitori”. Altri rimangono abbandonati in istituti per figli di ignoti. «Cancellando la loro storia precedente, la dittatura ha negato loro un diritto fondamentale, il diritto all’identità». La denuncia è delle Abuelas di Plaza de Majo, le Nonne di Plaza de Majo, organizzazione non governativa che ha come fine quello di restituire alle famiglie legittime tutti i bambini sequestrati e desaparecidos nella dittatura militare. In questi anni sono riuscite a ritrovare 97 bambini scomparsi, anche attraverso l’istituzione della Rete per il diritto all’identità, estesa oggi anche all’Italia. Esiste un legame forte e profondo tra il nostro Paese e l’Argentina. Ed è il legame delle migrazioni di centinaia di migliaia di italiani. I nipoti e i pronipoti di quei migranti hanno il passaporto italiano e molti di loro hanno percorso la rotta inversa per cercare in Italia lavoro e fortuna. Oggi le Nonne di Plaza de Majo ritengono che «tra di loro possano esserci alcuni degli oltre 400 bambini che mancano all’appello». È stato ad aprile, in occasione dell’inaugurazione della Rete italiana, che Gianluca Di Girolami, fondatore della squadra di calcio composta da rifugiati e richiedenti asilo Liberi Nantes, ha ideato la Plaza de Mayo – Unión Deportiva, la cui caratteristica è quella di non avere una rosa precostituita di calciatori. La Plaza de Mayo – Unión Deportiva partecipa ai Mondiali di Casalecchio e ha già vinto una partita. «Ho pensato – spiega Di Girolami a Terra – che uno spazio come i mondiali Antirazzisti, dove tra i temi centrali c’è quello del recupero e della difesa della memoria, non a caso tra i fondatori di questa manifestazione c’è l’Istoreco (Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea), fosse il più indicato per far attecchire questo progetto. Che parte dal principio che la memoria o è un patrimonio collettivo o non è. E che senza memoria l’essere umano perde la propria identità. Questa squadra è senza calciatori, ma nei fatti è aperta a chiunque vi si riconosca. Quanto è accaduto in Argentina ci deve interessare sia per motivi umanitari e sia per motivi storici. Sono italiani molti dei desaparecidos – conclude Di Girolami -, e non possiamo dimenticare che che quella dei Massera e dei Videla è stata è una delle dittature più sporche e devastanti per quello che hanno lasciato dopo di loro». Terra, il primo quotidiano ecologista

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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