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Politiche sanitarie

Una norma fuori legge

FECONDAZIONE ARTIFICIALE«Potremo tornare a seguire la buona pratica medica». Queste poche ma significative parole di Claudia Livi, ginecologa e presidente del Cecos (Centro studi e conservazione ovociti e sperma umani) sintetizzano il quadro delle più immediate conseguenze della sentenza 151/2009 con cui la Corte costituzionale ha messo la parola fine alla querelle interpretativa che si è aperta all’indomani della comunicazione del dispositivo che ha stabilito la parziale incostituzionalità della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita. La presidente del Cecos è intervenuta a Roma al convegno “La cura della sterilità e le tecniche di fecondazione medicalmente assistita. Il futuro dopo la sentenza della Corte costituzionale e le modifiche alla legge 40”, organizzato alla sala Mappamondo della Camera da Amica cicogna, Cerco un bimbo, l’Altra cicogna, Madre provetta e un bambino.it (appena costituitesi in Federazione nazionale dei pazienti infertili) e dall’Associazione Luca Coscioni. Un incontro pensato per fare il punto della situazione dal punto di vista medico in seguito alla bocciatura degli articoli 6 e 14 della legge 40, laddove impongono il limite di impianto di tre embrioni e il divieto di congelarli. Ma che è anche servito a inquadrare la “sentenza 151” in un contesto più ampio, che coinvolge tutti i cittadini e non solo quelli che decidono di ricorrere alla fecondazione assistita: quello relativo alla battaglia in difesa dello Stato di diritto da leggi deologiche e strumentali al controllo delle nostre scelte personali operato dalle istituzioni politiche. «Una battaglia che comprende altre due storiche sentenze della Consulta», ha ricordato il giurista Stefano Rodotà. Quella del 2007 che ha riconosciuto a Eluana Englaro il diritto a veder riconosciuta la propria volontà di non essere sottoposta ad accanimento terapeutico, e la sentenza 438/2008 sul consenso informato. «Questo secondo dispositivo – ha aggiunto Rodotà – costituisce un punto di sintesi tra il diritto alla salute e quello all’autodeterminazione, due diritti fondamentali riconosciuti dalla Carta, e violati da norme come la 40 e quella sul cosiddetto testamento biologico approvata al Senato e in attesa di valutazione alla Camera». Quanto alla sentenza 151/09 (pubblicata mercoledì scorso in Gazzetta e che quindi mette immediatamente in condizione i medici di valutare caso per caso il numero di embrioni da impiantare e l’eventuale crioconservazione di quelli sovrannumerari), Rodotà ha sottolineato, da un lato, che con essa «la guerra contro la distruzione sistematica dello Stato di diritto non è ancora completamente vinta», e dall’altro che «è stato riaperto il discorso sullo statuto giuridico dell’embrione». Pensiamo di non interpretar male le parole del giurista se diciamo che in pratica la Consulta ha demolito l’impostazione ideologica di derivazione cattolica della legge 40 secondo cui l’embrione sarebbe “persona”, e non, come peraltro sostiene tutta la comunità scientifica mondiale, un conglomerato di cellule indistinte. Il perché la battaglia non è completamente vinta lo spiega a left l’avvocato Filomena Gallo, presidente dell’associazione Amica cicogna e vice presidente dell’associazione Luca Coscioni. «Non esiste un diritto a un figlio a ogni costo, ma esiste un diritto alla salute ed è questo che è stato leso dalla 40, secondo la Consulta. Ma rimangono in piedi alcuni passaggi che noi riteniamo incostituzionali riassumibili in tre punti: il divieto dell’eterologa, il divieto di accesso alle tecniche di fecondazione per le persone fertili ma affette da malattie genetiche e la questione dell’utilizzo per fini scientifici degli embrioni non utili per una gravidanza». Su questi tre punti ci sono dei procedimenti in corso e altri già depositati in diversi tribunali italiani. Per comprendere se il definitivo affossamento di una delle più inique e illiberali norme prodotte dalle destre nella storia d’Italia debba passare ancora per la Corte costituzionale – e non per un (a questo punto) auspicabile dibattito prima pubblico e poi parlamentare – non resta che attendere che la giustizia faccia il suo corso. left 19/2009

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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