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Economia canaglia

La banca che induce in tentazione

lapresse_ro060607int_0012Dalla parola di Dio alla società per azioni. Tra conti correnti cifrati e transazioni segrete, in Vaticano spa (ed. Chiarelettere) il giornalista di Panorama Gianluigi Nuzzi ricostruisce la storia occulta dell’Istituto opere religiose del dopo Marcinkus di Federico Tulli

Ricatti, truffe, tangenti, minacce. E poi ancora, conti correnti cifrati, bonifici, bilanci di società fittizie, verbali, note contabili, lettere. Documenti che portano il timbro dello Ior, l’impenetrabile (almeno per la magistratura italiana) Istituto opere religiose, e le firme delle più alte gerarchie vaticane e di uomini politici, imprenditori, faccendieri italiani. È l’archivio personale che monsignor Renato Dardozzi aggiorna durante i vent’anni di attività da consigliere dei cardinali che si sono succeduti alla segreteria di Stato vaticana nell’ultimo quarto del secolo scorso, da Agostino Casaroli ad Angelo Sodano. In tutto oltre 4.000 pagine che raccontano la storia ignota della banca centrale vaticana del dopo Marcinkus e Banco ambrosiano – dal 1989 al 1999 – e che monsignor Dardozzi dispone che vengano rese pubbliche dopo la propria morte. Che avviene nel 2003. Con un certosino lavoro di ricostruzione, Gianluigi Nuzzi ha trasformato quelle carte in Vaticano spa, libro edito da Chiarelettere che in pochi giorni ha scalato le classifiche di vendita. Segno che in Italia sono ancora molti i cittadini che chiedono di conoscere i fatti e non di ascoltare solo opinioni.
Partiamo dal titolo, Nuzzi. Come nasce Vaticano spa?
Dopo la morte di Dardozzi i suoi fiduciari hanno cercato un interlocutore all’interno della stampa italiana che apparisse scevro da ogni pregiudizio anticlericale. La scelta ricade su di me. A Panorama facevo cronaca giudiziaria per cui venni incaricato di seguire questa storia. Trovandomi così per le mani l’archivio di una vita che un personaggio chiave dello Ior aveva conservato per motivi di lavoro e credo anche per motivi di sicurezza personale. Un patrimonio che da privato doveva assolutamente divenire pubblico. Perché fa vedere l’altra faccia della Santa sede, dove agisce quella finanza che fa della parola di Dio una società per azioni.
Dai documenti emergono le relazioni pericolose tra finanza e politica – comprese le tracce della maxi tangente Enimont – che coinvolgono lo Stato più antico del mondo e la sua “banca centrale”. Qual è il ruolo di politici e imprenditori italiani?
Con il pontificato di Woytila, dopo il crack Ambrosiano, i cittadini vengono rassicurati che verrà fatta pulizia, che certi meccanismi non troveranno più dimora. In realtà quando Marcinkus nell’89 esce di scena chi acquista molto più potere e rilevanza è il suo segretario, cioè Donato de Bonis. Il quale crea un sistema di conti, dagli interessi stratosferici del 9 per cento, intestati a fondazioni fittizie, modulandoli secondo le esigenze e i desiderata di un blocco di potere. Nel quale c’erano gli imprenditori, come i Ferruzzi e i Piola, i brasseur d’affaires, come Bisignani e Cusani. E poi c’erano i politici. Come Andreotti, per il quale veniva utilizzato il nome in codice Omissis. Si può dire che il termine “omissis” è il comune denominatore della storia italiana del Novecento.
In pratica questi erano gli “azionisti” di Vaticano spa. E chi sono gli intermediari, i “promotori finanziari”?
Coloro che godevano di una sorta di immunità diplomatica all’interno del Vaticano perché non perseguibili da parte dell’autorità giudiziaria italiana. Costoro facevano del ricatto uno strumento per garantire questo articolato sistema di potere. Che partiva da monsignor Pasquale Macchi, segretario di Paolo VI.
E arrivava a de Bonis, la nuova eminenza grigia dell’Istituto…
Quanto a lui ci sarebbe da chiedersi chi lo ha messo lì. Dopo la caduta di Marcinkus, de Bonis viene nominato prelato. Ma non si capisce perché, dal momento che addirittura papa Luciani, poco prima di morire, lo indicava tra le persone da rimuovere dallo Ior.
Andiamo al 1992. Mentre la Prima repubblica crolla sotto i colpi di Mani pulite, il Vaticano istituisce una commissione segreta per indagare sullo Ior “parallelo”. L’indagine si protrae fino al 1993. Nel frattempo la mafia uccide Falcone e Borsellino e piazza bombe a Roma, Firenze, Milano. C’è un nesso tra questi avvenimenti o l’inchiesta è solo un affare interno alla Chiesa?
I nessi li ricostruisce l’archivio Dardozzi. Faccio un esempio. Nell’agosto del ’92 il presidente dello Ior, Angelo Caloia, spedisce a Giovanni Paolo II, o meglio al suo segretario personale, don Stanislao Dziwisz, la relazione stilata da questa commissione. Quindi possiamo affermare che il papa già allora conosceva i punti cardinali sia della tangente Enimont sia della ramificazione di questo sistema di conti occulto. Però il pontefice non fa nulla. Fino alla primavera del ’92 il Vaticano cerca in tutti i modi di coprire l’identità di Omissis, in quanto Andreotti primo interlocutore della Santa sede era candidato al Quirinale. Poi avvengono le stragi di Falcone e Borsellino e al posto di Andreotti viene eletto Oscar Luigi Scalfaro.
Come si conclude l’inchiesta?
Da una parte, tacendo su tutto il possibile, con il depistaggio di Mani pulite. E poi con la promozione di de Bonis. Che rimarrà allo Ior fino a marzo ’93, quando viene promosso vescovo e cappellano dell’Ordine di malta. Alla cerimonia, al primo banco, c’era naturalmente anche Giulio Andreotti.
Cosa è diventato l’Istituto dopo questa “promozione”?
Si accelerano i processi di pulizia interna per destrutturare tutto il comparto parallelo. Prima vengono congelati i conti, poi vengono rimossi e allontanati tutti i personaggi che facevano parte della filiera Marcinkus-de Bonis. Ma allo stesso tempo non si innesta in questo procedimento di rinnovamento quella soluzione definitiva che era l’adesione ai trattati internazionali antiriciclaggio. Quindi lo Ior, seppur bonificato, rimane una banca che può indurre in tentazione.
I segreti dello Ior sono protetti dal Concordato («gli enti centrali della Chiesa cattolica sono esenti da ogni ingerenza da parte dello Stato italiano») . L’Italia è delegata dalla Ue a tattare le questioni finanziarie con il Vaticano. Siamo di fronte a un delitto perfetto?
Assolutamente. Mai come oggi è stata intensificata la lotta ai paradisi fiscali. La Casa Bianca e anche lo stesso ministro Tremonti, sotto questo aspetto, portano avanti una politica comune molto precisa. Ma, proprio nel centro di Roma, ci ritroviamo una banca che si può tranquillamente definire off shore. Ribadisco, il mio non è un libro contro la Chiesa o anticlericale, però questa anomalia va ben oltre ogni tipo di critica.

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vaticanospa_big«Quei documenti sono patrimonio di tutti»
«La gente vuole sapere. La gente vuole conoscere. Dopo quattro giorni dall’arrivo in libreria, Vaticano spa è già andato in ristampa. L’occasione è davvero troppo ghiotta: conoscere gli affari finanziari più riservati proprio tramite i documenti della Santa sede. Una circostanza senza precedenti. Per questo abbiamo deciso con l’editore, settimana dopo settimana, di metterli tutti in rete. Così chiunque, leggendo il libro, può consultarli e farsi un’idea più precisa. Digitando http://chiarelettere.ilcannocchiale.it/post/2258266.html trovate tutti gli accrediti, bonifico dopo bonifico, che arrivavano sul conto “Fondazione cardinale Francis Spellman” ovvero il deposito sul quale aveva la firma anche Giulio Andreotti». Gianluigi Nuzzi, dal blog di Chiarelettere.

left 24/2009

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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