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Società

Un uomo con la schiena dritta

L'avvocato Giorgio Ambrosoli

L'avvocato Giorgio Ambrosoli

A trent’anni dall’omicidio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, il libro del figlio Umberto ripropone una vicenda di straordinario impegno civile, ancora attualissima di Federico Tulli

«Quanto è accaduto a mio padre dimostra che le leggi da sole non permettono a una società di progredire. Serve una diffusa consapevolezza dei singoli rispetto l’importanza del ruolo che ciascuno ricopre nella società civile. Altrimenti la sua storia, in ogni momento, potrebbe ripetersi. Anche oggi. L’organizzazione criminale contro cui si è trovato a combattere è di quelle che fanno affidamento sulla incapacità dei cittadini di essere tali fino in fondo; puntando sul fatto che il cittadino è pigro, è debole, ha paura del potere e quindi è disposto a piegarsi. Ma soprattutto un tale sistema sa di potersi affermare laddove in pochi danno un peso importante alla propria libertà, al significato di essere fautori della società in cui essi stessi vivono». Come il padre Giorgio, Umberto Ambrosoli è un avvocato. È il più giovane dei tre figli dell’uomo che per cinque anni ha svolto l’incarico di commissario liquidatore della Banca Privata di Michele Sindona e che su mandato di quest’ultimo è stato ucciso nella notte tra l’11 e il 12 luglio 1979. A trent’anni da quel tragico evento Umberto Ambrosoli ha ricostruito nel libro dal titolo Qualunque cosa succeda (Sironi editore) la storia delle indagini condotte dal padre, che svelarono gli snodi di un sistema politico finanziario corrotto. E che confluirono in un dossier di cinque pesanti faldoni che l’avvocato consegnò alla Banca d’Italia nel maggio del 1978. Qualunque cosa succeda non è solo un documento chiave per conoscere a fondo uno spicchio di storia recente del nostro Paese. Come scrive il presidente Carlo Azelio Ciampi nella prefazione, questo libro rappresenta anche «la volontà di Umberto Ambrosoli di testimoniare l’impegno militante per l’affermazione dei valori dell’onestà, dell’assunzione di responsabilità; della necessità di non tradire mai la propria coscienza: “non omnis moriar”».
Avvocato Ambrosoli perché suo padre è stato scelto come liquidatore della Banca di Sindona?
Anzitutto penso come riconoscimento delle sue capacità. Pur essendo molto giovane aveva una notevole esperienza elaborata nella liquidazione della Società finanziaria italiana. E poi per la sua indipendenza: non era legato a niente e nessuno. Cosa alquanto rara per un professionista. In realtà mio padre si pose la domanda del perché solo lui. Liquidazioni di quelle dimensioni in precedenza erano sempre state affidate a collegi di persone. La risposta che ho avuto è che dopo la sua vicenda non è più accaduto che fosse chiesto a una persona sola di assumere un incarico di quel livello. Perché, facendo affidamento sul suo alto senso di responsabilità, alla Banca d’Italia si erano resi conto di aver creato involontariamente un facile bersaglio.
Da una situazione di indipendenza suo padre è piombato nel più completo isolamento…

L'avvocato Umberto Ambrosoli

L'avvocato Umberto Ambrosoli

Sì, ma che non è riconducibile alla Banca d’Italia. Il rigore morale del governatore Paolo Baffi è fuori discussione. La Banca centrale è l’unica istituzione pubblica che, al di là dei magistrati con cui lui interloquiva, non ha fatto mai mancare il proprio appoggio. Erano altri gli ambienti dello Stato che dovevano isolare chi si opponeva alla liquidazione della banca di Sindona e che invece hanno fatto altro.
Nel libro è citata la sentenza di primo grado del Tribunale di Palermo nel processo a carico di Giulio Andreotti per concorso esterno in associazione mafiosa (23 ottobre 1999). I giudici hanno accertato che tra il 1978 e il 1980 l’avvocato del bancarottiere, Rodolfo Guzzi, ha incontrato per nove volte Andreotti mentre era presidente del Consiglio. Oggetto degli incontri: sostenere i piani di salvataggio indicati dal suo assistito. Con l’omicidio di suo padre, scrive Ciampi, «è stato colpito il cuore dello Stato». Killer a parte, chi ha sparato questo colpo?
Lo Stato stesso?

Io penso che sia legittimo interpretare le parole di Ciampi con un riferimento a tutto quello che girava intorno alla P2. In tal senso la P2 era una parte dello Stato, perché vi gravitavano rappresentanti delle istituzioni che in realtà erano portatori di un interesse privato. Accanto alla P2 la storia racconta come anche esponenti importantissimi del mondo politico, pur non iscritti alla loggia massonica, si siano intensamente e ripetutamente adoperati per l’interesse privato e personale di Michele Sindona. La ragione per cui oggi propongo di nuovo questa storia non è per dire “guardate questi quanto sono brutti e cattivi”, anche perché è già tanto se ce ne è ancora qualcuno vivo. Ma è per dire che c’è modo e modo di intendere l’interesse del Paese, di rappresentare le istituzioni, di essere uomini.
Lei ha detto che per tanti anni della storia di suo padre non si è potuto parlare. In pratica fino a quando l’allora ministro della Giustizia Flick chiese scusa al Paese per il silenzio e la negligenza dello Stato. Vale a dire quasi venti anni dopo l’omicidio. Come mai?
Quando ho cominciato a scrivere il libro pensavo che negli anni Settanta della storia di Sindona quasi non se ne parlasse. Che tutto fosse stato scoperto dopo. Andando a cercare nelle biblioteche e negli archivi dei giornali ho invece visto che non era propriamente così. Anche allora, a volersi informare, a voler tenere gli occhi aperti e le antenne alzate c’era la possibilità di capire cosa fosse successo e non lo si è voluto fare. Senza voler colpevolizzare chi è rimasto inerte, penso che molto tempo dopo, nel periodo immediatamente prima all’esplosione dell’inchiesta di “Mani pulite”, ci sia stato un momento in cui quelle antenne le si è volute alzare. E si è voluto reagire. Questo momento coincide con la pubblicazione nel 1991 del libro di Corrado Stajano, Un eroe borghese, che ha fatto da supporto a quella reazione della società civile consentendole di realizzare che già in passato c’era stato chi davanti a una degenerazione di quel genere aveva dimostrato che era possibile impedire che il corso delle cose non fosse necessariamente quello stabilito da un sistema criminale.
Secondo quanto accertato dai giudici il delitto è stato programmato nell’aprile del 1979. Cosa accadde di particolare in quella fase delle indagini di suo padre?
Da un lato c’erano le autorità Usa che cercavano di agire nei confronti di Sindona per il crack finanziario che aveva causato oltreoceano, e allo stesso tempo aiutavano i giudici italiani con la richiesta di estradizione. Dall’altro, un certo mondo politico cercava di far venir meno i presupposti stessi della persecuzione della condotta di Sindona da parte della magistratura del nostro Paese. Penso sia legittimo chiedersi come si sarebbe comportato Sindona se chi aveva la responsabilità di gestire la cosa pubblica in Italia, invece di tutelare l’interesse personale di un latitante gli avesse chiuso una porta in faccia. Tenga conto che Sindona non è stato isolato nemmeno il giorno in cui si è saputo che andava in giro a minacciare di morte le persone.

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Ambros. CopertinaCorruzione killer

Giorgio Ambrosoli fu ucciso a Milano l’11 luglio 1979 da un killer, su mandato del bancarottiere Michele Sindona. Aveva passato gli ultimi cinque anni della sua vita assolvendo a un incarico importante e gravoso: la liquidazione coatta della Banca Privata italiana di Sindona, punto di snodo di un intero sistema politico finanziario corrotto e letale. L’avvocato Ambrosoli era consapevole dei rischi, della solitudine e delle difficoltà e lo divenne sempre di più. Scriveva alla moglie: «Pagherò a caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il Paese […] qualunque cosa succeda, comunque, tu sai cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo». Questo libro propone la storia di Ambrosoli da un punto di vista inedito e significativo: lo sguardo del più giovane dei suoi figli, oggi avvocato a sua volta. Sulla base dei ricordi (personali, familiari, di amici e collaboratori), dei documenti e delle agende del padre, delle carte processuali e di alcuni filmati dell’archivio Rai, racconta non solo la vita di Ambrosoli nell’Italia di quegli anni ma anche quella della sua famiglia, prima e dopo la morte. Il racconto illumina il carattere esemplare delle scelte di Giorgio Ambrosoli, la sua coerenza agli ideali di libertà e responsabilità e, insieme, sottolinea il valore positivo di una storia ancora straordinariamente attuale.

Left 27/09

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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