//
you're reading...
Politiche sanitarie

Serve una nuova identità medica

Amedeo Bianco, presidente Fnomceo

Amedeo Bianco, presidente Fnomceo

Legge 40 e pacchetto sicurezza. La politica mette in crisi la figura del “dottore” cui siamo abituati. L’analisi di Amedeo Bianco, presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri di Federico Tulli

È stato Federico II di Hoenstaufen, re di Sicilia e di Germania, a gettare nel XIII secolo le fondamenta per il riconoscimento della professionalità medica e dell’importanza dell’alleanza terapeutica tra medico e paziente. Legittimando l’esercizio della medicina solo da parte dei “dottori” (termine coniato in quell’epoca) e promulgando editti con lo scopo di proteggere i malati dai “ciarlatani”. Ottocento anni dopo, sempre in Italia e sempre in seguito a interventi legislativi, la solidità di quella alleanza rischia di incrinarsi nonostante l’ombrello della Costituzione in materia di tutela della salute. A farne le spese entrambi gli attori del rapporto terapeutico, almeno stando alla sentenza con cui la Consulta ha bocciato per parziale incostituzionalità due articoli della legge 40 sulla Procreazione medicalmente assistita. Con questa norma, infatti, secondo l’Alta corte, il legislatore ordinario ha inteso in maniera illegittima sostituirsi al medico, mettendo a rischio la salute delle donne che ricorrono alla fecondazione artificiale. Legge 40 a parte, è indubbio che in questi 800 anni la figura del “dottore” abbia vissuto notevoli momenti di crisi. «Ma è altrettanto indubbio – osserva Amedeo Bianco, presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri – che il ruolo del medico nella società e il suo rapporto con i pazienti sia progressivamente evoluto».
Quali sono i fattori più significativi di questo processo di cambiamento?
Anzitutto è il paziente a essere completamente diverso rispetto a poche decine di anni fa. Oggi guarda alla tutela della salute come un fatto personale, si informa, vuole decidere e far valere le proprie volontà, infine guarda alla tutela della salute anche e soprattutto come diritto civile. E questa è una grande conquista.
Perché?
Perché non si pensa più alla cura come una sorta di bontà o elargizione da parte di un’istituzione, quanto come a qualcosa facente parte della propria dignità di cittadino, di persona.
E questo incide sul rapporto terapeutico?Chirurgia Dentale5
Certamente. Cambiando le esigenze del paziente si modifica anche la relazione di cura. Ma a essere cambiato specie negli ultimi 20-30 anni è anche il “contenuto” del rapporto. Con il progresso medico-scientifico i processi di riabilitazione socio-sanitari avvengono in un contenuto di competenze e conoscenze molto più ampio. E questo può sembrare un paradosso ma apre sempre più spesso profili di incertezza. Che a loro volta possono dar luogo a conflitti di carattere etico o bioetico. Coinvolgendo insieme a medico e paziente un terzo attore rappresentato dalla politica.
Ci spieghi meglio…
Per “etico” intendo, ad esempio, l’equa distribuzione delle risorse, delle tecnologie, delle strumentazioni mediche, dei presidi e così via. Per quanto riguarda il discorso “bioetico”, basta pensare ai dibattiti relativi a inizio o fine vita su cui magistratura, cittadini, professionisti dell’informazione, politici si esercitano quotidianamente. Ecco, questa è una piccola parte del contesto di grandi cambiamenti che coinvolgono la figura del medico. Tutta una serie di nuove frontiere della professione, che richiedono una nuova identità, più strutturata, altrimenti si corre il rischio da parte del “dottore” di subire certi provvedimenti. Che quindi diventano strumento del suo anonimato. È questo il passaggio difficile. Che non è di ora, ma di sempre. Ogni fase storica avrà questi elementi di crisi delle vecchie identità e questa difficoltà a riscoprire la nuova identità.
Se guardiamo alle “storture” rilevate dalla Consulta sulla legge 40, o al pacchetto sicurezza che chiedeva ai medici di denunciare i clandestini, possiamo ancora parlare di evoluzione del ruolo del medico nella società?
Il rapporto tra la politica e la professione è complesso e vanno distinti alcuni piani su cui si svolge. Una prima riflessione deve riguardare la gestione della sanità, che sembra diventata un mero strumento di controllo sociale e del consenso. Laddove, invece – e questa è una mia opinione personale – di politica con la P maiuscola, quella capace di grandi mediazioni e di scelte che valorizzino le professionalità, la sanità ha bisogno come l’assetato di acqua. Perché è in questo settore che si riproduce in maniera esponenziale la differenza tra quello che le persone si aspettano e quello che invece è possibile loro dare.
C’è poi il piano del rapporto medici-politica che riguarda i contenuti della professione…
Sì, ed è quello che chiama particolarmente in causa le questioni bioetiche. Non da ieri, la nostra proposta è che il diritto deve essere un diritto mite. La legge non deve invadere la sfera delle responsabilità delle relazioni di cura che attengono al medico e al suo paziente. A mio giudizio, ma che non è solo mio, l’ordinamento dovrebbe limitarsi a definire le cornici fondamentali di una questione. E lasciare poi a un rapporto terapeutico, caratterizzato da un’etica forte fondata cioè su responsabilità, informazione e rispetto dei valori, tutte le scelte più difficili. In questo senso ci sono importanti sentenze della Consulta, compresa quella sulla legge 40, che dice con molta chiarezza che la legge non può intervenire definendo atti e procedure che sono di competenza del medico. La politica spesso dimentica che ogni relazione e ogni atto di cura è un atto a sé unico, irripetibile. Sta qui la grande forza civile etica dell’alleanza terapeutica.
Quale dovrebbe essere la funzione della bioetica?
Il dibattito bioetico si sostanzia su valori forti e indisponibili, per questo non mi sorprendono e non mi allarmano più di tanto le diversificazioni su alcune questioni molto delicate. Qualche volta sono spaventato dalla intolleranza che spesso si verifica nel confronto di alcune soluzioni. Questa è una mia idea assolutamente personale che esula dall’esercizio delle mie funzioni: qualche volta sono preoccupato perché diventa sempre più difficile trovare quelle cornici giuridiche e civili all’interno delle quali il dibattito bioetico trovi il suo equilibrio. La bioetica divide perché non può essere che così, ma mi preoccupa lo stallo del dibattito proprio quando deve essere tradotto in giurisdizione positiva. Quella in cui la comunità si riconosce o riconosce il peso della propria posizione. Perché ci sono questioni che una società può affrontare in tutta la sua complessità solo se ne condivide quanto meno i principi generali di rispetto e tolleranza dei reciproci valori.
E qui ritorniamo alla Costituzione…
Esatto. Dal punto di vista civile la nostra comunità una sua scelta l’ha fatta ed è la nostra Carta. Che è una Carta viva, e che certamente ancora oggi ha bisogno di essere vissuta e interpretata, però è il punto di equilibrio nel quale riconoscersi per convivere. left 19/2009

Annunci

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

Discussione

Non c'è ancora nessun commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

Aggiornamenti Twitter

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: