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Salute

La pandemia è arrivata. Anzi no

Quarantena al Metro Park Hotel di Hong Kong

Quarantena al Metro Park Hotel di Hong Kong

Primi due casi di febbre suina a Hong Kong e in Corea del Sud, tra i crocevia dell’aviaria nel 2005. Un contagio anche in Italia. A Massa l’uomo di ritorno dal Messico, colpito dal virus, è guarito in 5 giorni. Il sottosegretario Fazio: diffusione inevitabile, ma l’influenza è in forma lieve di Federico Tulli

Sei giorni di febriciattola e via. Il primo caso italiano di influenza A H1N1 (nome con cui la febbre suina è stata ribattezzata a livello internazionale) si è risolto così. Con una settimana di osservazione al reparto di malattie infettive dell’ospedale di Massa, dove l’uomo era stato ricoverato con sintomi influenzali sospetti di ritorno da un viaggio in Messico il 23 aprile scorso. La conferma del contagio è arrivata dal laboratorio di virologia dell’Istituto superiore di sanità che ha eseguito le analisi. Mentre la Asl di Massa ha fatto sapere che da circa 72 ore l’uomo non ha più la febbre e le persone con cui è venuto in contatto sono state sottoposte a profilassi antivirale. È il primo caso accertato in Italia, hanno ribadito il ministro delWelfare Sacconi e il sottosegretario alla Salute Fazio in una conferenza stampa convocata ieri per fare il punto sulla situazione nel nostro Paese. I due hanno poi annunciato speciali misure precauzionali per i connazionali di ritorno dal Messico e dichiarato di aspettarsi «una progressiva diffusione del virus fino all’estate». Virus che comunque sarà «meno aggressivo di un’influenza stagionale». Fino a ieri, secondo gli ultimi dati resi noti dall’Organizzazione mondiale della sanità sono stati in tutto 615 i casi verificati in 16 diversi Paesi. I morti sono 17, di cui 16 nel solo Messico e uno negli Usa. Sempre ieri la A H1N1 ha fatto la sua comparsa nel Sud Est asiatico, a Hong Kong e in Corea del Sud. Qui due persone sono state ricoverate con sintomi influenzali, come nel caso italiano, di ritorno dallo Stato centramericano. Al momento solo il continente africano non è coinvolto nella propagazione del virus. E questa è la notizia buona. Quella cattiva è che la sua comparsa in Asia potrebbe aprire le porte a una nuova esplosione del contagio. In primo luogo perché è la regione più popolata del mondo, poi perché è l’area in cui ogni anno prende il via la grippe stagionale, infine perché il Sudest asiatico è il grande “laboratorio” dei virus dell’influenza (basti pensare alla Sars). Peraltro a differenza dell’aviaria che viaggiava con i volatili, la A H1N1 ormai si trasmette da uomo a uomo. Ovvero, con una buona azione di prevenzione alle frontiere è possibile ridurne di molto la pericolosità. Ma forse non la propagazione. Almeno stando a quanto detto da Angus Nicoll, capo del programma anti grippe del Centro Ue di controllo delle malattie. «Questo agente patogeno – ha spiegato Nicoll -, pur non essendo virulento come quello che causò la Spagnola del 1918, avrà un impatto considerevole». E per “considerevole” intende che tra il 40 e il 50 per cento della popolazione europea ne sarà colpita, anche se in forma «lieve». Come del resto è accaduto fino a ora se guardiamo ai 25 casi accertati in 10 Paesi del Vecchio continente e al fatto che malgrado il progressivo aumento del numero di malati accertati (erano un centinaio lunedì scorso) e dei Paesi colpiti, nella maggioranza dei casi la prognosi resta buona. Fanno eccezione i decessi in Messico spiegabili con alcune ipotesi: intervento tardivo, soggetti particolarmente vulnerabili, presenza di altre patologie. Una forma lieve di A H1N1 risolverebbe almeno in parte la questione legata alla logica carenza di posti letto in ospedale. L’isolamento delle persone contagiate avrebbe luogo nelle loro abitazioni, fatto salvo quello dei soggetti più a rischio:  neonati, anziani e i malati cronici. Sul fronte antivirali, per quanto riguarda l’Italia, l’Iss ha calcolato che le scorte sarebbero sufficienti per il 6 per cento della popolazione. Siamo ben lontani dalle cifre Usa, dove il presidente Obama nel tradizionale discorso del sabato ha dichiarato che la Sanità dispone di 50 milioni di dosi e che chiederà al Congresso lo stanziamento di 1,5 miliardi di dollari per acquistarne altre.

**Dal quotidiano Terra del 2 maggio 2009**

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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