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Cultura

I sogni spezzati di Neda e Javad

5185_94243524453_45061919453_1793983_3960176_nVaga un’intera notte Aga Jan alla ricerca di una tomba dove seppellire uno dei suoi figli. Mandato a morte dal marito di sua sorella, Javad era tra gli studenti arrestati durante una retata al Villaggio Rosso da parte delle guardie della rivoluzione. Nessuno si prende la responsabilità di offrire una tomba a chi ha osato sfidare il regime degli ayatollah. Tanto meno di organizzare una funzione religiosa. Siamo in Iran. E la storia di Aga Jan e di suo figlio Javad appare tristemente simile a quella di Neda, la giovane ragazza di Teheran il cui omicidio in diretta sta facendo il giro del web in questi giorni. Anche ai familiari di lei, secondo le notizie che filtrano dal coprifuoco informativo imposto dalle “guide spirituali” islamiche, sarebbe stata vietata la celebrazione dei funerali. Ma quella di Neda è una storia vera, Javad, invece, è uno dei protagonisti de La casa della moschea (Iperborea, 530 pp., 18,50 euro) l’ultimo struggente libro dell’esule iraniano Kader Abdolah. Dunque, un personaggio immaginario? Forse. Costretto a fuggire per le sue idee di sinistra, tra i pochi ancora vivi di una generazione spazzata via dall’integralismo religioso di Khomeini e seguaci, quando Abdolah trasforma in prosa l’Iran di quei giorni ogni sua riga è un continuo rimando tra realtà e fantasia. Tra ricordi sfumati e realistici sogni. È accaduto in Scrittura cuneiforme e in Viaggio delle bottiglie vuote (Iperborea). È così ne La casa della moschea. Alla cui ombra si allacciano amori, si tessono intrighi, mentre la religione si tramuta in spietata arma politica e sull’Iran si addensano le nubi della rivoluzione islamica. Javad, figlio del mite e saggio guardiano di quei minareti, muore 25 anni fa ucciso dalla sete di potere del pensiero religioso. Ucciso dalla stessa viltà che oggi ha stroncato il sogno di Neda. Terra del 23 giugno 2009 **Federico Tulli**

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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