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Cultura migrante

Giochi senza frontiere ai tempi del pacchetto sicurezza

Una partita dei Liberi Nantes ai Mondiali antirazzisti 2008

Una partita dei Liberi Nantes ai Mondiali antirazzisti 2008 (foto di Alberto Urbinati)

Per la 13esima volta l’Emilia Romagna ospita i Mondiali antirazzisti. Dall’8 al 12 luglio a Casalecchio, oltre 200 squadre maschili, femminili e miste, provenienti da 23 Paesi del mondo, si sfidano a calcio, basket e pallavolo di Federico Tulli

Un evento dal sapore e dai colori multietnici. Una manifestazione, anzi un mix di manifestazioni che restituiscono allo sport la sua vera identità: quella di veicolare messaggi positivi facendosi beffe delle barriere troppo spesso erette per eccesso, diciamo così, di agonismo. Tutto questo (e altro ancora) vuole essere la tredicesima edizione dei Mondiali antirazzisti organizzati a Casalecchio (Bo), dall’8 al 12 luglio prossimi, da Uisp, Istoreco e Progetto ultrà. Cinque interi giorni di festa, oltre duecento squadre in rappresentanza di 23 nazioni del mondo, centinaia di incontri sportivi, fra calcio (maschile, femminile e misto), basket e pallavolo. E ancora, poiché non a caso i Mondiali si svolgono in contemporanea con il G8 aquilano, decine di iniziative culturali fra mostre, dibattiti, proiezioni cinematografiche, concerti ed esibizioni organizzati anche dai partecipanti. Tutto questo sarà raccontato da Terra ai suoi lettori direttamente dal “campo”. Non vogliamo mancare. Perché i Mondiali oltre a essere una festa non commerciale – tornei, campeggio e concerti sono gratuiti – sono anche un’ecofesta. Da sempre è favorito il riciclaggio dei rifiuti, e nei bar e ristoranti pasti e bevande sono distribuiti solo su piatti, bicchieri e posate di materiale al 100 per cento organico. E non vogliamo mancare per l’idea di fondo del progetto “Mondiali antirazzisti”, che in questi tristi tempi di “pacchetto sicurezza” assume un significato più che particolare. È tra mille peripezie che riescono a essere presenti le squadre provenienti da Paesi e continenti in cima alla lista di “scarso gradimento” di chi governa il nostro Paese. Impossibile poi fare la lista delle barriere burocratiche che ogni anno risultano insormontabili per qualcuno dei singoli iscritti alla manifestazione. Ma ci sono storie che nemmeno la politica più retriva – quella, ad esempio, che vorrebbe piazzare in mezzo al Mediterraneo uffici galleggianti per verificare i requisiti dei richiedenti asilo – riesce ad annullare. È il caso dei “migranti forzati” che compongono la squadra dei Liberi Nantes. Per il secondo anno consecutivo a Casalecchio ci saranno anche loro. Una vittoria per la prima (e unica) Associazione sportiva dilettantistica italiana che, da Roma, promuove e diffonde la pratica sportiva tra la comunità dei rifugiati e dei richiedenti asilo. Motivo per cui ha ricevuto il patrocinio dell’Unhcr, riconoscimento fino a ora riservato nel mondo (del calcio) solo al Barcellona. E di certo una vittoria anche per gli organizzatori dei Mondiali che con caparbietà e “folle” spirito civile ogni anno si rimboccano le maniche per garantire lo svolgimento della festa. A loro la parola: «Basta con le false emergenze e con un mondo blindato per pochi privilegiati – dicono in una nota Uisp, Istoreco e Progetto ultrà -. Il problema sono i razzisti. Bianchi, neri o gialli che siano. Il problema sono i violenti e prepotenti, europei, arabi o americani che siano. Un’Europa che chiude le proprie frontiere esterne suggerisce un’ostilità verso “gli stranieri” che poi produce migliaia di storie piccole e grandi di razzismo quotidiano. Non vogliamo abituarci a sopportare questa situazione. Abbiamo bisogno di festeggiare. Altro che sicurezza: finalmente arrivano i Mondiali antirazzisti. Abbiamo bisogno di allegria e di cultura per trovare la forza necessaria per lottare contro la discriminazione. Negli ultimi mesi in Italia si sono moltiplicati gli episodi preoccupanti. Tanti politici, giornalisti e rondisti volenterosi vogliono farci credere che il problema non siano la povertà e la guerra che regnano in buona parte del pianeta, ma le persone che scappano da quelle miserie. Con i Mondiali antirazzisti vogliamo vivere la nostra risposta: è di rispetto, di coscienza, di convivenza che abbiamo bisogno. La nostra ricetta – concludono Uisp, Istoreco e Progetto ultrà – è la cultura, senza frontiere». Siamo certi che a L’Aquila fischierà più di qualche “potente” orecchio. Terra del 23 giugno 2009

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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