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Vaticano

La legge è del più forte

080526hm-ansaIl Concordato è ancora oggi un vero affare per le gerarchie ecclesiastiche. In barba ai principi costituzionali di eguaglianza e laicità. La dettagliata denuncia dell’esperto di diritto e editorialista della Stampa Michele Ainis di Federico Tulli

L’ultima chicca è del ministro Gelmini. Al meeting dei 7.000 insegnanti di religione cattolica promosso a Roma dalla Conferenza episcopale italiana, ha ricordato che «l’insegnamento della religione deve avere la stessa dignità delle altre materie», e che anzi «l’ora di religione ha una valenza educativa maggiore di altre discipline». Parlando di “religione” in senso generale e trattandosi del ministro di uno Stato laico si potrebbe essere portati a pensare che, per il principio di uguaglianza che pervade la nostra Costituzione, lungo la penisola esistano almeno 7.000 insegnanti di religione valdese, e altrettanti buddisti o di religione islamica. Ma sappiamo bene che non è così. A 70 anni dai Patti lateranensi la religione cattolica in Italia è ancora religione di Stato. Ed esercita il proprio potere ovunque possibile, proprio a cominciare dai luoghi di educazione scolastica. «Siamo ben lontani da Paesi di cultura simile alla nostra», osserva Michele Ainis, docente di Diritto pubblico all’università Roma Tre ed editorialista de La stampa. «A partire dalla Spagna, dove di recente c’è stata un’ulteriore frizione tra Zapatero e la curia (con interventi anche della Santa sede) quando il primo ministro ha deciso di sostituire l’ora di religione con un’ora di educazione civica. Pure la Gelmini aveva promesso più spazio all’educazione civica, un annuncio rimasto lettera morta». Il tema delle intromissioni vaticane nel quotidiano degli italiani è approfondito da Ainis nel suo ultimo saggio Chiesa padrona. Un falso giuridico dai Patti lateranensi a oggi (Garzanti). «Non è vero – scrive – che queste ingerenze siano protette dalla libertà di parola o dalla libertà di religione; non è vero che il Concordato sia protetto dalla Costituzione».
Dov’è l’inghippo, professore?
Per prima cosa nell’articolo 7 della Carta. Inserito per  regolare i rapporti tra Stato e Santa sede sulla base dei Patti, sta lì a dire che qualunque ridimensionamento del ruolo pubblico della Chiesa aprirebbe una ferita nella stessa legalità costituzionale. Sottolineo però che non pretendo di essere depositario di verità, e che laicamente metto sul tappeto questa possibile interpretazione che corrisponde alle intenzione storica dei legislatori. Un’interpretazione che, quando anche fosse fondata, non sarebbe l’unico caso di prassi di violazione dei principi costituzionali.
Ci spieghi meglio…
In Vita e morte della Costituzione (Garzanti, ndr) ho contato 15 casi in cui la Carta dice una cosa e nella realtà ne accade

Il professor Michele Ainis

Il professor Michele Ainis

un’altra. Basti pensare alla legge sindacale. È un cattivo costume che ci accompagna da sempre nella storia nazionale. Anche lo Statuto albertino durante il fascismo non fu abrogato ma rimase in vigore rinsecchito. Diverse libertà previste, da quelle di parola a quelle politiche, di fatto non erano più concesse. Insomma in Italia non si è mai preso troppo sul serio il diritto, compreso quello della Costituzione. E questo vale, secondo me, anche nel caso di quello che regola i rapporti con la religione vaticana.
La quale prende e porta a casa. Almeno a leggere il lungo elenco di leggi e leggine riportate nel suo libro, che suonano come altrettanti privilegi per lo più di tipo economico di cui la Chiesa ormai gode a piene mani…
Esattamente. Un esempio per tutti è la legge D’Alema del 2000 sul finanziamento delle scuole cattoliche. Quando la Costituzione è improntata al principio di uguaglianza sostanziale che piega il diritto al soccorso dei più deboli, e questo principio nei fatti è deluso o apertamente violato ,quel che succede è che il più forte a livello sociale poi predomina sul più debole. Declinando tutto ciò rispetto alla questione religiosa significa che la leva del diritto dovrebbe essere utilizzata per i culti minoritari. O per tutelare la sfera dei cittadini che non hanno alcuna fede, assai poco rappresentati in un Paese che espone i simboli religiosi nei luoghi pubblici, che sostanzialmente obbliga allo studio della religione cattolica e che usa il protocollo cattolico quando c’è un funerale di Stato. Il quale Stato, infine, finanzia solo una delle confessioni religiose, che poi è quella che ne avrebbe meno bisogno. Quello dell’8 per mille è un sistema aberrante, perché se io nutro il più grasso lui diventerà obeso e gli altri moriranno di fame.
Il pensiero religioso, in Italia, da fenomeno culturale si sta tramutando in fenomeno politico?
Le spiego cosa secondo me è accaduto. Lasciando perdere il credito personale di cui gode Berlusconi, tutti i sondaggi dicono che c’è un potere politico debole, con il Parlamento che gode di scarsa fiducia degli italiani. Lo stesso accade nei confronti della Chiesa come istituzione. Dall’ultimo studio Eurispes emerge una società italiana sempre più secolarizzata. La fiducia verso le gerarchie vaticane è calata di 11 punti nel 2008 come nel 2007: in due anni è passata dal 60 al 38 per cento. A fronte della débacle di consensi i due poterideboli si sorreggono a vicenda. E allora abbiamo i partiti che fanno le liste elettorali bloccate e la Santa sede che mette il veto sul testamento biologico riuscendo a imporlo in Parlamento.
Quali sono gli aspetti incostituzionali del  Concordato?
Dell’8 per mille si è detto. Facendo confluire un’abnorme mole di denaro praticamente verso un unico forziere è una evidente violazione del principio di uguaglianza tra le confessioni religiose. Un’altra questione che grida vendetta sono gli effetti civili delle sentenze di nullità matrimoniale. Perché lì significa che io mi rivolgo alla Sacra rota, che undici volte su dieci annulla il matrimonio – tanto ci trova una ragione -. A quel punto, siccome è un annullamento che travolge tutto il passato,  come se quel matrimonio non fosse mai stato celebrato, il coniuge economicamente più debole perde il diritto agli alimenti. Diritto che invece attraverso il divorzio avrebbe. Allora questo mi sembra di una chiara incostituzionalità. Poi ci sono i privilegi per gli insegnanti di religione. Insomma, ce ne sono punti da valutare.
Per ristabilire il principio di uguaglianza quale posto dovrebbe avere la religione nella Carta?
Io penso che sarebbe bastato l’articolo 3 comma 1. Laddove dice che tutti sono eguali senza distinzione, non solo di sesso, razza e partito ma anche per fede religiosa. Il che significa che questa è irrilevante per il diritto. E significa di nuovo che lo Stato e le Chiese sono separati. Tutto il resto aggiunge pasticci da cui nascono bisticci. Aveva ragione Thomas Jefferson
quando diceva che la laicità implica l’esistenza di un muro tra il potere laico e quello religioso. left 17/2009

**Il libro**

m-ainisLa Chiesa cattolica attinge abbondantemente alle risorse pubbliche dello Stato italiano: ogni anno milioni di euro vengono dirottati dal governo  centrale e dagli enti locali, che si sono fatti di recente ancor più solerti. Questo tuttavia non  impedisce al Vaticano pesanti incursioni nella vita pubblica del nostro Paese: è pressoché impossibile che un provvedimento legislativo venga approvato senza il suo benestare. E quando accade, le resistenze della Chiesa cercano di impedirne l’applicazione. È una situazione abnorme, che trova il suo fondamento nel Concordato siglato l’11  febbraio 1929 da Pio IX con Benito Mussolini, «l’uomo della Provvidenza». Quel patto venne accolto dalla Costituzione repubblicana tramite l’articolo 7. Nel 1984 venne rinnovato dall’accordo tra Craxi e Giovanni Paolo II. Il trattamento privilegiato di cui gode il Vaticano non ha più alcun fondamento giuridico, argomenta Michele Ainis: l’articolo 7 era una norma provvisoria, e oggi è un farmaco scaduto. Oltretutto quelle dei vertici della Chiesa si configurano come ingerenze di uno Stato straniero nei nostri affari interni. Infine, in una società sempre più complessa, i privilegi concordatari creano inevitabilmente una disparità di trattamento rispetto a cittadini italiani che seguono altre fedi (e soprattutto a quelli che non si sentono affiliati ad alcuna Chiesa).

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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