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Politiche sanitarie

Quelli che odiano le donne

immagine-11All’estero ce la invidiano ma da 31 anni la legge 194 deve fare i conti con gli ostacoli posti dal  fondamentalismo cattolico. E c’è chi per abortire va in Svizzera di Federico Tulli

«Ti si ritorcerà contro». È il monito stampato in caratteri cubitali sui depliant “informativi” che una pratica vecchina lascia cadere nella sala di attesa delle donne che fanno interruzione di gravidanza. Insieme ai fogli pure qualche rosario. Forse per  garantire, in caso di ripensamento, una veloce assoluzione? La scena dal neppure tanto vago sapore savonaroliano si svolge in un ospedale di Roma, ma l’azione delle associazioni cosiddette pro life si protrae da Nord a Sud lungo la penisola in tutti gli ospedali che nel rispetto della legge 194 praticano gli aborti. Compirà 31 anni a maggio questa norma che regola una materia tanto delicata e che all’estero è considerata un modello. «E in effetti almeno sulla carta lo è», osserva Mirella Parachini, ginecologa al San Filippo Neri di Roma e presidente della Federazione internazionale degli operatori di aborto e contraccezione (Fiapac). «Ma, vecchine a parte (pure all’estero queste cose sono molto frequenti), dal confronto con i colleghi stranieri emerge in modo sempre più clamoroso che avere una buona legge non corrisponde  automaticamente a una sua buona applicazione pratica». Si assiste così al paradosso che altrove questa norma ce la invidiano e che da noi «non viene fatta rispettare, non viene applicata, viene disattesa». Specie se a essere chiamati in causa sono gli articoli 9 e 15. Il primo è quello  sull’obiezione di coscienza. Indica in maniera esplicita che un ospedale che non fa gli aborti deve in ogni caso garantire l’intervento. Vale a dire, spiega Parachini, che per legge si dovrebbe attivare per trovare un posto letto in un altro ospedale che abbia la disponibilità a eseguire l’aborto. Fino a organizzare il trasporto della donna in ambulanza a proprie spese. «Questo è un articolo disatteso da 31 anni tondi», precisa la presidente Fiapac. L’articolo 15 è quello che garantisce «l’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per  l’interruzione della gravidanza». Ma se guardiamo alla storia tutta italiana della pillola abortiva Ru486 è chiaro che quel lungimirante comma rientra nei paradossi della 194. Sono passati 18 mesi da quando la domanda di mutuo riconoscimento del farmaco abortivo è stata posta all’Italia dall’Exelgyn che la produce. Ebbene, il 18 febraio scorso la senatrice radicale del Pd Donatella Poretti ricordava «che l’Agenzia italiana del farmaco continua a violare la direttiva europea 2001/83 in cui è previsto che uno Stato membro approvi la richiesta di mutuo riconoscimento entro 120 giorni dalla presentazione».

La presidente Fiapac, Mirella Parachini

La presidente Fiapac, Mirella Parachini

Nel frattempo, a migliaia di donne italiane è ancora negata la scelta fra aborto chirurgico e aborto farmacologico. E le cliniche svizzere fanno affari d’oro. È oltralpe infatti che la migrazione terapeutica trova il suo principale sbocco. Qui tale pratica abortiva non invasiva è ammessa da tempo. D’altronde sono 20 anni che l’Oms ne ha riconosciuto la validità. Ciò che manca è un accordo sul prezzo con l’azienda farmaceutica, ha affermato nei giorni scorsi il dg dell’Aifa Guido Rasi. «Quando sarà trovato, e questo potrà avvenire domani come tra sei mesi, ci vorranno 20-30 giorni perché la pratica arrivi al Cda e poi sia pubblicata in Gazzetta». Campa cavallo. «Finché avremo al Welfare la sottosegretaria Roccella – osserva Parachini – è difficile pensare a una veloce soluzione del caso, visto che ha scritto un intero libro contro la Ru486». Ultimo (speriamo) triste capitolo riguarda la relazione annuale sullo stato di applicazione della 194 che i ministeri del Welfare (quello della Roccella) e della Giustizia devono presentare al Parlamento. L’articolo 16 della legge prevede che entro febbraio, per quanto di loro competenza, i due dicasteri facciano il punto sullo stato di attuazione. A oggi è pervenuto al Senato solo il testo di via Arenula. La scorsa settimana la senatrice Poretti, assieme al collega Marco Perduca, ha presentato un’interrogazione per sapere che fine abbia fatto il documento del Welfare. A oggi nessuna risposta. Forse perché nei numeri e nelle statistiche c’è scritto che nonostante tutto le donne italiane continuano a chiedere il rispetto di un loro diritto? left 17/2009

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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