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Salute

Influenza A-H1N1: con pochi accorgimenti è meno pericolosa dell’aviaria

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Rosella Franconi (la seconda da sx) con il suo staff all'Enea

Rosella Franconi, biotecnologa vegetale all’Enea Casaccia lavora da anni alla creazione di vaccini a basso costo e alta velocità di produzione, utilizzando piante di tabacco, contro il papilloma virus (Hpv). L’Hpv è causa dell’80 per cento delle morti di donne per cancro al collo dell’utero nei Paesi poveri.
Gli ultimi dati Oms parlano di 615 casi accertati e 15 morti a causa dell’influenza suina. Siamo di fronte a un’emergenza sanitaria mondiale?
L’allarme è reale, ma è presto per conoscere l’esatta entità del rischio di pandemia. Di sicuro ci troviamo di fronte a un nuovo virus. Che deriva da una combinazione tra i virus dell’influenza aviaria,  umana e suina. Va capito come muta e si trasmette da uomo a uomo in termini di velocità ed efficacia.
Nel 2008 il Center for disease control and prevention (Cdc) avvertiva che 49 virus influenzali del ceppo H1N1 su 50 si sono dimostrati resistenti al Tamiflu prodotto dalla Roche. Ora l’Oms dice che il nuovo virus reagisce proprio al Tamiflu, «uno dei due soli antivirali efficaci in commercio». Possiamo stare tranquilli?
L’H1N1 suino è noto dal 1930 e contro le influenze suine ci sono 4 molecole antivirali efficaci: due sono quelle indicate dall’Oms, mentre altre due si sono già dimostrate inefficaci. Una spiegazione al fatto che il Tamiflu non funzionava per l’influenza umana del 2008 e per l’aviaria del 2005, mentre ora sembra funzionare, è che ci troviamo di fronte a un virus completamente nuovo. Fortuna che la Roche ha dichiarato di avere scorte, perché non c’è alcun vaccino in commercio.
L’Istituto superiore di sanità parla di 10-15 milioni di italiani a rischio. Siamo pronti a gestire l’emergenza?
Premesso che chiaramente non ci sono posti letto a sufficienza negli ospedali, come nel caso della Sars è fondamentale la prevenzione. Con l’aviaria erano gli uccelli a propagare l’influenza, ora sono gli uomini. Quindi è più semplice rispetto al 2005 adottare semplici accorgimenti specie alle frontiere. Spero siano già attuati.
Se il virus passa la frontiera?
Il contagio può avvenire da un giorno prima della comparsa dei sintomi a sette giorni dalla loro comparsa. Il Cdc Usa consiglia di rimanere a casa se ci si ammala. Da noi potrebbe influire l’effetto Brunetta: con la spada di Damocle delle assenze per malattia andremo tutti in ufficio a fare gli untori? Battute a parte, spero che ci siano realmente scorte di antivirali, mascherine e tutto il necessario a prevenire il contagio. Inoltre, questo problema ripropone l’importanza di investire in nuove tecnologie per la produzione rapida e a basso costo di molecole terapeutiche.

Left 17/2009

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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