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Politiche sanitarie

Una firma per la Ru486

05264ocjLo stop al commercio del farmaco abortivo mette a rischio la salute delle donne. La denuncia dei ginecologi italiani in una petizione all’Aifa di Federico Tulli

La cronica lentezza con cui in Italia si trascina la messa in commercio del farmaco abortivo Ru486 Mifepristone (Myfegine) rischia di avere serie conseguenze sulla salute delle donne che decidono di interrompere la gravidanza. La denuncia è degli operatori della legge 194/78, i quali hanno preparato una petizione per chiedere che sia posta la parola fine al gioco delle parti che vede protagoniste le istituzioni preposte a favorire l’utilizzo della Ru486 nelle strutture ospedaliere che praticano l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg). Un rimpallo di responsabilità che left documenta sin dal 2005, epoca delle polemiche alimentate dall’allora ministro della Salute Francesco Storace nei confronti della sperimentazione del Mifepristone avviata dal ginecologo Silvio Viale al Sant’Anna di Torino. La petizione è indirizzata al neo presidente del cda dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) il ginecologo Sergio Pecorelli, e al dg Guido Rasi, e sarà pubblicata nei prossimi giorni sul sito del San Camillo di Roma che insieme al Sant’Anna è tra le strutture ospedaliere  nazionali in cui si pratica il maggior numero di Igv (oltre 2.000 l’anno). Sarà possibile aderirvi digitando il link http://www.scamilloforlanini.rm.it. Primi firmatari del documento sono i ginecologi, Giovanna Scassellati responsabile del reparto Ivg del San Camillo, Mirella Parachini presidente Fiapac (Federazione internazionale degli operatori professionisti di aborto e contraccezione), e Silvio Viale responsabile del day hospital Ivg al Sant’Anna. Questo il testo di cui left pubblica in anteprima alcuni significativi passaggi: «Ormai è passato più di un anno e mezzo da quando la domanda di mutuo riconoscimento è stata posta all’Italia. Noi operatori della legge 194 riteniamo che tale comportamento, che giuridicamente è in piena violazione delle norme per l’Autorizzazione all’immissione in commercio (Aic) con procedura di mutuo riconoscimento, produca un danno alla salute delle donne che qualora debbano interrompere una gravidanza sono costrette a sottoporsi a procedure maggiormente invasive. Ricordiamo ancora una volta come venga in tal modo disatteso l’articolo 15 della legge 194/78 che prevede “l’aggiornamento del personale sanitario […] sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza”. La mancata autorizzazione della Ru486 non ha alcun fondamento scientifico o giuridico di tutela della salute delle donne ma al contrario corrisponde a una precisa scelta politica non compatibile con il diritto alla salute. Quali medici coinvolti nell’assistenza alle pazienti che si rivolgono a noi in base a una legge dello Stato denunciamo questo ritardo come un’inaccettabile interferenza con il nostro dovere di mettere in atto la “buona pratica clinica”. Per questo chiediamo che l’Aifa concluda con la massima celerità l’iter della messa in commercio della Ru486 in Italia».
**
il caso
La lunga attesa

Dalla tabella che segue si evince il mancato rispetto da parte dell’Aifa della direttiva europea 2001/83/EC (art. 28), in cui è previsto che uno Stato membro approvi la richiesta di mutuo riconoscimento entro 120 giorni dalla presentazione.
29 marzo 2007 L’Emea (Agenzia europea del farmaco) dà il via libera alla Ru486 prodotta dai Laboratoires Exelgyn, a seguito della procedura europea partita dalla Francia.
20 giungo 2007 Facendo proprio il parere dell’Emea, la Commissione Ue, all’unanimità, approva la Ru486.
6 novembre 2007 La Exelgyn presenta all’Aifa una richiesta di mutuo riconoscimento della autorizzazione francese alla commercializzazione.
27 febbraio 2008 La commissione tecnico-scientifica dell’Aifa dà parere favorevole al commercio del farmaco.
A questo punto non restano che poche fasi burocratiche, tra cui la negoziazione del prezzo tra Exelgyn e Aifa. Ma, complice anche la caduta del governo Prodi, slitta tutto inesorabilmente al 2009. E a febbraio scorso la negoziazione si arena  praticamente sul nascere. Stessa sorte per l’eventuale ratifica da parte del nuovo Cda dell’Aifa, che sarebbe dovuta pervenire a maggio. left 25/2009

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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