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Ricerca scientifica

Enrico Bellone: La scienza esclude verità rivelate

Joseph Nicolas Robert-Fleury "Galileo Galilei in front of the Inquisition in the Vatican 1632

Joseph Nicolas Robert-Fleury "Galileo Galilei in front of the Inquisition in the Vatican 1632

Il 3 luglio 1981 fu istituita in Vaticano una commissione pontifica per lo studio della controversia tolemaico-copernicana. Lì venne discusso il “caso Galileo”. Caso che si è concluso, dopo oltre 350 anni, con la riabilitazione dello scienziato da parte della Chiesa cattolica romana, avvenuta il 31 ottobre 1992. E, ovviamente, con una autoassoluzione da parte delle gerarchie. «La Chiesa – nota lo storico della Scienza Enrico Bellone – dice che sarebbe stata in buona fede perché Galileo non aveva prove inconfutabili di ciò che stava scrivendo. Ma la mia domanda è: esiste forse nella storia millenaria della cultura umana una teoria di cui ci siano state date prove così inconfutabili al punto da essere eterne? La scienza – sottolinea Bellone – è in continua ristrutturazione, non ci sono verità assolute. E Galileo non faceva eccezione. Il problema era che ciò che lui sosteneva poteva far sollevare dubbi su “verità” rivelate da dio. Ma questa è tutta un’altra questione». Se guardiamo a vicende che toccano la ricerca scientifica oggi in Italia, come ad esempio il freno di matrice cattolica sullo studio delle staminali embrionali, la storia di Galileo appare più che mai attuale. «Tenendo conto di questo – prosegue lo studioso – è utile ricordare che Galileo pretendeva per sé non solo il titolo di matematico ma anche quello di filosofo. Ed è interessante andare a leggere cosa scriveva a questo proposito. Galileo, per esempio, dileggiava quelli che lui chiamava “filosofi in libris”, cioè quegli studiosi che di fronte a un fenomeno naturale, invece di fare esperimenti o cercare dimostrazioni, andavano a consultare le bibliografie del passato». Comunque sia, in generale la comunità scientifica si tiene fuori da ogni disputa teologico filosofica sul tema della fede. E ci sono scienziati che si dicono cattolici come Nicola Cabibbo che si meravigliano che la Chiesa allora non abbia voluto vedere la realtà». left 21/2009 del 29 maggio ** Federico Tulli **

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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