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Società

Mondiali antirazzisti, bando alle uguaglianze

Francesca Scorzoni

© Francesca Scorzoni

È stata inaugurata ieri a Casalecchio la tradizionale manifestazione sportiva all’insegna della lotta contro ogni discriminazione. Cinque giorni di calcio e non solo di Federico Tulli

Calcio e antirazzismo non è propriamente un ossimoro ma i due termini di rado vengono pronunciati nella stessa frase. Specie in Italia. Tanto più nel tempo in cui l’ormai ex deputato leghista Matteo Salvini riesce a trovare gloria sui media per essersi particolarmente distinto nel cantare «con gli amici» odiose canzoncine «da stadio» contro la tifoseria del Napoli. Mentre salutiamo Salvini che tenterà di portare le proprie brillanti idee sul concetto di tifo calcistico al parlamento europeo di Bruxelles in veste di neodeputato, ci consoliamo della sua dipartita annunciando l’inizio di una manifestazione sportiva che i due termini, “calcio” e “antirazzismo”, li riesce a coniugare alla perfezione da quasi tre lustri. Con l’inaugurazione della Piazza Antirazzista e i concerti de Gli avvoltoi e Klasse kriminale, ha infatti preso il via ieri, a Casalecchio di Reno in provincia di Bologna, l’edizione 2009 dei Mondiali antirazzisti. Quattro giorni di dibattiti, concerti ed eventi sportivi, dal basket al cricket, dal rugby al volley, con al centro il torneo di calcio più “eterodiretto” (e pacifista) del mondo. Duecentoquattro squadre, maschili, femminili e miste, provenienti da oltre 20 Paesi si sfidano da questo pomeriggio fino a domenica prossima in match da 20 minuti ciascuno, all’insegna del fair play. Come è consuetudine di questa manifestazione, infatti, l’arbitro viene generalmente inteso come colui che ha il compito di fischiare inizio e fine dell’incontro. Poche volte negli anni ne abbiamo visto uno alzarsi dalla sedia, uscire dall’ombra del proprio parasole (il caldo torrido è il tifoso più fedele dei mondiali) e chiedere ai giocatori, in una delle cinque lingue che di solito conosce, di “ammorbidire” l’agonismo. Purtroppo c’è anche una pessima notizia. Per il terzo anno consecutivo, le autorità italiane hanno negato il visto alla squadra congolese della Lisped (Lega sportiva per la promozione e la difesa dei diritti umani). «Impossibile sapere, anche dall’ambasciata congolese in Italia, i motivi di questo rifiuto che appare inspiegabile», dicono a Terra dai Mondiali antirazzisti. «Molte delle persone di questa organizzazione in passato hanno ottenuto il visto per la Germania, per la Spagna e per la Francia. Mentre sembra davvero insormontabile il monstre burocratico che impedisce loro di venire in Italia». In segno di solidarietà, l’organizzazione (Progetto Ultrà, Istoreco e Uisp) ha quindi deciso di leggere alle squadre partecipanti, prima dell’inizio delle partite, un messaggio di Alain Makengo, presidente della Lisped. «La squadra congolese non sarà rimpiazzata – concludono da Casalecchio – e nel suo girone lasceremo volutamente un vuoto a rappresentare l’ennesimo rifiuto da parte delle autorità italiane a rilasciare il visto». Terra, il primo quotidiano ecologista

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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