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Società

La Casta

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Il nuovo attacco alla laicità dello Stato avviene nell’indifferenza delle istituzioni. Con i negazionisti lefebvriani la Chiesa di Roma sconfessa il principio di libertà religiosa che ispira il Concordato dell’84 di Federico Tulli

«L’unità dei cattolici è il principale obiettivo del pontificato di Benedetto XVI, la cui considerazione del Concilio Vaticano II è molto diversa da quella di Giovanni Paolo II. I lefebvriani non sono cambiati, è il Vaticano che ha modificato la propria posizione». Queste poche righe si leggono nella storia di copertina del settimanale polacco Tycodnik Powszechny dedicata alla decisione di papa Ratzinger di riaprire le porte della Chiesa, a fine gennaio scorso, ai quattro vescovi lefebvriani (Bernard Fellay, Alfonso de Gallareta, Tissier de Mallerais e Richard Williamson) scomunicati dal suo predecessore nel 1988. In queste settimane la ricomposizione dello scisma, che prese il via nel ’65 dopo il Vaticano II, ha fatto discutere soprattutto per via delle dichiarazioni negazioniste di Williamson, antisemita conclamato, rilasciate non solo fino a pochi giorni prima di essere richiamato sotto l’ala della Chiesa di Roma. Anzi. Williamson, semmai qualcuno avesse avuto dubbi, continua a non mostrare alcun segno di ripensamento, avendo detto di essere in attesa che qualcuno gli dimostri empiricamente che le camere a gas naziste siano servite per sterminare sei milioni di ebrei. Deliri razzisti che insieme all’articolo del Tycodnik Powszechny offrono lo spunto per rivalutare l’effettiva validità del Concordato siglato il 18 febbraio 1984 tra Stato italiano e Città del Vaticano. Un accordo che (almeno secondo quanto si legge nella premessa e nell’articolo 1) rinnova i Patti Lateranensi, voluti da Mussolini nel 1929, proprio per affermare uno dei principi fondanti l’identità della nostra nazione: quello della libertà religiosa, e quindi della laicità dello Stato, sancita dall’articolo 8 della Costituzione del 1948. E un rinnovo con cui si è inteso anche riconoscere «gli sviluppi promossi nella Chiesa dal Concilio Vaticano II» del 1962-1965 in tema di riconoscimento delle altre fedi.VATICAN CONSERVATIVES

La domanda dunque è: se, come fa notare il Tycodnik Powszechny, «il Vaticano ha modificato la sua posizione» nei confronti del Concilio che ha ispirato la firma del trattato dell’84, e se questa posizione, aggravata dall’apertura a una corrente negazionista del calibro dei lefebvriani, mal si combina con la laicità che la Corte costituzionale nel 1989 ha definito «uno dei principi supremi dello Stato», che valore ha oggi il Concordato? Una risposta potrebbe giungere dalle osservazioni di un cosiddetto insospettabile: don Vincenzo Marras. Direttore oggi dell’emittente televisiva Telenova, fino a gennaio 2008 Marras ha firmato il mensile cattolico Jesus della società editrice San Paolo, la stessa, tra l’altro, di Famiglia cristiana. Ed è proprio su Jesus che in tre editoriali scritti tra il 2000 e il 2007 parlò di «paura del Concilio» paventando il rischio che tra le gerarchie vaticane ci fosse chi si stava costituendo un alibi per la “ricomposizione” dello scisma con i lefebvriani. «Oggi il mio pensiero non è cambiato rispetto a quanto scritto in quegli editoriali», dice Marras a left. Dunque, andiamo a leggerne alcuni passaggi significativi, anche perché come osserva il deputato radicale del Partito democratico Maurizio Turco (in questo caso anche lui insospettabile), non hanno mai goduto del necessario risalto nemmeno quando Marras era direttore della testata. Eppure potrebbero dimostrare come ci sia un disegno preciso, quasi una premeditazione verrebbe da dire, del Vaticano a rompere il patto di laicità che anima il Concordato con l’Italia.

Scriveva il direttore di Jesus sul numero di agosto 2007 nel commentare la reintroduzione della messa in latino voluta da Benedetto XVI: «Smascherare i tradizionalisti, che si nascondono dietro la bandiera della Messa post tridentina, per rigettare le grandi intuizioni teologiche e pastorali della Chiesa voluta dal Vaticano II. È questa la principale conseguenza del Motu proprio Summorum pontificum, con cui Benedetto XVI dà alla Messa preconciliare la legittimità che aveva perso con la riforma liturgica di Paolo VI, e fa ogni sforzo per giungere a una riconciliazione interna alla Chiesa, ferita dallo scisma del movimento guidato dall’arcivescovo Lefebvre. Alibi smascherato, si direbbe – prosegue il direttore di Jesus, che qui quasi anticipava quanto scrive oggi il settimanale polacco -. Infatti, la reazione di queste minoranze chiassose è inequivocabile: hanno già fatto sapere che continueranno a rifiutare gli insegnamenti del Concilio sull’ecumenismo e la libertà religiosa, sull’ecclesiologia di comunione e l’apertura della Chiesa al mondo contemporaneo. Non se ne sono accorti solo quanti riducono l’intervento del Papa a una sorta di panacea del latino o lo salutano come una rivincita sui guasti provocati dall’abbandono del Messale di Pio V. Alcuni – conclude l’editoriale di Marras – hanno espresso il timore che (al di là di ogni intenzione) il Motu proprio ponga un freno all’applicazione del Concilio. È un rischio reale, che vorremmo esorcizzare. Per parte nostra vogliamo piuttosto rilanciare l’invito (forse troppo sottovalutato) del Papa a raccogliere la sfida di una liturgia viva per una Chiesa viva. Non ferma al calendario del 1962».

lapresse_3324È questo l’ultimo dei tre editoriali del direttore di Jesus sull’argomento Concilio-Lefebvriani. Quattro mesi dopo viene sostituito alla guida del mensile. Ai fini della ricostruzione storica dello scisma vale ora la pena fare un salto indietro di otto anni ed evidenziare alcune frasi del primo dei tre articoli, quello scritto nel novembre del 2000 dal titolo “Paura del concilio”: «Ricordate monsignor Marcel Lefebvre? – scrive Marras -. Era quel pio vescovo, fondatore della Fraternità San Pio X, che non riuscì mai a mandare giù il Vaticano II. E che, dopo una serie di virulenti attacchi ai Papi che avevano ispirato e appoggiato il rinnovamento conciliare, nel 1988 consacrò, senza il consenso di Roma, quattro vescovi. Da qui lo scisma. Il paesino svizzero di Ecône, sede della Fraternità San Pio X, divenne così il laboratorio dell’integrismo cattolico, ispirando più o meno direttamente ogni contestazione al rinnovamento liturgico e teologico, allo spirito di dialogo in campo ecumenico e interreligioso. Lefebvre diceva che l’Anticristo aveva preso possesso dei Sacri palazzi: “Mercenari, lupi, ladri, comunisti e massoni si sono introdotti nel governo della Chiesa…”. Se i toni non sono più quelli violenti e aggressivi di allora, le censure e le critiche di oggi alla Chiesa di Roma e al Papa sono le stesse. Di nuovo pare esserci (“e questo ci inquieta davvero”, osservava il direttore di Jesus) un riavvicinamento tra la comunità scismatica dei lefebvriani e alcuni settori della Chiesa cattolica». Già, inquietante, anche perché, ricordiamo, era il novembre del 2000, ma sembra storia di oggi.lapresse_img_5128_copia
Accenniamo ora solo brevemente al secondo editoriale di Marras, “Una Chiesa in cerca di incontri”, scritto nel 2005 in occasione di “40 anni del Vaticano II”, laddove dice: «Il Concilio chiede sempre di essere rilanciato». Una semplice frase che ci riporta al quesito iniziale: nel momento in cui il Vaticano II non viene più «rilanciato» e anzi viene contraddetto ha ancora senso mantenere in vita il Concordato? E ancora, poiché la ricomposizione dello scisma con gli antisemiti di Lefebvre operata da Benedetto XVI non suona proprio come una mano tesa a uno Stato laico nato in seguito alla vittoria contro il nazifascismo, non è forse il caso di metter mano all’articolo 7 della Costituzione che regola i rapporti tra Italia e Vaticano sulla base di quel trattato? Lapidaria la risposta di Gennaro Acquaviva consigliere politico di Bettino Craxi, il presidente del Consiglio che siglò il Concordato dell’84, considerato da molti ispiratore di quel patto: «Ci sono molte incongruenze soprattutto a proposito del rapporto del Vaticano con Israele. Però non ce ne sono dal punto di vista dei rapporti formali con l’Italia. La decisione di Benedetto XVI non riguarda il Concordato se non in carattere generale. Il trattato è uno strumento di pacificazione e collaborazione. E in via teorica può essere rivisto se c’è un fatto anche estraneo che lo rimette in discussione, ma l’idea di farlo per colpa della ricomposizione dello scisma è piuttosto stiracchiata. Questa – conclude Acquaviva – è la mia opinione, ma è anche l’opinione generale. Poi questo è un mondo di matti e ci sarà sicuramente qualcuno che la pensa in maniera diversa».

Dal canto suo Maurizio Turco ribadisce: «Io segnalo semplicemente che le acquisizioni del Concilio sono state alla base della religione concordataria dell’84. Nel momento in cui la Chiesa fa rientrare il lefebvriani senza chiedere nulla in cambio, tanto meno il superamento delle ragione per cui se ne andarono via, dovrebbe essere automatica la denuncia da parte dell’Italia per inadempienza del trattato internazionale». Il deputato radicale spiega poi che questa potrebbe essere l’occasione per superare l’incongruenza costituzionale rappresentata dalla coesistenza degli articoli 7 e 8. Il primo regola i rapporti tra Stato e Chiesa, e il secondo fissa il principio di libertà religiosa. Ma se in 60 anni di Costituzione nessuno, tranne i radicali con un loro disegno di legge, si è mai assunto l’onere di rivedere l’articolo 7 in chiave di libertà religiosa, appare utopistico che proprio in questo momento storico il governo italiano compia tale passo. «La nostra proposta di revisione giace ignorata in Parlamento – conclude Turco -. Forse perché sostiene che il punto di partenza della democrazia è la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, testo che mal si combina con l’apertura del Vaticano a dei negazionisti». Left 8/2009

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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