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Ricerca scientifica

Piaghe vaticane

Enormi progressi nella ricerca. Una classe politica non all’altezza. Il  fisiologo Piergiorgio Strata, direttore scientifico dell’Ebri, racconta vent’anni di neuroscienze in Italia di Federico Tulli

06353cc2-ansaÈ un anno di ricorrenze importanti, il 2009, per le neuroscienze. Specie in Italia. Cade infatti in questi giorni il compleanno della “regina” della disciplina, come è stata definita Rita Levi Montalcini dal suo collega di Nobel per la Medicina dell’86 Stanley Cohen. Il 22 aprile la Montalcini ha compiuto 100 anni. E sono 20 quelli trascorsi dalla decisione del Congresso degli Stati Uniti di istituire il “Decennio del cervello”. Un’iniziativa destinata a dare uno stimolo decisivo alle neuroscienze, grazie al varo di ingenti fondi garantiti da leggi ad hoc. «Fu un impulso che ebbe notevoli ripercussioni anche in Italia» racconta a left il neurofisiologo Piergiorgio Strata, copresidente dell’Associazione Coscioni e direttore scientifico dell’Ebri che ha patrocinato il convegno “The brain in health and disease” per celebrare I 100 anni della Montalcini. «Pochi mesi dopo l’input del Congresso Usa – ricorda Strata – l’allora ministro Ruberti con cui collaboravo aderì all’iniziativa varando un decreto. Fu l’Italia, per prima, a rispondere all’appello americano». Con quel decreto il nostro governo prendeva atto dello sviluppo delle neuroscienze e della sua inevitabile interazione con altre discipline: dalla medicina alla fisica, dalla matematica alla biologia molecolare, dalla psichiatria alla filosofia.

Professor Strata, qual è il valore e il portato delle neuroscienze oggi?

È importante studiare il cervello per almeno tre motivi. Il primo è che con l’aumento dell’età media sono cresciute in maniera esponenziale le malattie degenerative che colpiscono l’uomo in questo organo. Con la fine della vita intorno ai 50 anni raramente si verificavano patologie senili come l’Alzheimer o il Parkinson. La ricerca di cure efficaci in questa direzione era poco stimolata. Al contrario di quanto accadeva, per esempio, in campo oncologico. Il secondo motivo è che l’acquisizione di nuove conoscenze produce sempre benessere. Vale la pena di investire per studiare il cervello umano e cercare di capire come emergono le facoltà mentali. Il terzo fattore è solo a prima vista materiale. Le malattie del sistema nervoso oltre a colpire il paziente hanno un impatto sulla società non solo economico. Basti pensare alle difficoltà di rapporto tra i malati di Alzheimer e i loro familiari.

La Montalcini di recente ha sottolineato che non ci sono più barriere tra umanesimo e scienza. Se pensiamo al dibattito sul testamento biologico è evidente che almeno in Italia di barriere ce ne siano ancora tra scienza e politica..

La vicenda di Eluana mostra una classe politica intenzionata a rinforzarle. Altro che abbatterle. Tutto ilmontalcini contrario di quanto accade in altri Paesi che spesso la stessa politica propone come modello da seguire. Senza dover ricordare l’importanza dei primi interventi di Obama in favore della ricerca sulle embrionali, cito la Gran Bretagna dove la Dana foundation sta compiendo sforzi enormi per creare e diffondere tra i cittadini inglesi una cultura delle neuroscienze. L’obiettivo è far capire al grande pubblico l’importanza del progresso in questo campo.

Con la polemica sulle staminali e il caso Eluana è emerso che le neuroscienze sono particolarmente invise ai nostri governanti…

Quella di certa politica sembra una coazione a ripetere. La storia di Rita Levi Montalcini insegna che la ricerca scientifica ha possibilità di sviluppo solo dove è lasciata libera di esprimersi senza condizionamenti. Sotto il regime fascista la nostra grande scienziata ebbe l’intuizione del “fattore di crescita delle cellule nervose”. Ma solo una volta giunta negli Usa, libera di lavorare, ha potuto ottenere risultati concreti.

Tutto il contrario di quanto accade per le staminali embrionali…

C’è un’influenza del Vaticano sulle nostre istituzioni assolutamente inaccettabile. Tanto quanto lo è la sua ingerenza nel dibattito scientifico. Un’intrusione che è alla base della profonda disinformazione culturale nel nostro Paese. Prendiamo la storia della Englaro. La scienza ha dimostrato che le facoltà mentali senza substrato fisico non possono esistere. Ma il fisico da solo non basta, ci vuole anche un substrato funzionale. La nostra corteccia cerebrale è la sede delle sensazioni, la cui attività è organizzata dalle strutture talamiche, che sono una sorta di direttore d’orchestra. La corteccia cerebrale di Eluana era necrotizzata al punto che c’era una disconnessione di questo direttore d’orchestra con tutto il resto e quindi c’erano le basi fisiche per dire che l’orchestra non poteva suonare più. Eluana non poteva più avere attività mentale.

Ma c’è chi crede nell’anima e sostiene che questa può anche non essere nel cervello. Per cui Eluana doveva continuare a vivere…

Per prima cosa non era vita umana. Secondo, a queste argomentazioni non bisognerebbe rispondere, anche se sempre più spesso si sentono fare da persone colte. E, invece, siamo piombati in una sorta di clima da stadio con i riflettori puntati sulla ricerca da due fazioni contrapposte di “tifosi”. E ci si ritrova a sentire che le staminali adulte sono meglio di quelle embrionali. Oppure che no, sono queste il futuro. La realtà è che la ricerca scientifica, come dimostra la storia della Montalcini, non può avanzare se chiusa in compartimenti stagni. Se imbrigliata. Tutti e due i filoni di studio sono utili per aumentare le nostre cososcenze. E pretendere di studiare solo le adulte, come vuole qualcuno, per far acquisire all’Italia il primato mondiale in questo campo sono tutte chiacchere.


Gocce di vitalità

Forse il segreto della lucidità e vitalità della scienziata italiana Rita Levi Montalcini si cela proprio nel Ngf, il fattore di crescita nervoso, che nel 1986 le è valso il premio Nobel per la Medicina. «Rita prende tutti i giorni il Ngf in forma di gocce oculari per problemi alla vista», ha raccontato Pietro Calissano, vicepresidente dell’Ebri (European brain research institute), che da 44 anni collabora con la celebre scienziata, a margine del convegno dal titolo “The brain in health and disease” organizzato al Campidoglio di Roma per celebrare i cento anni della “regina delle neuroscienze”. «L’idea – ha spiegato Calissano – è che in qualche modo la sostanza benefica raggiunga il cervello, favorendone la naturale plasticità. Insomma, forse proprio nella sua scoperta da Nobel si cela il segreto della vitalità della centenaria più famosa d’Italia».

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Il “fattore” Rita

copj13La storia della scoperta per la quale nel 1986 Rita Levi Montalcini ha ricevuto il Nobel per la Medicina insieme a Stanley Cohen. In Cronologia di una scoperta (Baldini Castoldi Dalai) la grande neuroscienziata ci racconta non tanto e solo gli esiti di una mirabile ricerca ma di una lunga avventura scientifica i cui sviluppi non smettono di dare frutti. Nel primo dopoguerra, trasferitasi negli Stati Uniti per un breve soggiorno di studio che sarebbe invece durato trent’anni, l’illustre scienziata si dedicò allo studio in vitro di embrioni di pollo nei quali aveva innestato un tumore maligno di topo. Il Nerve growth factor (Ngf), scoperto nel 1952 come fattore capace di potenziare i processi di crescita e differenziazione di neuroni, è oggi considerata una molecola a ben più ampio raggio di azione. Il lungo viaggio nel cervello e nel sistema nervoso intrapreso dalla Montalcini 60 anni fa, continua tuttora ad affascinare sia gli studiosi, per gli scenari impensabili che ha aperto, sia i non addetti ai lavori per il rigore e la coerenza che fanno della donna e dello scienziato Rita Levi Montalcini un caso unico nel panorama scientifico internazionale.

left 16/2009

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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