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Cultura

Storia a fumetti di ordinaria follia italiana

zona del silenzio_grandeLa fame di verità di Checchino Antonini. Tre anni d’inchiesta sulla morte di Federico Aldrovandi narrati attraverso le tavole di Alessio Spataro di Federico Tulli

Appeso a un cancello dell’ippodromo di Ferrara c’è un cartello che riporta una scritta dal vago senso mistico, “Zona del silenzio”. In realtà di mistico c’è ben poco, visto che è un invito per chi passa da quelle parti a non disturbare la concentrazione degli stalloni “al lavoro” per la riproduzione. Ma è comunque una scritta che gli abitanti della via che costeggia l’ippodromo devono aver preso estremamente sul serio. Sotto quel cartello, il 25 settembre del 2005, pochi minuti dopo essere stato fermato dalla polizia, è morto Federico Aldrovandi. «Di morte violenta, secondo la deposizione dello specialista cardiologo dell’università di Padova, Gaetano Tiene, durante il processo a quei poliziotti, lo scorso 9 gennaio», ricorda Girolamo De Michele nell’introduzione a Zona del silenzio (Minimum fax, 168 pp., 15 euro) il graphic novel sul “caso Aldrovandi” firmato da Checchino Antonini e Alessio Spataro. «Nessuno degli abitanti del luogo racconterà ciò che ha sentito», dice Antonini a Terra. «E il paradosso è che in quella zona hanno visto in tanti. Ne siamo certi perché fin dai primi istanti dell’inchiesta abbiamo trovato tanti segnali delle intimidazioni subite da chi aveva udito urlare Federico». Ricostruendo le ultime ore di vita del ragazzo e narrando la storia di un giornalista e di un giovane studente che si mettono in cerca della verità, Zona del silenzio è il risultato di tre anni di inchiesta su quel tragico episodio. Perché la scelta del graphic novel? «Abbiamo deciso di usare il romanzo per contaminare fiction e informazione e forzare i limiti di tutti i generi. La fiction perché ci sono tante cose di cui questa storia ci parla: dei rapporti padre-figlio, di emergenza sicurezza, della violenza, dell’omertà, della separatezza della polizia dal resto della società. E l’informazione, perché ogni dato, tranne le sotto trame, è rigorosamente vero ed è frutto di inchiesta. E quindi di negoziazione tra chi cerca la notizia e chi la fornisce. La scelta del fumetto – prosegue il giornalista di Liberazione – è un’ulteriore forzatura, pensata per cercare di non rimanere letti solo dai “consumatori” abituali di libri-inchiesta. Volevamo forzare il genere grazie anche alla capacità di Alessio Spataro di smanettare con tutti i linguaggi». Ma Zona del silenzio è anche altro. «È un libro di servizio per una campagna complessiva», tiene a precisare Antonini. «Come dice il presidente del comitato dei familiari delle vittime di Piazza della Loggia, noi viviamo nel Paese dei comitati. I comitati che chiedono verità e giustizia. Da Portella della Ginestra all’ultimo, quello della Casa dello studente de L’Aquila. Passando per quello di Federico».  Dal quotidiano Terra

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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