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Ricerca scientifica

Darwin profeta in patria

A partire da “Un capolavoro chiamato mente” (left n.42/2008), prosegue il nostro viaggio alla scoperta dei mille filoni di ricerca scaturiti dalla formulazione della teoria evoluzionista di Charles Darwin. Da Londra il professor Webster ci racconta dell’interesse mai sopito che l’opinione pubblica britannica nutre per il grande scienziato. E poi come, oltremanica, il pensiero religioso mantenga un atteggiamento defilato nel dibattito etico legato alle discipline che confermano la validità dell’impianto di base della teoria darwiniana. Traducendo questo articolo non ho potuto non pensare che agli italiani invece tocca un vice presidente del Consiglio nazionale delle ricerche, Roberto De Mattei, che su Radici cristiane di aprile scrive: «Teoria scientifica e teoria filosofica (dell’evoluzionismo, ndr) formano due aspetti distinti di un unico complesso che si sorreggono a vicenda. L’ipotesi scientifica, che non è mai stata dimostrata, si nutre del sistema filosofico; questo, per giustificarsi, si fonda a sua volta sulla presunta teoria scientifica. Malgrado molti evoluzionisti ammettano il fallimento del darwinismo, non mancano i cattolici che accettano come scientifica la teoria dell’evoluzione, pur respingendone le implicazioni filosofiche materialistiche. Oggi come ieri, la Chiesa ha bisogno di figure fulgide come sant’Atanasio che illuminino la notte e riconducano verso il porto sicuro dell’ortodossia la navicella di Pietro in balia delle onde che le provengono dall’interno più ancora che dal suo esterno». Solo un paio d’ore di volo ci separano dal Tower bridge. Sembrano secoli. Federico Tulli

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darwindi Stephen Webster*

Il bicentenario della nascita di Charles Darwin viene celebrato in Gran Bretagna con impegno particolare. Dall’inizio dell’anno, la Bbc e tutti i nostri maggiori organi d’informazione riportano con grande risalto all’attenzione del pubblico la sua vita e le sue opere. I poli scientifici del Regno Unito organizzano mostre, conferenze e realizzano eventi affinché i cittadini britannici siano pienamente informati sull’importanza del loro scienziato più grande. Ma qual è in concreto il peso attuale di Darwin? E cosa accade oggi alle polemiche che hanno sempre accompagnato la sua teoria evoluzionistica. Desidero esaminare brevemente il retroscena culturale e intellettuale rispetto al lavoro di Charles Darwin, e tentare di offrire una chiave interpretativa moderna. I fatti salienti della sua vita sono semplici. Nacque da una famiglia facoltosa con principi liberali nell’Inghilterra del nord. Studiò medicina a Edimburgo, ma la odiava; quindi andò alla facoltà di teologia a Cambridge con l’intenzione di diventare prete. Comunque, la storia naturale, specialmente quella che comprende gli animali e le piante, fu l’interesse prioritario del giovane Darwin. Che colse l’occasione nel 1831, imbarcandosi sul Beagle, un brigantino che salpava da Devenport per un viaggio intorno al mondo. Durante quel viaggio lungo cinque anni, Darwin scoprì da solo la straordinaria diversità della natura. E cosa fondamentale, si trovò a dubitare che le varie specie fossero immutabili o che fossero state create una dopo l’altra dalla mano di Dio. Dopo di che impiegò 20 anni per sviluppare i dettagli della sua “teoria della selezione naturale”, arrivando a pubblicarla nel 1859 col titolo di L’origine delle specie. Vi dimostrò che tutte le «cose viventi», inclusi gli esseri umani, sono legate tra loro da tratti comuni di discendenza. Inoltre cancellò dalla specie umana ogni basilare elemento biologico qualificante: gli esseri umani sono, all’origine, animali.

La biologia moderna esprime continue conferme della teoria evoluzionista. E la genetica rivela proprio come condividiamo molti dei nostri geni con gli scimpanzé, e persino con i batteri. Nonostante la comunità scientifica abbia un’idea precisa su Darwin e l’evoluzionismo, l’opinione pubblica continua ad avere col darwinismo un rapporto controverso. Il problema più evidente è di ordine religioso. Da parte dei   fondamentalisti cristiani è in atto una vera e propria offensiva verso la teoria del naturalista britannico e ciò che ne deriva. Brandendo il libro della Genesi essi prendono alla lettera il racconto della creazione del mondo in sei giorni. Negli Stati Uniti, dove la Costituzione vieta l’insegnamento della religione nelle scuole, i  cristiani hanno tentato di aggirare l’ostacolo ribattezzando il creazionismo «disegno intelligente» (Id) e spacciandolo per teoria scientifica da contrapporre a quella di Darwin. Ma anche l’Id ha avuto vita breve, almeno nelle scuole, dopo che una sentenza l’ha equiparato a una normale teoria religiosa totalmente priva di valore scientifico, bandendolo definitivamente dall’insegnamento. I giudizi sulla religione dello stesso Darwin sono complessi e devono essere esaminati nel contesto storico. Pensò di diventare prete lui stesso ed è pur vero che maturò una filosofia materialista, scrivendo una volta: «Il pensiero è una secrezione del cervello». Dopo la morte della figlia Anne divenne ateo (sebbene non arrivò mai a dichiararlo apertamente). Molti dei suoi maestri e molte persone con le quali era in contatto erano preti, e lui stesso fu sepolto nell’Abbazia di Westminster. Nel 19esimo secolo la Chiesa d’Inghilterra sviluppò l’idea per cui, fino a quando non mette mano alla creazione individuale di ogni specie, Dio resta lì «sullo sfondo». Anche Darwin, alla fine de L’origine delle specie, nel descrivere la sua teoria, dichiarò: «Vi è qualcosa di grandioso in questa visione della vita con tutte le sue capacità, che inizialmente fu data dal Creatore a poche forme o a una sola; e che, mentre il nostro pianeta ha seguitato a girare secondo la legge immutabile della gravità, pur partendo da inizi tanto semplici, infinite forme estremamente belle e meravigliose si sono evolute e continuano a evolversi».

Il darwinismo è sempre rimasto un campo conflittuale per economisti, politologi e filosofi. In particolare, la BRITAINdomanda da porsi è la seguente: il pensiero di Darwin secondo cui la vita genericamente intesa, evolvendo secondo la selezione naturale “del più forte”, contiene gli insegnamenti per organizzare la nostra società? Lo stesso Darwin ne comprese la difficoltà. Se la vita si è evoluta attraverso alcune forme di vita successive, e alcune di esse venivano meno, quali implicazioni ci sono per i programmi politici ed educativi al fine di rendere la società più equa? Era un dibattito molto animato al tempo di Darwin, con una Londra in gran fermento sociale a causa della povertà diffusa. Il denaro speso per i ceti meno abbienti era forse sprecato? Per provare a rispondere si può portare un caso estremo: gli schiavisti volevano classificare i neri dell’Africa come un’altra specie inferiore che doveva essere trattata alla stregua di animale domestico. Il compito di Darwin è stato quello di fornirci la scienza in grado di dimostrare che avevano torto.

Per gli italiani, abituati a un grado alto di intrusione del Vaticano nella società, la relazione di Darwin con la Chiesa d’Inghilterra può essere molto istruttiva. Qui da noi le gerarchie ecclesiastiche non hanno mai aperto un confronto con il darwinismo. Esse mantengono una posizione non rigida sui miti della creazione. E adottano lo stesso atteggiamento verso la scienza in generale. In Gran Bretagna il dibattito bioetico a proposito della ricerca sulle cellule staminali è sponsorizzato dallo Stato, non è mai monopolizzato dalla Chiesa. Negli ultimi dieci anni di governo laburista si è assistito a un massiccio aumento di fondi per la ricerca. Il primo ministro Gordon Brown ha dichiarato che investire in “sapere” è uno dei metodi per uscire dalla recessione. Enormi sforzi si stanno facendo per attrarre l’attenzione dell’opinione pubblica nelle azioni e nelle controversie che riguardano la ricerca scientifica. E, fortunatamente, le procedure di finanziamento in atto nelle università, nonché il modo in cui gli incarichi accademici vengono distribuiti, riflettono un sistema saldamente meritocratico. Non c’è dubbio, pertanto, che la vita del nostro più importante scienziato sia da noi celebrata come merita, e che guardiamo al futuro della ricerca britannica con ottimismo.
* direttore del dipartimento di Science comunication all’Imperial college di Londra, collaboratore della Bbc
e autore del libro per ragazzi The king fisher book of evolution

left 24/2009


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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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