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Ricerca scientifica

Il Brasile a caccia dei ricercatori in fuga

ap071217021253Dal 2002, anno di insediamento di Lula, il governo federale brasiliano guarda con un occhio di riguardo allo sviluppo della ricerca scientifica. Lo testimoniano le oltre 250mila borse di studio elargite fino al 2006, per un totale di 2,6 miliardi di reais (quasi 900 milioni di euro). Ma ora quanto di buono è stato fatto rischia di essere offuscato da una serie di cause amministrative che vede il Consiglio nazionale dello sviluppo scientifico e tecnologico (Cnpq) schierato contro alcuni ricercatori. In particolare quelli che hanno completato il dottorato all’estero e non hanno rispettato la norma di tornare in Brasile per un tempo pari a quello passato “fuori casa”. Oggetto del contendere è la restituzione, con gli interessi, dei 54mila reais che ciascun ricercatore ha ricevuto come borsa di studio per il dottorato. È il caso, ad esempio, del fisico Silva Masetti Lobo che nel 2004 è stato condannato a restituire 184mila reais, pari a oltre 150 volte uno stipendio medio brasiliano. Lobo ha fatto il dottorato in Francia tra il ’92 e il ’96 e lì è rimasto perché all’epoca non esistevano in Brasile laboratori di ricerca per la fisica delle particelle. Ora lui, come tanti altri che sono rimasti all’estero non avendo ricevuto alcuna offerta di lavoro in Brasile, rischia di non poter rientrare nel Paese. La pena per chi non restituisce i soldi al Cnpq consiste infatti nell’iscrizione alla banca dati dei debitori dello Stato. E la sanzione è talmente elevata da essere improponibile per chi svolge attività di ricerca. Un’attività sottopagata non solo in Italia. Federico Tulli ** left 11/2009**

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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