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Salute

Le donne vogliono sapere. Per decidere

Un test del Dna

Un test del Dna

Italiane o straniere non fa differenza.Nel nostro Paese cresce la richiesta di diagnosi sullo stato di salute del feto. Per evitare che nasca malato di Federico Tulli

Nel nostro Paese, sia tra le italiane sia tra le straniere, cresce la consapevolezza dell’importanza di una diagnosi prenatale invasiva per accertare che il feto non abbia malattie genetiche. In caso di esito “positivo” molte di loro decidono di abortire, anche perché spesso in pericolo è la loro stessa vita. I dati parlano di almeno una donna su tre che oramai ricorre all’amniocentesi, nonché di un aumento notevole della diagnosi anche tra le under 30 (che in teoria corrono meno rischi), e sono stati resi noti all’ultimo congresso della Società italiana di diagnosi prenatale e medicina materno fetale. Viste le difficoltà di accesso alle tecniche più progredite di Interruzione volontaria di gravidanza (Ivg), in primis la pillola Ru486 il cui commercio in Italia è ancora vietato (nonostante quanto predisposto dalla legge 194/78), left ha chiesto un parere a Giovanna Scassellati, responsabile del reparto Ivg al San Camillo di Roma, e a Mirella Parachini della direzione dell’Associazione Luca Coscioni e presidente Fiapac (Federazione internazionale degli operatori professionisti di aborto e contraccezione). «Se guardo alla casistica del mio ospedale, dove nel 2008 le Ivg sono state oltre 2.400 – nota Scassellati – dico che l’80 per cento delle donne esegue la diagnosi prenatale. Una percentuale che comprende anche le straniere». E questo è senza dubbio un dato positivo. Grazie allo studio del Dna si può infatti indagare su numerose malattie genetiche tra cui la fibrosi cistica, le distrofie muscolari e la sordità congenita ereditaria. A questo tipo di informazione è direttamente legata, nella gran parte dei casi, la decisione di non proseguire la gravidanza secondo quanto previsto dalla legge 194. «Questo però – osserva la ginecologa – è un Paese “strano”, in quanto impedisce la commercializzazione di un farmaco grazie al quale il travaglio abortivo durerebbe molto meno di quello che si verifica con la tecnica chirurgica. Lo stop alla Ru486 equivale in pratica a costringere uno specialista a operare senza bisturi. Ed è una cosa tanto più disarmante se si pensa che in tutti i Paesi sviluppati questo medicinale è utilizzato da anni», conclude Scassellati. Non meno sconcertata è Mirella Parachini: «Gli aborti terapeutici (che per legge si possono eseguire sino al sesto mese di gravidanza, ndr) sono veri e propri mini parti, perché per concludere la gravidanza bisogna indurre un travaglio facendo contrarre l’utero con le prostaglandine». Un percorso dolorosissimo e che può durare diversi giorni. «Se si potesse usare la Ru486 – spiega Parachini – i tempi di stimolazione con le prostaglandine sarebbero letteralmente dimezzati. Come del resto dimostra tutta la letteratura scientifica». E invece lo stop istituzionale alla procedura di commercializzazione (vedi left n.25/2009) impedisce alle donne che vivono nel nostro Paese di usufruire di un sussidio terapeutico disponibile in quasi tutto il mondo da decenni. L’idea infondata è che la pillola rispetto all’aborto chirurgico «banalizzi» la questione. Un’idea direttamente mutuata dai discorsi di qualche vescovo e di cui la più strenua paladina è la sottosegretaria al Welfare Eugenia Roccella. «Costoro annullano completamente il fatto che ogni donna è in grado di decidere per se stessa e deve essere libera di farlo», commenta Parachini. «Peraltro la guerra alla Ru486 deriva da una “mutazione” tattica adottata dalle crociate antiabortiste a livello mondiale: l’attacco si è via via spostato sul terreno della metodologia, e nel mirino dei vari Giuliano Ferrara è finito l’aborto farmacologico. Potrebbe sembrare una “concessione” a quello chirurgico ma in realtà è solo un diversivo. L’obiettivo di costoro – conclude la presidente Fiapac – è la legge 194 e con essa la libertà di ogni donna di prendere una decisione in autonomia».

left 26/2009

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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