//
you're reading...
Cultura migrante

Sindrome italiana

Ragazza CineseGuadagnano perché lavorano. Ce la fanno perché studiano e hanno idee. Viaggio fra i cinesi emergenti, guardati con sospetto di Federico Tulli

“I cinesi non muoiono mai”. È racchiuso in questo luogo comune senza senso tutto l’astio, per non dire il razzismo, nei confronti di queste persone, di questi migranti che nel nostro Paese non rappresentano la più estesa comunità di strenieri residenti (sono solo il 5 per cento del totale), ma certamente quella più intraprendente dal punto di vista lavorativo. Quella frase è anche il titolo del libro di Raffaele Oriani e Ricardo Staglianò pubblicato nel 2008 per Chiarelettere e che rappresenta la prima puntata di un viaggio in giro per l’Italia affrontato dai due autori per «conoscere da vicino e raccontare» la comunità cinese che vive nel nostro Paese. Già perché a oltre 20 anni dai primi “arrivi”, pur essendo in piena fase di seconda generazione (che oggi perlopiù frequenta l’università), da un primo periodo di curiosità verso la “novità” si è via via passati a una paura diffusa nei confronti dello “sconosciuto”. Con lo strano paradosso, peraltro, che le persone che sostengono di non conoscerli e di non saper bene cosa facciano («sono una comunità chiusa, impenetrabile, incapace di integrarsi») sono le stesse che li accusano delle peggiori nefandezze: dal “traffico” di esseri umani, al riciclaggio di denaro sporco, al traffico dei rifiuti. «Vedendo all’opera i cinesi – osservano i due autori – capiamo anche cosa siamo diventati noi. Un Paese stanco, rassegnato e spaventato. Che guarda con sospetto chi, come loro, scommette sulle proprie capacità e investe nel lavoro e nelle nuove generazioni». Il reportage di Oriani e Staglianò si è oggi arricchito di una seconda puntata, sempre edita da Chiarelettere, a cui è abbinato un film-documentario di 60 minuti (in dvd) di Riccardo Cremona e Vincenzo de Cecco. Due opere con lo stesso titolo: Miss little China. Entrando per la prima volta con una cinepresa «nell’intimità personale e familiare» si racconta la storia della generazione “figlia” di quei cinesi giunti qui in Italia tra i primi. Con carichi di lavoro per noi oramai impensabili in pochi anni hanno messo da parte i soldi necessari a ricongiungere le famiglie e avviare imprese di qualsiasi tipo («ma come fanno a girare con un Mercedes da 70mila euro? Di certo non pagano le tasse» chiosa un “poco documentato” radioascoltatore nel documentario). Tra le molte storie raccontate spicca quella di Steven Luo, un 25enne che si è inventato il primo concorso per aspiranti miss straniere in Italia, appunto “Miss China”. Ed è narrando la storia familiare di alcune delle bellissime partecipanti – con i loro sogni, le loro aspettative, i loro fidanzatini, i loro progetti per il futuro – che emerge via via la storia «straordinariamente normale» di un popolo di migranti «molto simile agli italiani di un tempo». Italiani talmente giovani e assetati della vita che, siamo certi, non morivano mai.

**

Memoria corta

Little Italy e pregiudizi

cover_dvdlibro«Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano, anche perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno e alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro, affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina. Dicono che siano dediti al furto, e se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro». Tratte dal libro Miss little China, non è un brano di un qualsiasi comizio leghista, ma di una relazione che l’Ispettorato per l’immigrazione statunitense inviò nel 1912 al Congresso. Si parla di migranti italiani. Prosegue la relazione: «I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare fra coloro che entrano nel nostro Paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali». Infine la chiusa: «Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano purché le famiglie rimangano unite, e non contestano il salario. Gli altri provengono dal Sud. Vi invito a a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione». Vi ricorda qualcosa?

Left 26/2009

Annunci

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

Discussione

Non c'è ancora nessun commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

Aggiornamenti Twitter

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: