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Società

Medici, non spie

Divampa la polemica sulla deriva xenofoba del “pacchetto sicurezza”. Che permette agli operatori sanitari di denunciare i clandestini che chiedono cure.  L’anestesista Gristina scrive al presidente Napolitano e spiega le ragioni del proprio rifiuto di Federico Tulli

3241939657_0a649c1925«Ogni medico all’inizio della sua carriera pronuncia un giuramento che richiede di esercitare la professione in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento. Egli è tenuto a rispettarlo sempre, è una regola condivisa. In questa regola ogni medico può riconoscersi nel suo omologo; così tutti possono parlare, ovunque, il linguaggio comune dell’etica e della scienza. Il mancato rispetto di questa regola pone il medico inosservante al di fuori della comunità scientifica». Un provvedimento sulla “sicurezza” che legittima la delazione di massa per gli stranieri irregolari che accedono alle cure sanitarie è stato da poco approvato in Parlamento. In difesa del codice deontologico, Giuseppe Gristina, medico anestesista e coordinatore della commissione Bioetica della Società italiana anestesia analgesia rianimazione terapia intensiva (Siaarti), ha deciso quindi di rivolgersi al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, con una lettera aperta inviata a left. Le misure del “pacchetto sicurezza” che coinvolgono i medici fanno il paio con quelle che prevedono la schedatura non solo dei clochard, come si vuol far credere, ma anche di un buon numero di cittadini italiani (rom, sinti e non solo) che, abitando in dimore diverse da appartamenti, saranno schedati in un registro del ministero dell’Interno. Assumono allora un particolare significato le parole del medico dell’unità operativa “Shock – trauma” del S. Camillo di Roma quando osserva che la Costituzione riconosce la salute e il benessere della persona come diritti inviolabili, e che «negli ospedali italiani nessun medico ha mai fatto distinzioni di colore della pelle, lingua, religione, credo politico; nessuna di queste caratteristiche ha mai prodotto disparità di trattamento». Dal dopoguerra a oggi, prosegue Gristina, «generazioni di medici si sono succedute formandosi a questi insegnamenti. Tale consapevolezza (su cui si fonda la relazione di cura) prevede il rispetto per tutti gli uomini, che è anche rispetto del loro personale percorso. Non sta a noi giudicare quest’ultimo, specie quando correlato ai grandi eventi del mondo come nel caso dei migranti. Pertanto, nessun medico ha mai ritenuto che la cura dei malati, specialmente dei più deboli, potesse andar disgiunta dalla necessità di un completo supporto nei loro confronti che inevitabilmente è, oltre che fisico, anche morale». In questo stesso contesto culturale, osserva Gristina, nasce anche il codice deontologico: l’insieme delle regole che norma il comportamento dei medici. «In linea con il giuramento professionale – prosegue il medico – il codice deontologico pone il rispetto della persona umana e della sua autonomia al centro dell’insindacabile alleanza terapeutica tra medico e malato. In esso vi è un esplicito richiamo all’obbligo per il medico di astenersi dall’ostinazione in trattamenti diagnostici e terapeutici da cui non si possa attendere un beneficio per la salute del malato o un miglioramento della qualità della vita (articolo 16), desistendo da atti diagnostici e/o curativi contro la volontà della persona capace o contro la volontà dell’incapace, legalmente rappresentata, rispettando le precedenti volontà espresse dal malato (articoli 35 e 38). In un momento difficile per il nostro Paese, come medico sento il dovere civile e morale di riformulare pubblicamente il nostro giuramento e affermare che per nessuna ragione e in nessun modo la mia coscienza potrà essere obbligata a venire meno al mio giuramento e ai dettami del codice deontologico. Grazie Presidente», conclude il dottor Gristina.chirurgia-endoscopica1

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Tutti uguali di fronte a Ippocrate

Il rispetto della vita e della dignità del malato, la perizia e la diligenza nell’esercizio della professione: questi solo alcuni dei doveri che ogni medico deve rispettare. In questo ambito trova posto la certezza per il malato che «io, medico, osserverò il segreto professionale e tutelerò la riservatezza su tutto ciò che mi è confidato, che vedo o che ho veduto, inteso o intuito nell’esercizio della mia professione o in ragione del mio stato; presterò, in scienza e coscienza, la mia opera, con diligenza, perizia e prudenza e secondo equità, osservando le norme deontologiche che regolano l’esercizio della medicina e quelle giuridiche che non risultino in contrasto con gli scopi della mia professione».

Left 06/2009

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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