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Economia canaglia

Un mondo senza consumismo è possibile

multinazIn uscita il 16 luglio Il libro che le multinazionali non ti farebbero mai leggere. Il giornalista austriaco Klaus Werner-Lobo analizza le cause degli squilibri socioeconomici che ricadono sulle spalle dei Paesi poveri e in  via di sviluppo di Federico Tulli

Warren Buffet è l’uomo più ricco del mondo. Possiede un patrimonio di circa 62 miliardi di dollari. Nella speciale classifica stilata ogni anno dalla rivista Forbes precede di “poco” il fondatore di Microsoft, Bill Gates, che di miliardi ne ha circa 58. Tutto questo denaro ammonta più o meno al guadagno annuale globale degli abitanti dei 50 Paesi più poveri del mondo messi insieme. L’analisi di questo nesso tra l’estrema ricchezza di pochi e l’estrema indigenza di tantissimi è sviluppata con estremo rigore e passione dal giornalista austriaco Klaus Werner-Lobo nel suo Il libro che le multinazionali non ti farebbero mai leggere (Newton Compton, 288 pp. 12,90 euro) in uscita il 16 luglio prossimo. Con sistematica precisione e la certezza dell’esploratore che sa dove cercare, Werner-Lobo “entra” in tutti i grandi settori economici dai quali si sviluppa lo squilibrio e ne analizza le dinamiche. Un gran lavoro arricchito dai dati relativi al fatturato di una selezione di «aziende che possono essere considerate emblematiche nel loro settore», dall’alimentare, al farmaceutico, all’informatica, all’energia. In questo modo Il libro che le multinazionali non ti farebbero mai leggere riesce a rendere comprensibili i nessi tra problemi globali come povertà, sfruttamento, corruzione, guerra, razzismo e cambiamento del clima e la personale quotidianità degli abitanti dei Paesi poveri e nostra. Werner-Lobo ci consente anche di realizzare quanto potere abbiamo noi consumatori se solo ci fidassimo delle nostre capacità e realizzassimo quanto “pesano” le nostre scelte sui bilanci delle multinazionali e sulle loro strategie di sfruttamento del lavoro e delle risorse energetiche. Ma nel suo libro il giornalista austriaco non si limita a scattare una fotografia lucida delle reali conseguenze di un mondo basato sul consumismo più sfrenato. Anche se lo strapotere del denaro e la corsa al successo sono entrati in pieno nel nostro stile di vita Werner-Lobo ci dimostra che un’alternativa è possibile. E indagando le diverse modalità di sfruttamento delle risorse del Terzo Mondo da parte delle multinazionali, ci indica una strada che anche noi nel nostro piccolo, con poche accortezze, possiamo percorrere per realizzare finalmente un mondo un po’ più umano. **Dal quotidiano Terra **

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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